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La scoperta del Rinascimento. L'età di Raffaello di Jacob Burckhardt

Maurizio Ghelardi

Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 1991
Pagine: XXIV-289 p., ill.
  • EAN: 9788806126698
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recensione di Prosperi, A., L'Indice 1992, n. 5

Questo libro di Maurizio Ghelardi è una rivelazione, non solo per i lettori italiani non specialisti ma per tutti coloro che credevano di avere confinato Burckhardt sullo scaffale dei classici che ci sono stati, sono stati importanti ma non hanno più molto da dire. Dopo essersi a lungo immerso nelle carte di Burckhardt che si conservano religiosamente a Basilea, Ghelardi mostra oggi come una ricerca paziente sulle fonti possa portare - se assistita da intelligenza e determinazione - a modificare in profondità tutto un insieme di rappresentazioni che si consideravano acquisite e indiscutibili. Noi abbiamo letto di Burckhardt una serie di splendidi libri consegnati nella dimensione dei classici; abbiamo letto il "Rinascimento", nella traduzione di Diego Valbusa che risale addirittura al 1876, ristampata da Sansoni più volte. I lettori italiani vi si sono accostati per più generazioni, portando su quel libro le attese più diverse: si è passati da quel che pensava Adolfo Bartoli appunto nel 1876 - "manuale più autorevole per lo studio di quell'importante momento storico" offerto dalla scienza tedesca, Burckhardt come "forte erudito che ricorre sempre alle fonti, che conosce a fondo tutta la letteratura dei tempi di cui scrive" - e quel che ci proponeva Eugenio Garin: Burckhardt apprezzabile per "l'eloquente ed efficace presentazione del 'mito' del Rinascimento, fedele più di quanto ancora non paia all'immagine che quel tempo volle dare di sé". Fedele all'immagine, forte conoscitore dei fatti. E tuttavia, Garin insinuava l'idea che attraverso l'attenzione al ripetitivo, al costante, "la storia della cultura... veniva a presentarsi appunto come la sorella più giovane e l'erede della ripudiata filosofia della storia". Erudito o filosofo della storia; ma sostanzialmente avevamo di lui il ritratto di un antenato nobile quanto lontano nel tempo; "stanchezza e appannamento", come ha scritto Ghelardi. Di questo appannamento, le ricerche dello stesso Ghelardi garantiscono giustizia sommaria. Esse portano a un abbandono della strada per così dire monumentale del Burckhardt classico, consegnato definitivamente in una serie di splendide e compatte monografie, e costituiscono l'avvio - più che l'avvio - di una ricostruzione analitica, dettagliata, di un progetto e del suo (splendido) fallimento; il progetto dell'opera sull'arte del Rinascimento.
Ora leggiamo o rileggiamo Burckhardt, ma col senso di non sapere dove questa lettura ci porterà, perché i conti fatti sono riaperti, perché quell'opera "chiusa" si apre. Mi pare si possa dire che per la prima volta ci si muove fuori dal confronto Nietzsche-Burckhardt e del filtro nietzschiano, o se non fuori per deliberata scelta almeno per averne verificati i limiti. Non per niente Ghelardi inizia il suo libro su Burckhardt con un puntuale capitolo sul rapporto tra il 'Gewaltmensch' burckhardtiano che vive a Palazzo Pitti e dispregia ciò che è leggiadro, e lo '_bermensch' di Nietzsche. Così, sciogliendo per bocca di Burckhardt il legame tra lo storico di Basilea e Nietzsche, ci porta con decisione fuori da quella che era stata una pista obbligata per tutti i lettori dell'età che va da Warburg a Cantimori - unica pista aperta per chi leggeva Burckhardt. Alle ricerche di Ghelardi dovevamo già l'abbandono della pista di Burckhardt filosofo della storia (le famose "Weltgeschichtliche Betrachtungen*), e dobbiamo ora una considerazione problematica e analitica delle carte burckhardtiane che ci porta appunto fuori di quella contrapposizione che tanto ha operato negli studi. Come non ricordare il peraltro bellissimo libro di Karl Löwith, del 1936 ma tradotto solo di recente (Karl Löwith, "Jacob Burckhardt. L'uomo nel mezzo della storia", trad. it. di L. Bazzigalupo, Laterza, Roma-Bari 1991) in quella Italia dove fu portato a termine? È un libro che si apre e si chiude sul nome di Nietzsche e che, pur cercando di liberare Burckhardt dal confronto col suo tempestoso collega, ne subisce dall'inizio alla fine il filtro. Certo, quel libro resta importante e bello da leggere, per quello che significò allora, per Löwith e per i suoi lettori, la rivendicazione dell'importanza e della vitalità dell'opera burckhardtiana; ma ne vorrei ricordare proprio la nota iniziale sul "disagio nei confronti di Burckhardt", sull"'ambiguo rapporto di rispetto" che portava a un "apprezzamento estetico" di quell'opera elevata a "opera d'arte" e sottratta così a ogni utilità scientifica effettiva. D'altra parte, la rilettura che Löwith ne fece servì certo a rendere più vicino Burckhardt, ma solo in quanto la sua "filosofia della storia" era costruita riducendo le sterminate ricchezze della produzione scientifica e dell'epistolario e dunque avvicinando in qualche modo il lettore all'autore e al suo mondo. Ne usciva un Burckhardt saggio, più saggio di Nietzsche; non ne poteva uscire una rilettura del rapporto tra Burckhardt e quei concreti oggetti di studio su cui erano costruiti i suoi libri. Penetrante il giudizio di Delio Cantimori: "si tratta molte volte (1928-1938 circa) d'una utilizzazione delle 'Meditazioni' per inserire il Burckhardt, non più fra Ranke e Mommsen [come si faceva ai tempi di quel giudizio sopra citato di Adolfo Venturi e della scienza storica positiva] ma fra Kierkegaard e Nietzsche e di invocarlo per la critica dello storicismo... da un punto di vista di pessimismo nichilistico... di liberalismo idealistico... di pessimismo cattolico". La compagnia di Nietzsche e la ricerca di breviari spirituali portava a questi effetti. E, a riprova dell'esattezza del giudizio di Cantimori, si ricorderà che proprio nel 1927 viene scritta una pagina di Aby Warburg rimasta inedita e dedicata al confronto Nietzsche-Burckhardt (edita in Italia da Roberto Calasso, in "Adelphiana 1971", ristampata in "Aut aut", 199-200). È una pagina sintomatica del modo in cui uno come Warburg, erede di quel campo di studi che si chiama Rinascimento. vedesse Burckhardt: Burckhardt è, davanti a Nietzsche, come uno che a Gerusalemme vede correre un derviscio, è uno "che ha ricevuto le onde dalla regione del passato, ha sentito il pericolo delle scosse e si è preoccupato di rafforzare la stabilità del suo sismografo". Nietzsche è, invece, il derviscio, colui che non si sottrae alle scosse ma ne è travolto. Insomma. Burckhardt è visto solo attraverso lo specchio di Nietzsche. Certo, lo scritto di Warburg è importante: ci mostra un aspetto di Burckhardt che cercheremmo invano nel ritratto dell'umanista sereno lasciato da Kaegi. Il modo di Burckhardt di affrontare le scosse di un terremoto di pathos è quello di rafforzare le difese; ma al di là di quelle difese il suo mondo è quello che angosciava Warburg, non è il Rinascimento solare e pagano di certe affabulazioni pur di moda allora.
Nello scritto di Warburg c'è un'immagine che può avviarci alla lettura dell'opera di Burckhardt sull'architettura italiana del Rinascimento che intanto vede la luce in Italia sempre per merito di Maurizio Ghelardi. Ci sono traduzioni che seguono pigramente quel che conosciamo e ci attendiamo di leggere e ci sono traduzioni rivelatrici. Questa che Ghelardi ha curato egregiamente e che le edizioni Marsilio hanno egregiamente stampato appartiene di diritto alle seconde, si tratta di un libro che costituirà per molti una vera scoperta (Jacob Burckhardt, "L'arte italiana del Rinascimento. Architettura", a cura di Maurizio Ghelardi, Marsilio, Venezia 1991).
"Da una parte Agostino di Duccio e Nietzsche, dall'altra Burckhardt e gli architetti: tettonica contro linea". La funzione centrale dell'architettura nel Rinascimento di Burckhardt è forse l'altra faccia di un Burckhardt costruttore equilibrato, che ama le grandi difese robuste contro le scosse sismiche del pathos: "ove in qualche luogo si presenta il pathos, esso deve comparire in una forma": questo passo della "Civiltà del Rinascimento" che Ghelardi ha giustamente sottolineato per mostrare le premesse burckhardtiane degli sviluppi warburghiani ci riporta comunque al posto centrale della forma e al suo rapporto col pathos - cioè al posto centrale dell'architettura come organizzazione delle forme in uno spazio.
Questo libro sull'architettura del Rinascimento è una splendida lettura, capace non solo di rinnovare per tutti noi il piacere di leggere Burckhardt ma anche di aiutarci a verificare in un caso concreto come sia stato possibile che i frammenti di quel suo progettato grande lavoro sull'arte del Rinascimento ci siano apparsi sempre alla lettura perfettamente conclusi in una forma di libro. Insomma, per effetto di quella proposta che Ghelardi fa sulla base delle sue ricerche, per la prima volta Burckhardt si configura come un autore inedito e sconosciuto, i cui frammenti sono dei libri e i cui libri sono dei frammenti. Frammento questa storia dell'architettura, eppure da trattare come un libro, pieno, solido, finissimo, capace di insegnarci molte cose di grande freschezza, cose che credevamo di sapere ma non sapevamo così bene e cose che non sapevamo inserire m un quadro di insieme così vasto e mosso. E i libri maggiori invece - le "Meditazioni sulla storia universale", la "Civiltà del Rinascimento in Italia" - entrano in uno stato di agitazione sospesa, fluida, si frammentano, si legano e si sciolgono tra di loro, tendono verso livelli maggiori di aggregazione che non raggiungono. Così, questo libro sull'architettura diventa un settore, uno spezzone, di quell'opera complessiva sul Rinascimento che Burckhardt progettò, perseguì e finalmente abbandon• col senso finale di un fallimento. Va detto che l'offerta di questa tesi di Ghelardi - tesi suffragata da fior di carte - è vincente in partenza nella lotta per ristabilire una corrente tra Burckhardt e i lettori. Le teorie della ricezione ci hanno spiegato questo lavoro di interpretazione e integrazione che il lettore compie insieme all'autore, intervenendo sul testo che l'autore gli offre. Ebbene, in questo caso l'intervento del lettore è richiesto e stimolato dal fatto di dover collocare i frammenti (splendidi e corposi frammenti) dell'Opera di Burckhardt sul disegno complessivo di un progetto - parleremo, in termini pittorici, di sinopia. Ben altro effetto, va pur detto, aveva avuto sul pubblico dei potenziali lettori di Burckhardt quel monumento marmoreo, funerario, in splendido e candito marmo, costituito dalla biografia di Werner Kaegi. Dopo quella biografia, l'impressione generale era che i conti con Burckhardt fossero chiusi per sempre e che potessimo fare ormai a meno di preoccuparci di chi fosse stato e di che cosa avesse detto; tanto, era già stato detto e sistemato tutto. Era un bilancio "tombale", di quelli che consegnano alle immobili gallerie di antenati chiunque ne sia oggetto.
Sta di fatto comunque che questa architettura aveva un posto centrale nell'opera sull'arte del Rinascimento. La ricostruzione di Ghelardi lo dimostra in maniera ineccepibile. C'è un progetto - quello dell"'età di Raffaello" - che si traduce per una serie di ragioni in una prima anticipazione con la "Kultur der Renaissance in Italien*, ma che rimane valido per il suo autore, il quale ne elabora un indice analitico e persegue l'obiettivo della stesura fino agli ultimi anni. In questo progetto, la storia dell'architettura è la porta d'accesso all'edificio, preliminare a quella storia della pittura "secondo i mezzi e le forze" e secondo "i temi e i compiti" dove si doveva affrontare e risolvere il rapporto tra sincronia e diacronia, un rapporto che, come nota acutamente Ghelardi, è stato un grande problema burckhardtiano. Ma è anche un problema storico in genere e Burckhardt aveva avviato una riflessione molto importante a questo riguardo. Si è detto spesso che questa "Civiltà del Rinascimento" è senza tempo, e si offre al lettore come la rievocazione di un'età felice e remota, fuori del tempo, senza scansioni interne. Ora, a prescindere dalle ragioni di quell'idoleggiamento - ragioni che Ghelardi fa intendere benissimo nelle loro radici remote e nelle motivazioni immediate - sta di fatto che con la storia dell'architettura del Rinascimento Burckhardt aveva impostato in maniera molto precisa, dall'interno dell'oggetto di studio, i modi della distinzione e narrazione diacronica. Burckhardt aveva parlato di un'architettura del Rinascimento come arte non organica (come quella classica o quella gotica) ma "derivata": ma, proprio perché derivata, questa architettura deve imporre la sua misura alle forme che utilizza (quelle classiche). Ecco allora che dall'interno dell'oggetto studiato si pongono gli elementi per datarne l'avvio e gli sviluppi, senza rinviare ad altro che non si trovi già all'interno. Si pensi a quel passo sul "Gewaltmensch" di Palazzo Pitti; è un tipo d'uomo che si annuncia per mezzo del rapporto tra le parti dell'edificio e le dimensioni dell'insieme. Vediamo dunque all'opera il rapporto tra forme derivate e loro organizzazione in un insieme, rapporto dal quale deriviamo il messaggio che ci si è voluto lasciare e seguiamo la storia dell'arte nella storia della cultura. Da questo punto di vista, si ha l'impressione che Burckhardt avesse risolto in maniera ancor oggi da meditare il rapporto tra sincronia e diacronia, tra gli elementi ripetitivi e stabili e quelli mutevoli del passato storico.
Ma come, nel concreto della sua storia, funziona questo modulo? e che cosa si può aspettare il lettore che, a distanza di più d'un secolo e dopo tanti studi analitici e dettagliati sull'architettura del Rinascimento, si mette a leggere questo libro? Insomma, la domanda che ci si pone è quella, ineludibile, se una volta di più siamo chiamati a gustare un "classico" senza più attinenza viva col nostro presente di conoscenze e di studi o se invece questo libro debba essere letto come qualcosa che serve per l'oggetto a cui è dedicato, cioè per conoscere e comprendere l'architettura del Rinascimento.
La domanda va posta, naturalmente, agli specialisti, e penso che nel loro campo se ne sia tenuto conto. Certo, qualche sospetto me lo fa nascere il fatto che, in un libro importante di uno studioso della statura di Manfredo Tafuri, la prima pagina rechi una vera e propria alzata di spalle all'indirizzo di Burckhardt: "ve n'è abbastanza - scrive Tafuri, dopo aver ricordato le vaghezze della periodizzazione del concetto di Rinascimento - per abbandonare l'universo costruito da Michelet e da Burckhardt alle nostre spalle, e dedicarci al 'particolare"'. Dove è evidente la vittoria di quell'immagine heideggeriana del Rinascimento come "età dell'immagine del mondo" sul supporto romantico della "Renaissance" di Michelet. Dove è soprattutto evidente la vittoria di quell'immagine sulla folla di conoscenze precise, di indagini complicate, di percorsi di ricerca che si affollano in questo libro.
Non si può non trovare affascinante la comparazione e la ricchezza della casistica, la chiarezza delle linee attraverso le quali i casi vengono articolati e letti, il fatto che quelle linee sono di carattere empirico, nascono cioè dall'interno della realtà da descrivere, non presuppongono nessun disegno preconcetto. Così, il discorso sui monasteri scivola del tutto naturalmente verso le librerie (e qui si accostano librerie reali e librerie raffigurate, San Giorgio Maggiore e San Marco ma anche l'affresco della Vaticana che fa da sfondo al Platina inginocchiato davanti al papa) e verso i palazzi vescovili e le università e i collegi gesuitici seguendo semplicemente il motivo del portico, come luogo dove si cammina, dove si prende aria e luce e dal quale si entra in comunicazione con l'esterno molto più facilmente che nei chiostri di tipo nordico. Quanto ai palazzi: la linea distintiva è tra castelli nordici irregolari, abbarbicati alla montagna, e palazzi italiani caratterizzati dalla regolarità: ma guardate l'apertura del capitolo: "L'architettura civile del Rinascimento, che fino ad oggi ha praticamente dominato quella di tutti i popoli civilizzati, si distingueva fondamentalmente per la sua struttura regolare, la quale era un'eredità del periodo gotico". E da qui comincia il discorso sul gotico; eredità formali, sovrapporsi ad esse della "mentalità individuale del committente" del "culto moderno della fama" che appartengono a quel "senso monumentale dell'architettura italiana" con cui si apre il libro.
Dopo questa "architettura", Ghelardi ci fa sperare di poter leggere presto la "pittura". E potremo continuare a scoprire il Rinascimento di Burckhardt con la stessa sorpresa e meraviglia con cui ci si accosta ai restaurati affreschi di Masaccio e di Michelangelo: la "scoperta del Rinascimento" di Ghelardi è un restauro sistematico e radicale, che ristabilisce la verità sulla genesi di un campo di studio e di un problema e lo reimmette nel mondo degli studi.