La sentenza. Concetto Marchesi e Giovanni Gentile

Luciano Canfora

Collana: La diagonale
Edizione: 2
Anno edizione: 1985
In commercio dal: 19 aprile 1985
Pagine: 368 p.
  • EAN: 9788838903489
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recensione di Bertelli, S., L'Indice 1985, n. 9

Alle 13,23 del 15 aprile 1944 Giovanni Gentile veniva ucciso, di fronte alla villa del bibliofilo Tammaro De Marinis, nella quale era ospite al Salviatino, là dove la strada lascia l'Affrico per inerpicarsi verso Fiesole. Chi diede l'ordine dell'attentato? chi materialmente lo eseguì? quali le responsabilità per una morte che divise allora e tutt'oggi divide gli uomini di cultura italiani? Sin da quell'aprile di guerra, di ipotesi ne sono state avanzate tante: l'ordine parti dagli Alleati, attraverso radio Londra; fu una faida interna tra fascisti; fu un atto della Resistenza comandato dal Cln (ma il Cln toscano subito lo smentì); fu un'azione voluta dal Partito Comunista al di fuori del Cln; fu l'azione autonoma di uno o più giovani comunisti, spinti ad agire da un infuocato articolo di Concetto Marchesi, apparso tempo prima sulla stampa clandestina.
Bisogna riconoscere che, nella ricostruzione dell'attentato a Giovanni Gentile, Luciano Canfora non ha tralasciato alcuna pista. Come in un classico del giallo, il lettore ha in mano tutti gli elementi per risalire sia all'attentatore, sia al mandante di quell'omicidio.
Il nome dell'attentatore lo si conosceva sin dal 30 gennaio 1947, quando "L'Ammiraglio Esteba" (alias Attilio Crepas) raccoglieva e pubblicava sul foglio di destra "Brancaleone" un'anonima e ben informata confidenza su quell'episodio. Si trattava di Bruno Fanciullacci, eroico gappista fiorentino, suicidatosi dopo l'arresto, appena resosi conto fino a che punto i suoi carcerieri fossero a conoscenza della struttura clandestina del proprio partito. Con Fanciullacci erano però altri gappisti: secondo l'informatore di Crepas tre, secondo altre fonti quattro. Alcuni nomi sono stati fatti molto più tardi, nel 1981 dal più giovane dei partecipanti ai gruppo di fuoco di quell'aprile 1944: Luciano Suisola, e confermati da Cesare Massai nel volume miscellaneo "I compagni di Firenze" ( 1984). Essi sarebbero stati, oltre a Fanciullacci e allo stesso Suisola, Antonio Ignesti, Giuseppe Martini e un quinto, soprannominato "il Capitano" e che Canfora crede di riconoscere in Marcello Serni (p. 272), altro gappista fiorentino successivamente coinvolto, il 12 luglio, in un fallito attentato ad un capitano della guardia repubblichina che provocò la decimazione della struttura militare comunista.
Queste testimonianze non hanno tuttavia smentito la tesi di un'iniziativa dal basso, maturata autonomamente da "un gruppo di giovani generosi", influenzati dalla risposta di Concetto Marchesi all'appello di Gentile, "Ricostruire", stampato sul "Corriere della Sera" del 28 dicembre 1943. Tesi subito avanzata da Palmiro Togliatti commentando a caldo l'attentato e di nuovo ribadita, nel 1958, da Orazio Barbieri - testimone e attore di quei giorni fiorentini - nel suo libro "Ponti sull'Arno": i comunisti, "pur non avendo il loro partito deciso l'uccisione di Gentile, non potevano disapprovare quell'atto vindice e giustiziere compiuto da giovani patrioti" (p. 162).
Giungiamo così al mandante. L'aveva indicato, sul numero di luglio 1944 di "Rinascita", lo stesso Togliatti, col ristampare, firmandola, la risposta di Marchesi all'appello gentiliano alla "concordia degli animi".
Questo testo ha una storia complicata alle spalle. Disubbidendo agli ordini di partito, Marchesi era rimasto al suo posto di Rettore dell'Università di Padova anche dopo i 45 giorni badogliani. Aveva trasgredito daccapo alle richieste del partito che lo voleva a Roma e si era rifugiato in Svizzera, subendo per questo una "grave misura disciplinare" (la sospensione?, cfr. L. Longo, "I centri dirigenti del PCI nella Resistenza, Roma 1973: p. 14). Persi i contatti col proprio partito (v. qui, p. 111), Marchesi era entrato in rapporto col gruppo azionista luganese di Alberto Damiani e Adolfo Tino, adibito al servizio di collegamento tra il CLN e gli Alleati. Ora proprio Damiani, il 22 febbraio, inviava a Radio Londra, con indicazione di paternità, la replica di Marchesi a Gentile. Quello stesso testo appariva, a due giorni di distanza, sul giornale luganese "Libera stampa" con l'indicazione (fornita con ogni probabilità dallo stesso Marchesi): "così Marchesi ha risposto a Gentile sul giornale clandestino del Comitato di Liberazione Nazionale del Veneto 'Fratelli d'Italia"'. A quella data, però, Marchesi aveva solo inoltrato (ancora tramite Damiani?) il suo testo in Italia dove il foglio veneto lo stampava, siglando con tre asterischi, nel numero datato "15 marzo" (ma nel quale era data notizia dell'invasione tedesca dell'Ungheria, avvenuta il 21 di quel mese).
Come già nell'appello rivolto agli studenti al momento di abbandonare Padova, Marchesi rifiutava l'impossibile concordia: "La spada non va riposta, va spezzata. Domani se ne fabbricherà un'altra? Non sappiamo. Tra oggi e domani c'è di mezzo una notte e un'aurora".
Questo stesso testo, daccapo anonimo, era successivamente ripreso a Milano dal foglio clandestino comunista "La nostra lotta", in un numero datato genericamente "marzo 1944". E vero che alcune copie circolanti a Firenze e a Roma recano la data "15 febbraio", ma esse debbono essere posteriori alla copia milanese, perché è a Milano che Girolamo Li Causi interviene sull'articolo modificandone sia il titolo sia la chiusa finale. "Rinascita fascista e concordata degli animi" diviene adesso "Rinascita fascista: tribunali assassini" e il finale è modificato in modo minaccioso: "La spada non va riposta finché l'ultimo nazista non abbia ripassato le Alpi, finché l'ultimo traditore fascista non sia sterminato. Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: MORTE! ".
Marchesi dunque mandante dell'assassinio di Gentile? Naturalmente è questa seconda versione che Togliatti accredita su "Rinascita", mentre è l'altra, quella genuina, che Marchesi ristamperà, a liberazione avvenuta, in un suo opuscolo: "Pagine all'ombra". Marchesi allora, o non Li Causi il mandante morale? Marchesi, ricorda De Feo nel suo Diario "aveva fatto giungere a Napoli un suo scritto di violenta polemica con Gentile" e poiché è il testo "Li Causi" che Togliatti stampa, Canfora ne deduce che "la modifica finale era stata a suo tempo apportata col suo consenso" (di Marchesi), "che egli l'aveva fatta propria" (p. 268). Ma lo stesso De Feo aggiunge che il testo era stato cambiato, "da Spano o dallo stesso Togliatti" e poco importa se la notizia è inesatta. Importa il fatto che De Feo testimonia che il testo di Marchesi era stato modificato in sede redazionale (a Milano e non a Napoli). Del resto, come poteva Marchesi "concordare" con Li Causi la modifica del finale del proprio articolo (v. qui p. 138), se aveva perso i contatti col partito? Non aveva scritto Secchia, il 12 Febbraio del '44, "il professore non ha voluto venir giù. Data la nuova situazione creatasi riteneva impossibile l'arrivare. È andato in Svizzera" (v. Longo, "I centri dirigenti", p. 339)? Era dunque in buona fede Marchesi, quando inviava Pietro Pancrazi da Federico Gentile, per chiarire che quella "sentenza" lui non l'aveva mai pronunciata!
Un romanzo giallo che si rispetti deve avere disseminate qua e là una serie di piste false ed anche queste sono minutamente distribuite nel testo di Canfora. Gentile, a Firenze, si era molto adoperato per pacificare gli animi ed era intervenuto presso il prefetto Manganiello più volte, per salvare degli antifascisti caduti nelle mani della banda Carità (tra gli altri, Aldo Braibanti, allora organizzatore del "Fronte della gioventù"). Un ponte verso i socialisti, per una "repubblica sociale" da costruirsi sulle rovine della guerra, era lanciato, in quegli stessi giorni, da "Giramondo" (pseudonimo di Mussolini) dalle colonne del "Corriere della Sera". Fantasie politiche, che tuttavia erano ferocemente osteggiate dai più irriducibili fascisti e, tra essi, da Ezio Maria Gray, acerbo critico dello stesso Gentile, accusato di debolezze "badogliane" (il suo carteggio col ministro Severi durante i 45 giorni). L'attentato dell'aprile avrebbe allora avuto una matrice fascista? È il dubbio insinuato da Curzio Malaparte al suo arrivo a Firenze al seguito degli Alleati. Ancor più esplicitamente, Cesare Matteucci, nobile di Pescia affiliato al Partito Liberale, il 18 ottobre 1961 ha raccontato a Carlo Francovich di aver raccolto, subito dopo l'attentato a Gentile, all'Albergo Excelsior di Firenze, le confidenze di un certo Biagini, "che, sotto l'effetto dell'alcool, si lasciava andare a confidenze estremamente delicate". Ebbene, costui avrebbe detto che "la morte di Giovanni Gentile fu decretata in una riunione alla quale partecipò Pavolini e fu eseguita da fascisti fiorentini".
Canfora, naturalmente - e con lui il lettore più scaltrito - non si lascia confondere da questa pista, ma non la respinge del tutto. Anzi ne aggiunge una terza: nello stesso giorno dell'assassinio, sulla "Tribune de Gen‚ve" appare un "prenecrologio" di Gentile, a firma "Aristide Aris" (che Canfora, convincentemente, identifica nel giornalista filo-fascista Paul Gentizon, doppiogiochista e mezzo agente segreto). Che nessi possono immaginarsi tra questo articolo e l'attentato? Né poteva mancare, infine, Licio Gelli con la sua Loggia P2, il "multiplo gioco svolto dal Gelli nel '44, tra Pistoia e Firenze, quale 'ufficiale di collegamento' tra repubblichini e tedeschi, nei confronti dei partigiani, dei nazifascisti, degli alleati...".
Insomma, gli ingredienti del giallo ci sono davvero proprio tutti. Peccato che la realtà sia molto più semplice, cruda e in un certo senso imprevedibile. Anch'io, quando scrivevo "Il gruppo. La formazione del gruppo dirigente del PCI, 1936-1948" (Rizzoli, 1980), dopo aver intervistato De Feo e Giuseppe Berti (che aveva raccolto a sua volta le confidenze di Secchia) mi ero lasciato convincere che l'attentato fosse stata un'azione "irregolare" di isolati comunisti, anche se, seguendo Spriano, avevo escluso ogni corresponsabilità di Marchesi. Ma "Il gruppo" era da poco uscito in libreria, che ricevetti la telefonata di un amico fiorentino, del quale ho molto rispetto, che mi invitava a casa sua per parlare proprio di quella versione, già avallata autorevolmente da Togliatti e da Barbieri. Del racconto del mio interlocutore non dubito. Esso è servito di base, tra l'altro, per il mio film-inchiesta "Come si uccide un filosofo", realizzato lo scorso anno per la Rete Tre della RAI con la regia di Marco Leto. Nel realizzare il film sono stati intervistati Carlo Francovich, Enzo Enriquez Agnoletti, Antonio Susmel, Massimo Cacciari, Orazio Barbieri. Quest'ultimo, anzi, chiese di revisionare l'intero film, prima di dare il suo consenso.
Il racconto del mio amico, così come io lo stenografai il 27 gennaio 1981 fu dunque il seguente: "A Firenze esisteva una specie di direttorio comunista, del quale facevano parte Rossi e Fabiani. Un giorno Rossi mi dice: 'Questi intellettuali rompono troppo i coglioni. Bisogna dargli una lezione. Va fatto fuori uno. Che ne dici di Soffici?' 'Soffici? Ma che sei impazzito? È un letterato stupido, rischiare quattro persone per Soffici non è possibile' e litigai per tre giorni. Il quarto giorno, al solito appuntamento, Rossi mi dice: 'Ti ringrazio, tu ci hai fatto un servizio eccezionale. C'è un articolo di Soffici sul 'Corriere della Sera' che è una tale bischerata che quello è davvero un bambino. Vieni a casa di Ranuccio domani mattina. Ci vado e ci trovo Bianchi Bandinelli, Rossi, Fabiani...".
Doveva dunque essere il 12 marzo, perché l'articolo di Soffici, "Fede nella vittoria", apparve sul "Corriere" di sabato 11 marzo. Ma il ricordo del mio amico qui non deve essere molto preciso, perché quando si recò all'appuntamento, "Gentile aveva fatto l'ultimo discorso minaccioso": dobbiamo essere, perciò, dopo il 19 marzo, giorno della commemorazione di Gian Battista Vico. Diciamo dunque che siamo in uno dei giorni immediatamente precedenti quel tragico 22 marzo in cui avvenne la fucilazione sul Campo di Marte di cinque giovani renitenti alla leva. "Mi dice dunque Rossi: 'Che ne pensi di ammazzare Gentile invece di Soffici?', Tutti dissero di sì. Io obiettai: 'Non lo farei, perché se lo fate, deve essere fatto a nome del Pci, non possiamo coinvolgere il Cln, perché gli azionisti sono tutti gentiliani. Per di più ci alieniamo tutto il fascismo di sinistra con in testa Ugo Spirito. Loro sono divisi da noi solo per la faccenda della Russia'. 'Allora si vota' disse Rossi e ne venne fuori una maggioranza per far fuori Gentile. Quando, la mattina del 15 aprile, avvenne l'attentato, Giuseppe Martini, che faceva le informazioni, teneva i collegamenti. mi disse al solito appuntamento, che tutto era deciso e più tardi, nel primo pomeriggio, mi rivide e disse: 'E già stato fatto'. Il Gap era composto da Fanciullacci, Elio Chianesi, Antonio Ignesti, un ragazzino di diciotto anni e da un nipote di Chianesi".
Il mio interlocutore non ricorda quanti altri fossero presenti quel giorno di marzo in casa Bandinelli; ma occorre aggiungere che i fascisti si dimostrarono molto ben informati, quando arrestarono a colpo sicuro Fanciullacci e lo stesso Bianchi Bandinelli. Certo non era andato lontano dal vero Bernard Berenson, quando scrisse nel suo diario, il 22 aprile: "è stato subito detto che gli assassini erano degli intellettuali": non gli esecutori, certo i mandanti.