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James Stephens

Traduttore: A. Ravano
Editore: Adelphi
Edizione: 3
Anno edizione: 1985
Pagine: 215 p.
  • EAN: 9788845906114

(scheda pubblicata per l'edizione del 1985)
scheda di Cataldi, M., L'Indice 1986, n. 3

Questo lungo racconto, in cui i protagonisti si fanno narratori di storie, incomincia ai piedi di una deserta collina, "la porta del paradiso, dell'inferno e del purgatorio". Qui si posano tre angeli, Finaun, Caeltia e Art (nomi irlandesi, ma "più di ottocento anni fa un santo famoso informò il mondo che la lingua parlata in cielo era il gaelico, l'idioma più bello che esista"). Essi si imbattono nello stagnino girovago Padraig Mac Cann e in sua figlia Mary, e con loro spontaneamente si accompagnano; perché angeli e girovaghi sono simili e " il loro concetto del bene e del male coincideva quasi perfettamente". Gli incontri, le piccole avventure, le storie che si raccontano punteggiano la vicenda che ha lieto fine: la gioiosa unione dell'essere maschile e femminile, del divino e dell'umano, di fantasia e realtà. Il lettore italiano, che aveva scoperto la dimensione magica dell'Irlanda nel capolavoro di Stephens, "La pentola dell'oro" (Adelphi, 1969), ritrova in "I semidei" molte delle caratteristiche dell'arte di narrare di questo amabile dublinese. Stephens (1880? - 1950) fu un nazionalista appassionato, un poeta, un abilissimo "storyteller". Ciò che anche qui più si apprezza è l'ironica naturalezza con cui sa trattare il prodigioso, nel solco di un'antica tradizione narrativa che ha per tema centrale il dissolversi dei confini tra il mondo degli uomini e gli altri mondi.