Scrivere lettere è sempre pericoloso

Elizabeth Bishop,Robert Lowell

Editore: Adelphi
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 12 febbraio 2014
Pagine: 445 p., Brossura
  • EAN: 9788845928567
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Descrizione
Scritte da due persone sofferte, lacerate, sempre a rischio, ma anche colte, brillanti, geniali, scritte di getto, telegrafiche o più spesso lunghe e a volte lunghissime, riprese nel corso dei giorni, ininterrotte nel corso di un trentennio, attraverso città, stati, continenti (da un quartiere all'altro di New York come da una sponda all'altra dell'Atlantico, da Boston a Key West, da Firenze a Washington, da Rio al Maine), le lettere di questo epistolario tra gli ultimi due grandi poeti americani sono debordanti di vita, allegre e atroci, piene di notizie e umori, pregne d'idee e pettegolezzi, alimentate da argomenti poetici, politici, economici, arricchite di veri e propri racconti. È amore a prima vista, e amore impossibile: per le crisi maniacali di lui, per le tendenze sessuali di lei. L'ala della follia, dell'alcolismo, del suicidio stende un velo d'ombra sui loro passi. Eppure amore è. Tutto congiurerebbe a separarli: l'eterno vagabondare dell'ulisside Elizabeth, donna dai molti percorsi, i suoi soggiorni prolungati nei paesi più lontani, le sue disavventure sentimentali, spesso tragiche; l'eterno battagliare con genitori, consorti, amanti, amici e soprattutto, sempre sconfitto, con se stesso dell'achilleo Cal, ultimo puritano dolorosamente innamorato di Dioniso. E invece nulla intacca mai davvero il loro legame: quella libertà segreta che hanno gli amanti innerva un'amicizia a briglia sciolta, dal tono cospiratorio, che non ha riscontro in altri grandi sodalizi artistici.

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    Cristiano Cant

    01/12/2014 11:51:57

    Carteggio di una sincerità umana più che dilaniante, scavo e specchio di due coscienze quasi al limite di una commossa insania creativa che però trova nelle rispettive lettere voce di confessione totale, riparo, furori placati. Le esperienze, i viaggi, l'inquieto smarrirsi nella propria mente e offrirsi alla pagina senza mezzo velo formale, l'acutezza con cui i risvegli del genio salvano da certe crisi profonde, l'amore e la stima che bussano e dispensano sollievo contro il grigiore restio dei giorni addosso. Due caratteri all'estremo, indecifrabili e vasti come il demone che li abita dentro, due forze che si dannano e si spremono in una sfida a volte terminale. Un vertice di solitudini destinate a soffrire le altezze della poesia e i disgusti della vita che si ostina a respingerla, uno di quegli incontri artistici non casuali che agiscono sul lettore con una sferza emotiva strepitosa.

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    Prendendo in prestito alcuni versi del Purgatorio dantesco, Antonio Tabucchi faceva ricorso alle atmosfere del mare per definire quella complessa categoria dello spirito che i portoghesi chiamano saudade: "è già l'ora che volge il disio / ai navicanti e 'ntenerisce il core". Poco oltre, nello stesso canto, Dante ritrae un'anima che nel silenzio di quel tramonto immobile si leva in piedi allo squillo di una campana lontana, con un cenno della mano invita alla preghiera e rivolgendo lo sguardo a oriente pare dire: "Non mi curo che di te!". Ci ricorda quell'anima il protagonista maschile di questo magnifico epistolario appena pubblicato da Adelphi ed egregiamente curato da Ottavio Fatica: trent'anni esatti di uno scambio fitto, denso, ironico, irrequieto fra due giganti della poesia americana. Robert Lowell è, al contempo, "navicante" dal cuore intenerito e anima assorta in preghiera. Perché la saudade che dilania il poeta e che percorre le sue lettere ("termine abusato" scrive Elizabeth Bishop da Rio in una lettera del 1958) non è mera nostalgia di qualcosa che ha perduto; piuttosto, è il greve rimpianto di qualcosa che non ha mai avuto, che non è mai stato, ma che ha saputo sognare accarezzare e nutrire, immaginandolo, per tutta una vita. È amore incondizionato e inconsueto quello che lega Robert a Elizabeth, un amore rincorso, mai consumato e non per questo frustrato, al punto da nutrire il sospetto (per citare la poetessa di Amherst che entrambi adorano e alla quale lui la paragona, riconoscendola persino migliore) che sia il desiderio stesso ad essere "dono desiderato che nessun dono riuscirà a soddisfare". Desiderio liquido e possente come acqua di mare, secrezione salata che imbeve le pagine, irrora di "colore e pace" ma brucia le ferite: "gli scarti umorali sono algebricamente correlati con il tempo e le maree" scrive Elizabeth al suo caro Cal, nomignolo riservato agli intimi, che sta per "Calvino, Caligola, Calibano, Calvin Coolidge, Calligrafia, tanto per essere impietosi". Mentre lui, non distogliendo mai lo sguardo dal suo oriente, confessa la preoccupazione di perdere il loro "fluido andirivieni" e di provare l'acuta sensazione che gli manchi "qualcosa o qualcuno, e quella sei tu… Le lettere non sono un'alternativa valida. Torna per una visita prolungata…". A Dona Elizabetchy, come la chiamano in Brasile dove vive per tredici anni con la compagna Lota de Macedo Soares, Lowell avrebbe persino voluto dichiararsi, ma poi... Lo rivela nella lunga lettera del 15 agosto 1957 nella quale rammenta una frase rimasta incagliata nella memoria, sospesa in quella limpida giornata di sole trascorsa a nuotare: "Quando scriverai il mio epitaffio", lo aveva pregato Elizabeth, "devi dire che ero la persona più sola che sia mai esistita". La solitudine è infatti il tipo di "sofferenza" in cui si sente più ferrata, la sua personale "bassa marea" per quanto a tratti, come scrive nel 1960, soavemente ricercata: "Ho sempre coltivato la fantasia di essere un guardiano del faro, completamente sola, senza nessuno a interrompermi mentre leggo o sto soltanto seduta". E persino quando cederà alla tentazione di lasciarsi distrarre dal mondo e di affittare un televisore (quella "cosa ultramoderna" di cui non vede l'ora di sbarazzarsi) sarà unicamente per la speranza (vana) di vederlo alla National Convention di McCarthy a cui Lowell nel 1968 offre il suo sostegno. È un costante mancare e mancarsi, e persino quando si ha la sensazione che uno dei due abbia finalmente afferrato un qualche segmento di vita, questo si dimena dalla presa, scivola dalle mani, schizza via viscido come un pesciolino: "Hai mai provato a ripescare le tue radici?" scrive Lowell da Boston nel 1954, anno del suo terzo episodio maniacale. Intanto, nell'attesa, le loro esistenze sono tutt'altro che immobili. Una giostra di spostamenti attraverso stati e oceani, tutto un affittare e vendere e comprar case, un fare e disfare valigie, riempire e svuotare scatoloni ricolmi di libri e di buona musica che li accompagnano a ogni nuovo impiego, docenza, residence, soggiorno di studio. E a ogni viaggio autori nuovi (Pound, Moore, Ginsberg, Tate, Frost, O'Connor, Rich) che affollano le stanze delle loro case e le pagine delle loro lettere, zeppe anche di inezie e confidenze gustose e pettegole ("non farne parola a nessuno" ripete spesso lui). Ma pregne, soprattutto, di poesia: miccia della loro amicizia, carburante inesauribile del loro reciproco affetto. È grazie alla poesia che s'incontrano, nel 1947, a casa del critico Randall Jarrell. Emotivamente sono entrambi a pezzi: lui ha appena concluso il matrimonio con la scrittrice Jean Stafford e si è allontanato dal cattolicesimo; lei ha cominciato una terapia per combattere la depressione, l'asma e l'alcolismo. D'altro canto, però, è anche l'anno dei riconoscimenti: Lowell vince il primo dei due premi Pulitzer per la raccolta Lord Weary's Castle, Bishop una fellowship per la Guggenheim Foundation e vola a Washington D.C. a registrare le sue poesie per la Library of Congress. Ma nella lettera del 18 dicembre 1974, Lowell rievoca quel loro primo incontro scrivendo "eravamo giovani e nuotavamo incontro all'acqua che ci piombava addosso, e boccheggiavamo", al che lei ribatte: "Ti prego, ti supplico non parlare così spesso di vecchiaia, mio caro, vecchio amico! Mi fai venire la pelle d'oca… La cosa che Lota tanto ammirava di noi nordamericani erano la giovinezza e l'energia messe in campo, la nostra indomabilità. e credo che avesse ragione! (…) Io non voglio sentirmi anziana". E così sarebbe andata: anziana non sarebbe stata mai. Nemmeno negli ultimi anni brasiliani rattristati dalla povertà, nemmeno dopo il suicidio di Lota, nemmeno dopo le numerose altre morti volontarie che avrebbero falciato il firmamento della poesia americana: Sylvia Plath, John Allyn Berryman, Ann Sexton. Perché anche questo avrebbe fatto la poesia: conservare intatta la loro fulgida, disperata, inventata giovinezza.   Daniela Fargione