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Michele Serra

Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2013
Pagine: 108 p. , Brossura
  • EAN: 9788807018343
  Il tema della relazione tra genitori e figli e del rapporto di questi col mondo è stato di grande attualità negli ultimi anni, proponendo, per i giovani, definizioni diverse a seconda delle persone e delle circostanze nelle quali è stato affrontato: dai celebri "bamboccioni" del ministro Padoa- Schioppa, ai ragazzi italiani troppo choosy quando si tratta di dover cercare (e accettare) un impiego (Elsa Fornero); dai ventottenni definiti "sfigati se non ancora laureati" dal giovanissimo e molto bene introdotto viceministro Michel Martone (col quale proprio Serra solidarizzò in un'Amaca del 25/01/2012) fino ai "mammoni" del ministro Cancellieri e alle recenti dichiarazioni di John Elkann. Michele Serra si inserisce con Gli sdraiati nel solco di questa querelle, diminuendo appena l'età dei suoi bersagli e realizzandone un ritratto gustosissimo che rasenta per accuratezza la descrizione etnografica: "tracce di fanghiglia e foglie secche" sul tappeto; "il lavello pieno di piatti sporchi", "macchie di sugo ormai calcinate" e un generale "puzzo di rancido" in cucina, mentre nella casa regna il "tanfo di sigarette" le cui cicche rigurgitano dai posacenere; infine, "in bagno, asciugamani zuppi giacciono sul pavimento". Questo è l'habitat degli "sdraiati", descritto nella parte iniziale del romanzo, in cui la nota firma di "Repubblica", oltre ad ispirare un immediato senso di vicinanza alle sue sofferenze, manifesta l'intento realmente apprezzabile d'interrogarsi sulla crescita dei figli, sul loro diritto-dovere alla ricerca dell'indipendenza e sulle ragioni della loro apparente indifferenza nei confronti dell'altro. Il testo si sviluppa come una sorta di lettera aperta che un padre scrive ad un figlio ventenne, alla ricerca di un diverso e più efficace canale di comunicazione, mettendo in scena il rapporto tra i due, fatto d'incomprensioni, di silenzi (del figlio), di stupori ed irritazioni (del padre). Ma è l'univocità di questa messa in scena la principale debolezza di un romanzo che non lascia mai la parola alla controparte: il padre parla e domanda, il figlio dovrebbe ascoltare e rispondere. Molto si è detto (e si potrebbe dire) dell'eccessivo personalismo di Serra nel romanzo, sebbene egli stesso abbia sovente ripetuto di aver inteso parlare dei padri più che dei figli. Eppure in questo libro che vorrebbe rappresentare una generazione, come suggerisce l'ingegnoso titolo plurale, si percepisce lo squilibrio tra lo spazio destinato ai figli e lo spazio che invece Serra riserva a se stesso. Sono solo i desideri dell'autore a essere rappresentati, la sua visione del mondo, le sue ansie e le sue paure, il suo senso del giusto e dell'adeguato. Ciò spiega il notevole successo editoriale di questo libro, con il quale una "larga fetta di adulti occidentali" ha potuto trovare voce nella scrittura brillante e caustica di Serra. Nel rapporto col figlio non funziona nemmeno il tentativo della parodia: "verificare lo stato di decomposizione dei cibi prima di ingoiarli" o "lasci i tuoi peli nel bidé per motivi religiosi?" Il problema, che lo stesso Serra inconsapevolmente sfiora autodefinendosi un "relativista etico", è l'incapacità di questi "dopopadri" di stabilire criteri e limiti certi. Per queste ragioni la domanda chiave che l'autore si pone, "se questo muro indivisibile sia la semplice riedizione dell'eterno conflitto tra genitori e figli" o se siamo di fronte ad una cesura storica che non ha precedenti, non è coerente con le risposte che Serra stesso si attende. Se "la cura del mondo è un'abitudine che si eredita" e che sembra apparentemente mancare nel figlio e nei suoi coetanei (rappresentati in apertura di romanzo dalla riuscita figura dell'apatica amica Pia) credo che la domanda sacrosanta da porsi sia: di chi è la responsabilità? Il fallimento di un genitore può derivare proprio dal non essere stato capace di trasmettere l'attenzione per le cose, di insegnare il senso del bello, di far comprendere che "la cura di se stessi è inseparabile dalla cura dei propri posti". E, soprattutto, di alternare carezze e regali tecnologici con sodi e ben assestati calci nel fondoschiena. Serra scrive da padre, il suo sguardo è rivolto indietro ad abbracciare il passato. Forse quando il sentiero della vita varca il colle e ci si accorge con timore e rammarico che di fronte a noi sta la pista in discesa che conduce a un fondovalle nebbioso che prima o poi c'inghiottirà; forse allora lo sguardo sulle cose si arricchisce di quella manciata di tempo in più che vale a farcene apprezzare maggiormente la bellezza. Se Serra si stupisce che il ragazzo non sia pronto ad accompagnarlo sull'immaginario colle della Nasca (reiterato invito al figlio che funge da modulato refrain dell'intero romanzo) o che, sveglio alle sei del mattino come lui, con una tazza di caffè nero e bollente in mano, non sia incline a lasciarsi intiepidire il cuore dal dorato sole nascente che bacia le colline delle Langhe, forse questo stupore trova la sua ragione di esistere non tanto nella mancanza di sensibilità del figlio (che preferisce dormire fino all'ora di pranzo) quanto nel fatto che ognuno arriva alla scoperta della bellezza nei suoi modi e coi suoi tempi. Magari non a diciannove anni ma a venticinque, o a cinquanta. O mai.     Niccolò Pagani    

Qualcuno sostiene che fare il genitore sia un mestiere “impossibile” e che il miglior genitore che ti possa capitare sia quello pienamente consapevole del fatto che il suo ruolo è, appunto, impossibile da sostenere. In fondo è una questione di autorità e di capacità di farsi ascoltare senza per questo invadere gli spazi, senza prevaricare, senza imporre il proprio punto di vista, senza sembrare arroganti, o troppo pesanti, o maturi, o pieni di sé, più esperti, più ricchi, più potenti. Senza sembrare genitori, insomma.
Il grande paradosso con cui si confronta in questo libro, un po’ romanzo e un po’ diario, Michele Serra, giornalista e autore televisivo, opinionista e opinion leader di un’intera generazione di ex giovani promettenti e ribelli, è proprio questo: è possibile riuscire a partecipare alla vita dei propri figli adolescenti? Magari senza farne parte pienamente, senza farsi includere nelle conversazioni e nei progetti, ma almeno farsi inquadrare nel loro spettro visivo? Attirare per un attimo la loro attenzione?
Suo figlio “Tizio”, come lo chiama l’autore, è il classico adolescente diciottenne. Michele Serra passa molto tempo ad osservarlo, senza destare per altro la minima reazione, cercando di comprendere la sua natura intrinseca, senza mai arrivare a una verità consolidata. Forse si avvicina un po’ a cogliere la sua essenza un pomeriggio in cui racconta:
«Eri sdraiato sul divano, dentro un accrocco spiegazzato di cuscini e briciole. Annoto con zelo scientifico, e nessun ricamo letterario. Sopra la pancia tenevi appoggiato il computer acceso. Con la mano destra digitavi qualcosa sullo Smartphone. La sinistra, semi-inerte, reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo di chimica, a evitare che sprofondasse per sempre nella tenebrosa intercapedine tra lo schienale e i cuscini, laddove una volta ritrovai anche un würstel crudo, uno dei tuoi alimenti prediletti. La televisione era accesa, a volume altissimo, su una serie americana nella quale due fratelli obesi, con un lessico rudimentale, spiegavano come si bonifica una villetta dai ratti. Alle orecchie tenevi le cuffiette, collegate all’iPod occultato in qualche anfratto: è possibile, dunque, che tu stessi anche ascoltando musica». Il risultato è una strana “evoluzione” della specie, in cui il genere umano come lo abbiamo conosciuto finora, compresa l’avanguardia di sinistra borghese dell’autore, assiste inerme alla proliferazione dei terminali ricettivi degli adolescenti. Occhi, orecchie, sensi, polpastrelli, ricevono quantità di dati eterogenei e di dubbia provenienza, dando in cambio il nulla. Zero dialogo. Zero dialettica. Zero attività. Sono sdraiati, incapaci di portare a termine qualsivoglia lavoro. Senza chiudere mai il cerchio delle loro vite, aprono gli armadi, i cassetti, le porte, senza richiuderli, tirano fuori una bottiglia dal frigo senza riporla, aprono mille finestre senza mai uscirne. Per la prima volta nella storia del mondo i vecchi lavorano e i giovani riposano.
Mano a mano che la scrittura va avanti, descrivendo scene avvilenti di vita quotidiana a di reciproca ignoranza, dallo shopping in centro alla vendemmia nelle Langhe, Michele Serra immagina di scrivere il suo grande romanzo inedito dall’impianto epico che impegnerà gli ultimi anni della sua vita, La Grande Guerra Finale, quella tra vecchi e giovani, una grandiosa epopea bellica che vedrà scontrarsi i numerosissimi vecchi, più resistenti e risoluti, e i pochi sonnolenti giovani in una guerra all’ultimo sangue. Prima che la battaglia abbia inizio e che la sua generazione perisca sotto la spinta di questi nuovi organismi mutanti, Serra coltiva un unico grande desiderio: vuole che suo figlio lo segua in una scalata al Colle della Nasca, una cima brulla e spazzata dal vento di tremila metri, un vecchio sentiero di montagna che lui faceva sempre con suo padre. Forse è il desiderio di essere sorpassato su quella cima ad ossessionarlo, o soltanto il bisogno impellente di cambiare prospettiva e di sdraiarsi, per una volta, mentre suo figlio incombe alto su di lui.
Gli Sdraiati è un libro tenero e struggente, in cui la consueta ironia e la forza satirica di Michele Serra si alterna a momenti di grande nostalgia e lirismo.

Recensioni dei clienti

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    Aledifra

    24/02/2016 17.38.55

    Carino. In alcune parti divertente e ironico in altre un po' noioso.

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    Oscar goes to ....

    11/12/2015 12.14.25

    Se hai figli di quell'età non può non piacerti. I nostri figli sono i dottori che ci cureranno, gli avvocati che ci difenderanno e i professori che educheranno i nostri nipoti. Che paura, ma diamogli fiducia perché, sotto sotto, non sono così male, anzi, sta a vedere che saranno meglio di noi.

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    cristina

    08/03/2015 16.39.50

    Un libretto che si legge agilmente, ben scritto, ironico e che per fortuna non gioca a compiacersi troppo. "Adesso si suda e si tace", perfetto slogan per tutti quelli che amano la montagna, il camminare e il lasciare fluire i propri pensieri. Un invito alle giovani generazioni e non solo, anche a quanti restano eccessivamente attaccati ai vari fili elettrodomestici. Ho trovato fuori luogo e ridondanti i due capitoletti della Grande Guerra Finale. Nel complesso un testo simpatico, che perlomeno fa sorridere e dona un po' di leggerezza.

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    zenzero

    06/12/2014 20.00.14

    Non è il Serra pungente della amaca ma un riflessivo genitore che osserva, critica, e soprattutto spera in un futuro per i propri figli. Mi ritrovo in quello che viene raccontato(anche se qualcuno lo legge come ovvietà)e non sono d'accordo con chi dice che si hanno figli "sdraiati" perché li si lascia sdraiare. La generazione dei ragazzi di oggi è effettivamente difficile da spronare. I ragazzi agiscono solo come conseguenza di spinte che sentono al loro interno e sembra che nessuno dei nostri consigli o esempio li interessi. Eccezion fatta per la guerra di Brenno Alzheimer che aspira ad un genere fantasy non convincente, il resto del libro mi è piaciuto soprattutto il finale che trasmette speranza.

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    Marcello

    23/11/2014 18.02.14

    Non avevo mai letto Serra. Un libro noioso, di cose dette ma reali, l'epilogo un meglio , con il più sincero augurio per questi giovani che possano vincere la loro guerra per davvero.

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    vale

    04/11/2014 14.58.40

    da leggere

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    Isabella-29 anni

    03/11/2014 09.04.56

    Sopravvalutato. Noioso. Pieno di ovvietà.

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    Julia

    28/10/2014 08.30.12

    Bravissimo Michele Serra a rendere con eccezionale ironia (e autoironia) lo sconcerto degli adulti di fronte al moderno blob di masse adolescenziali il cui comportamento ci appare alieno. Si ride e si riflette, si confrontano i presenti e passati modi di essere giovani e non si trovano risposte, ma forse una speranza finale. Bellissimo.

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    Adriana Rosas

    13/10/2014 09.22.29

    Michele Serra propone una riflessione agrodolce su se stesso come padre (rappresentante, però, di una generazione, quella dei sessantottini) e sul proprio figlio (anch'esso rappresentante di una generazione, quella degli sdraiati). Ne esce un libro - non un saggio di psicologia sociale o di sociologia, ovviamente - intelligente, a tratti divertentissimo. Il capitolo migliore è, a mio parere, quello sul "negozio di felpe": leggendolo, sono morta dal ridere, ripensando al vero - riconoscibilissimo - negozio a cui si riferisce, anche se questo negozio viene usato per parlare di un fenomeno sociale negativo, il trionfo del narcisismo. L'originalità del libro non sta tanto in ciò dice, ma nel modo in cui lo dice: il padre guarda al figlio, ne parla e gli parla senza cattiveria, senza rimproveri, ma con amore, con rispetto, cercando di capire; così fa anche con se stesso e con gli altri padri, perdonandosi (forse un po' troppo!). Bellissimo, comunque, il finale.

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    chiara

    23/09/2014 14.55.53

    Da ridere il dialogo tra la mamma e il professore e qualche altro passo, ma per il resto quante ovvietà! Come ha fatto a vendere tanto? Sono veramente i misteri dell'editoria...

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    Erica

    03/09/2014 10.50.37

    Una delusione. Per il modo in cui è scritto, l'ho trovato anch'io molto superficiale, non ho ancora figli adolescenti, ma credo e spero non siano tutti come quelli descritti nel libro!

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    laguby

    01/09/2014 09.33.43

    Un romanzo sul rapporto padre-figlio? No, molto di più. Questo gradevolissimo libretto di offre spunti di riflessione divertenti e malinconici, garbati e profondi, sull'essere giovani e sul diventare vecchi. Michele Serra ci mostra con intelligenza e ironia come si voglia7si debba/si possa cercare di confrontarsi tra generazioni diverse i8ntorno al concetto di libertà, al rispetto delle tradizioni, all'idea di natura? La Grande Guerra Finale, di cui il protagonista scrive mentalmente i vari incipit nei momenti meno opportuni, è l'eterno conflitto tra giovani e vecchi: gli uni gloriosi corpi in movimento, gli altri irriducibili lentissime tartarughe. Decisamente ben riuscita la parte dedicata ai commessi dei negozi di moda giovane: non più ragazzi e ragazze ma manichini viventi, in un mondo che esalta il corpo come tabernacolo dell'Io e non vede la deriva verso la contemplazione soltanto di se stessi Molto divertente è la descrizione dello "sdraiato" alle prese con 4-5 attrezzature elettroniche contemporaneamente, versione moderna dell'evoluzione della specie. Leitmotiv di tutto il libro è l'invito a salire, insieme, il Colle della Nasca: il padre si fa supplichevole e intimidatorio, rabbioso e petulante per quella che è - a suo avvios - catarsi personale e "passaggio di consegne".

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    Claudio Secci

    30/08/2014 17.40.28

    Al termine del pasto mi sono sentito sazio ma con un retrogusto non eccellente in bocca. Trovo geniali alcuni frammenti, come la descrizione dell'amore fra genitori e figli quando da istintivo dovrebbe diventare meditato e reale, con l'avanzare dell'età ed i due corpi che diventano simili. Non capisco le ingenerose critiche riguardo la banalità su alcuni contenuti: un libro va assaporato a prescindere dai trascorsi letti da ognuno di noi, e la personale esperienza di Michele (o quella che ha voluto donarci) è fatta anche di luoghi comuni come è naturale che sia come di scorci assolutamente singolari ed autentici, che ho trovato preziosi. Stilisticamente scorre con un'andatura da documentario, alternato a brevi tratti narrativi, il tutto molto curato a livello lessicale senza però trascurarne la scorrevolezza generale. Si ha subito la sensazione di tuffarsi nel sermone di un padre maturo, di grande saggezza, con una leggera esagerazione nei toni, nell'inadeguatezza e disagio di un adulto che sembra ad una distanza cosmica nonostante i soli trent'anni di differenza dalla realtà del figlio. Un punto di vista assolutamente piacevole e per molte parti inedito rispetto a similari testi precedenti di altri autori.

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    dubbioso

    03/08/2014 20.54.32

    Letto.ma non finito Non comprato.avuto in regalo(e ho dovuto ringraziare)Superficiale.retorico.intriso di quel moralismo radical chic del suo autore Il marketing editoriale farà vendere tante copie:peccato

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    pedro

    30/07/2014 08.35.20

    No dai, 5 su 5 meritati. Sinceramente non capisco i detrattori (dovrei andare a vedere che altro leggono, ma non ne ho voglia). Se, come dicono, il contenuto fosse scontato, l'Italia sarebbe un paese migliore. Ma la semplicità non è una nostra prerogativa. Come dice Richard Ford: «è la vita, la mediocrità della vita, una freddezza che c'è in ognuno di noi, un'impotenza che ci porta a fraintendere la vita quando è pura e semplice, che fa sembrare la nostra esistenza un confine tra due nulla, e che ci fa essere né più e né meno come animali che si incontrino per la strada: guardinghi, inesorabili, privi di pazienza e di desiderio». Dai, smettiamola di essere guardinghi, criticoni e invidiosi. Michele Serra non è scontato, ci descrive il mondo con grande semplicità.

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    sergio

    27/06/2014 21.17.13

    libro semplice quasi banale, e per chi si ritrova con figli "sdraiati" è perché li ha lasciati sdraiare e rincoglionire!!!!!!!

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    Mauro

    04/06/2014 14.18.53

    Ma basta un nome di grido, un editore importante, un raccontino dal ritmo sincopato e pieno zeppo di metafore a fare un libro? No, certamente. I 10-12 euro si possono spendere molto, ma molto meglio.

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    Silvia

    20/05/2014 09.24.16

    Lungo monologo un po'pretenzioso, ma tutto sommato non male. Pieno di ironia.

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    marcostraz

    16/05/2014 15.28.20

    Libro interessante, specialmente nella seconda parte...pecca forse di qualche eccesso di estremizzazione, però nella seconda parte si redime in parte, anche se il finale è un pò troppo da "happy ending"...

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    silvia

    09/05/2014 14.40.52

    E' vero che scrive cose già dette, un po'scontate e che i luoghi comuni abbondano.Ma è altrettanto innegabile, che la prosa è brillante, il ritmo veloce e l'ironia la fa da padrona. E' un breve saggio, leggero ma amaro che si legge volentieri.

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