Recensioni Semplicemente Gutiérrez

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    14/08/2016 13:38:02

    Le apparenze possono non ingannare se lo fanno per mestiere, la realtà spesso va ingannata per necessità. Un fondo ben incastonato di tremori circuisce troppo il nudo ritratto di noi stessi, lo svende, lo annienta, e dunque non resta, a fronte di cotanta fragilità, che deviare nel facile universo del virtuale. Assenza e presenza, identità e alter ego, zigomi di schermate e autentico volto. Quale prevale? Chi narra è aiutato in questo da ciò che lo fa vivere, quei mille fili confusi che il comando ricevuto deve pur allineare. Un ghost writer: oggi si scrive di oroscopi mai sentiti, domani di un Far West feroce, domani 'altro ancora di vampiri, e un'altra volta ancora di eroi messicani o di aforismi alla buona. Manuali di terz'ordine, libercoli insensati che permettono di tirare avanti. Il falso che s'insinua nelle arterie del vero nutrendolo fino a cosmi di totale inappartenenza. Il tutto in un carattere maniacale, abitudinario, pervaso da piccole ossessioni, comode ripetitività, come scadenze interiori che l'io non può disconoscere, e che, nel momento in cui gli incarichi finiranno, spezzeranno ogni visione e ogni giornata in briciole di smarrimento senza ritorno. Conserva nel suo cuore l'idea, il progetto di un romanzo autentico, ma non sapremo mai - e neanche lui saprà in verità - di cosa trattasse davvero. Indecifrabili leggi del presente, stanche fissazioni che logorano pian piano ogni scatto naturale, memoria disastrata fra un finto desiderato nell'erotismo di chat invitanti e un finto ben ossequiato nelle pagine dei doveri. Romanzo di solitudine insalvabile, di progetti rincorsi forse senza crederci tanto, di fredda editoria. "Elaborare una perdita virtuale è più duro e penoso che elaborare una perdita reale". Non so se è vero, ma so che Gutierrez ci crede, ed è in quel nervo che bisogna accostarsi alle sue corde, triste gomitolo che cresce facendo sempre lo stesso giro dell'isolato.

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    26/11/2014 19:32:47

    romanzo surreale che ha un suo fascino nella figura dell'ingenuo e disadattato protagonista. peccato per la forma linguistica, che porta all'estremo l'espediente della ripetizione di nomi, oggetti e intere frasi: richiama certo volutamente la maniacalità del personaggio, ma alla lunga risulta pesante e costringe a procedere per salti tra le righe.

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