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Arthur Koestler

Traduttore: P. Tonon
Editore: Il Mulino
Collana: Storia/Memoria
Anno edizione: 1991
Pagine: 510 p.

87 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Biografie - Biografie e autobiografie - Letterati

  • EAN: 9788815032706

recensione di Flores, M., L'Indice 1992, n. 2

Continua, con questo secondo volume dell'autobiografia mai prima apparso in traduzione italiana, la meritoria opera di riscoperta e riproposizione di Koestler che Il Mulino sta portando avanti da alcuni anni. Nel primo volume erano protagonisti l'Ungheria della rivoluzione dei soviet e dell'ammiraglio Horthy, il sionismo e la Palestina, la Parigi degli anni venti e la Berlino della crisi di Weimar e della presenza sempre più inquietante del nazismo. In questo secondo volume il protagonista è il comunismo, il filo rosso attorno a cui le vicende personali dell'autore e quelle collettive dell'intera Europa si sovrappongono in una maniera distesa, limpida, quale solo una scrittura felicemente narrativa sa dare. C'è molta narrazione, in effetti, negli scritti autobiografici di Koestler; così come la riflessione saggistica accompagna la prosa e i dialoghi dei suoi romanzi, dal notissimo "Buio a mezzogiorno" al più dimenticato "I gladiatori", di cui qui si racconta la genesi, la costruzione, il duro lavoro di studio che l'aveva preparato.
Nell'ultima parte di "Freccia nell'azzurro" (il primo volume dell'autobiografia), Koestler aveva dedicato pagine memorabili alla sua conversione al comunismo, frutto coerente e pressoché necessario di un ottimismo portato alla disperazione. La crisi di Weimar, la pavidità e l'impotenza della socialdemocrazia e la colpevole capitolazione del liberalismo di fronte al nazismo, in nome di un falso ossequio ai gusti e alla volontà della pubblica opinione, avevano risvegliato nel giovane giornalista le romantiche emozioni dell'adolescenza ungherese, ma lo avevano anche persuaso che solo una determinazione raziocinante avrebbe potuto avere la meglio sul sonno della ragione che era calato in Europa con tanta rapidità, risultato all'apparenza definitivo di quella frattura storica e morale che era stata la guerra del 1914-18.
Sbagliavamo per ragioni giuste; aveva detto Koestler nel primo volume; adesso aggiunge: "Deploro l'errore logico che mi ha portato nel partito comunista, ma non rimpiango la disciplina spirituale che imponeva. Il purgatorio è un'esperienza dolorosa; ma nessuno di coloro che l'ha vissuta sarebbe disposto a cancellarla dal proprio passato" (p. 34).
La conversione al comunismo conduce presto Koestler direttamente nel paese dei soviet, e il racconto autobiografico si alterna ai resoconti dell'epoca, in uno strano miscuglio di critica a posteriori e di giustificazione immediata. Le pagine sull'Asia centrale ricordano in parte quelle scritte quasi contemporaneamente da Nizan, la faticosa lotta della modernizzazione contro l'arretratezza, dell'emancipazione femminile e generalmente umana contro la sotto missione di secoli; anche se nelle pagine scritte più tardi è lo squallore e la miseria - con l'eccezione delle splendide Buchara e Samarcanda - a dare il tono complessivo, insieme al "disagio" provato verso i senzapotere, i deboli da chi viaggiava ospite e amico del ' potere" sovietico.
Koestler ricorda che nel corso di questo viaggio era accecato, come tanti, dall'alibi che la rivoluzione fosse come la si vedeva per colpa dell'arretratezza del paese; ma rammenta anche come lì avesse compreso il ruolo decisivo, nel tenere assieme il sistema, dei militanti della rivoluzione: "Non erano sostenitori fanatici del regime. Erano le persone che, quando ero smarrito e disperato rinsaldavano la mia fede nell'Unione Sovietica... Non sono eroi n‚ santi, e le loro virtù civiche mal si adeguano al regime che servono; esercitano un giudizio autonomo e l'iniziativa personale dove la norma è l'obbedienza cieca... Sebbene ce ne siano migliaia, sono una piccola minoranza, e sono sempre le prime vittime di ogni nuova purga" (p. 178). Un giudizio non solo acuto ed equanime, ma capace di riscattare i semplicismi con cui a volte è descritta la vita e l'organizzazione di partito.
Nel momento in cui sembrava possibile una crisi d'identità con la causa abbracciata da poco, Koestler visse quella che chiama la sua "seconda luna di miele col comunismo". Sono gli anni della crociata antifascista, della cecità e della corresponsabilità dell'occidente di fronte all'avanzata nazista che porteranno la maggior parte degli intellettuali a stringersi attorno a iniziative preparate e suggerite dai comunisti. Artefice di questa stagione è il tedesco Willy Munzenberg, geniale organizzatore e propagandista verso cui Koestler nutre una stima e un affetto che non proverà per nessun altro comunista (e con cui collaborerà alla fine degli anni trenta nella battaglia antistalinista che lo avrebbe condotto a una fine prematura per mano di sicari comunisti).
Non vi è solo politica in questa autobiografia. La vita privata, affettiva e di lavoro, è sempre ugualmente presente, specialmente la seconda, irta di difficoltà ma anche di momenti piacevoli - come quello all'Istituto per lo studio del fascismo, chiuso troppo frettolosamente dalla mentalità burocratica e settaria del partito.
Mentre studia la storia romana che gli servirà per il romanzo sulla rivolta di Spartaco, il primo di quella sorta di trilogia su etica e rivoluzione cui apparterranno "Buio a mezzogiorno" e "Arrivo e partenza", Koestler si interroga sul comportamento irrazionale delle masse, e sulla scarsa attenzione del marxismo a questa evidente verità storica. Giunge poi la Spagna, che fa passare in secondo piano i mutamenti di strategia dell'Internazionale e gli stessi processi di Mosca. I dubbi di Koestler restano sospesi, mentre la sua vita è segnata dall'esperienza in una cella della morte franchista a Siviglia (raccontata in "Spanish Testament").
Sarà anche grazie all'impegno degli intellettuali se lo scrittore ungherese poté tornare libero. Un impegno apprezzato, ma di cui nell'autobiografia vuole mettere a nudo i limiti: "Spero di non apparire n‚ cinico n‚ ingrato mettendo in evidenza questo paradosso della mentalità del pubblico liberale a cui devo la vita. Gli uomini di buona volontà di quell'epoca combattevano con vista acuta e con ardore contro una forma di minaccia totalitaria alla civiltà ed erano ciechi o indifferenti all'altra. Tale parzialità forse è inevitabile; sembra sia quasi impossibile mobilitare le emozioni pubbliche per una guerra ideologica su due fronti".
È durante il giro di conferenze fatto in Inghilterra e Francia per raccontare le proprie vicissitudini spagnole che Koestler matura i suoi dubbi sul comunismo e mette in atto una serie di tentativi "inconsci" per farsi espellere senza avere il coraggio di dare le dimissioni. Pur sfiduciato ha ancora fede, spinto da una necessità psicologica di giustificazione e da un bisogno "epocale" di razionalizzazione. Fu il patto Hitler-Stalin a lacerare "l'ultimo brandello dell'illusione", facendo presto di Koestler un anticomunista impegnato a smascherare il sogno da poco infranto, a cercare di far prendere coscienza al mondo di cosa fosse divenuta quell'utopia cui aveva dedicato anni cruciali della sua esistenza (e che, neppure in seguito, si pentì mai di aver condiviso). Era una posizione difficile, che trovò all'epoca qualche seguace ma che negli anni della guerra fredda venne emarginata e schiacciata da un anticomunismo becero e settario come lo stalinismo e lo zdanovismo che diceva di voler combattere.
Koestler, con pochi altri e diversamente da ognuno di essi, fu protagonista e testimone di questo tentativo di cui non ha ritenuto necessario lasciare memoria compiuta (fin di scrivere questa autobiografia nel 1953; sarebbe vissuto ancora trent'anni). Il mondo, diceva, aborrisce i preti spretati, e gli ex comunisti "non sono solo delle noiose Cassandre, come lo erano stati i rifugiati antinazisti, sono anche degli angeli caduti che hanno avuto il cattivo gusto di rivelare che il paradiso non è quel posto che si pensa che sia" (p. 459). Oggi che tutti, i pochi comunisti e i molti ex comunisti, giurano di aver sempre saputo che non esisteva alcun paradiso, Koestler è ancora capace, col suo ostinato e anticonformista gusto della verità, di farci capire che la storia, individuale e collettiva, è un poco più complicata.