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Natalia Ginzburg

Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Pagine:
  • EAN: 9788806117498

recensione di Ambrosini, G., L'Indice 1990, n. 5

Sono 175 i punti interrogativi. Natalia Ginzburg è tanto curiosa da proporre una prosa inevitabilmente retorica, dato che nella maggior parte dei casi le domande non richiedono risposta. Una prosa lontana dalla familiarità di un lessico che ha fatto sorridere e meditare una generazione non più giovanissima di lettori, ed oggi ancora si fa apprezzare da chi, forse, non può cogliere fino in fondo i riferimenti a situazioni e persone: e sta qui la bravura della sintesi, la non logorabilità del prodotto letterario.
L'instant book è un oggetto difficile, ne passano centinaia negli scaffali delle librerie, battuti al computer da giornalisti che s'improvvisano scrittori, carta stampata destinata a un macero precoce. Definire cosi il libretto è da un lato riduttivo, perché ci sono pretese non occulte di sferza ai costumi, a cominciare dal malcostume dei giudici di parlare al di fuori della decisione sul caso in essa trattato, risultando modesti autodifensori, se non maldestri "imputati". Dall'altro è agiografico, perché quel tipo di oggetti fa leva soprattutto su documenti che, nel caso, sono sentenze e ordinanze delle quali la menzione è scarsa e neppure troppo pregevole, quando si potevano reperire sicumere e irragionevolezze scavando nelle pieghe. I documenti non erano irreperibili, posseduti da chiunque fra i molti cronisti che in quei giorni assediavano il tribunale minorile torinese, e comunque pubblicatissimi, persino dai quotidiani.
Sarebbe bastato, ad esempio, seguire la titolazione dei paragrafi del provvedimento conclusivo della vicenda, "Giudici minorili e opinione pubblica", "Sospendere o non sospendere? Il dramma di un presidente", "Strane sorprese", "Un allontanamento diventato, purtroppo, spettacolo", "I motivi di una decisione difficile", "Torino e Napoli: due giustizie minorili diverse?", "Giudici rapidi con Serena e lenti con la delinquenza?", "Un auspicio per Serena". Titoli da telenovela, considerazioni esterne al caso, con un occhio troppo puntato sulla tumultuante opinione pubblica. Il linguaggio non è gioco. Sorprende, fra i tanti, un passo che promette l'impossibile - come dimostreranno i fatti: "In questa situazione c'è un solo modo per voler bene ai due bambini, e a Serena in particolare: sdrammatizzare la vicenda, preparare la bimba all'inserimento in una nuova famiglia, creare le premesse perché i tre Giubergia (marito, moglie, figlio adottivo) possano continuare a coltivare rapporti affettivi con la bambina, attraverso l'instaurazione di un buon rapporto con la famiglia affidataria" - passo non del libro, ovviamente, ma di uno fra i tanti provvedimenti dei giudici che `"vogliono bene" a Serena.
L'esegesi, anche impietosa, dei pii poteva essere efficace; parlare con le loro parole, con quelle dei giudici. Ginzburg ha voluto sfuggire ad una suggestione che poteva essere facile, è caduta nella suggestione del punto di domanda che è essa stessa in qualche misura perversa e subdola, destinata a far dire al lettore quel che l'autore non ha piena sicurezza di affermare: si è consumata un'ingiustizia in nome del diritto formale. Il respiro diventa corto, il tentativo di ergere il lettore a giudice appare superficiale, la mancata enunciazione delle alternative giuridiche possibili e persino dei possibili artifizi legittimi non convince. La vicenda è riportata a quella esasperante reiterazione di situazioni che vedono di fronte al grande delitto l'antagonismo fra innocentisti e colpevolisti, davanti alla svolta politica la schiera dei "si" e dei "no", in presenza della questione droga il proibizionismo e l'antiproibizionismo: semplificazioni estreme di realtà complesse, meritevoli di approfondimenti più che di slogan. I tempi delle contrapposizioni frontali non è finito e Ginzburg sembra credere ancora alla significatività del dualismo santi-dannati, che appartiene ad una subcultura del passato, ad una religione in declino, ad un comunismo reale in crisi nel momento dell'impatto con la realtà.
Il libro, tuttavia, non è da gettare perché comunque memorizza una vicenda che, semplicisticamente, ha fatto dire ai giudici aver spaccato in due l'Italia - quasi fosse una linea gotica fra sentimento e diritto. Memorizzare perché non si ripeta, memorizzare perché se storture ci sono nella legge o nella lettura interpretativa non si ripetano. Ma Serena è ormai divenuta oggetto dei provvedimenti giudiziari e, di là dalle intenzioni dell'autrice, è doppiamente oggetto quando diventa personaggio invisibile di un libro che ne propone l'estrema difesa come soggetto umano. Come dire che non è un libro che possa far riemergere la bambina da un passato di sentimenti e di rapporti di specie familiare o surrogati di famiglia. C'è un qualche cosa di irreparabile consumato, quali che possano essere, se mai ci saranno, gli sviluppi di una situazione esasperata.
Poteva esserci una obiezione di coscienza. Un rifiuto da parte di qualunque coppia affidataria di ricevere una bambina ormai parte integrante di una famiglia che la voleva e la teneva come sua componente essenziale. Non è accaduto nulla di simile. Il libro non è stato il sasso in uno stagno, il leader di un movimento, il promotore di una legge migliore. È una prosa vagante in cui, fra un interrogativo e l'altro, i sostenitori di una tesi troveranno supporti letterari e diranno ai loro contraddittori che erano nel giusto. Soddisfazione tardiva, come la riabilitazione postuma delle vittime di regimi o le revisioni di processi ingiusti, i cui protagonisti sono ormai distrutti.
Scrivere un libro da archivio è un'idea singolare, persino nuova, soprattutto se a comporlo non è un archivista, bensì un personaggio che non ha mai rifiutato la ricerca, da Manzoni al parlamento repubblicano. D'altronde lo dice lei stessa, "abbiamo la memoria corta". È il motivo dominante di un percorso letterario in cui c'è stato "Tutti i nostri ieri" e "Ti ho sposato per allegria". Non c'è nulla di allegro nella storia di Serena Cruz, non potrebbe mai nessuno dire "ti ho adottato per allegria". Spiace nel titolo quel "o la vera giustizia", quasi qualcuno, anche i gestori, sapessero davvero la differenza fra giusto e ingiusto. Mestiere difficile il giudice, altrettanto quello di scrittore, specie quando si cercano di intersecare i ruoli: pessimi i giudici scrittori, discutibili gli scrittori giudici.


recensione di Garboli, C., L'Indice 1990, n. 5

C'è una scena che ci viene messa sotto gli occhi, nell'ultimo libro di Natalia Ginzburg, con pochi tratti essenziali. È una scena angosciosa, uno di quegli incubi che riempiono i nostri sogni e che, al mattino, ci rifiutiamo d'immaginare reali - una bambina viene strappata dalle braccia della madre che non può trattenerla. Eppure, gli occhi del mondo hanno visto questa scena tante volte. Essa si ripete da sempre. Nella realtà e nel nostro inconscio, questa scena è l'archetipo, il prototipo di tutte le violenze possibili e immaginabili. La sua virtuale ripetitività è proprio ciò che ce la fa apparire irreale, come se tutto quello che in essa c'è di terrificante fosse solo imputabile alla nostra fantasia e alla nostra volontà di drammatizzare. Del resto, i meccanismi di reazione adulta davanti a una scena simile possono essere innumerevoli. Possiamo fare gli spiriti forti. Possiamo trovare il modo di minimizzare questa scena, di giustificarla. Quello che è certo, è che non possiamo esagerarla. Se questa scena si verifica, essa è certamente l'evento più angoscioso di cui un bambino di tre anni possa sentirsi protagonista.
Il 17 marzo 1989, una madre adottiva dice alla sua bambina che la condurrà all'asilo. Mentre delle assistenti sociali si occupano del fratello e lo chiudono in una stanza, la madre veste la bambina e le infila sulle spalle uno zainetto a forma d'orsacchiotto. La prende in collo e la porta nella comunità-alloggio della Provincia. Qui c'è un plotone di carabinieri. A un tratto la bambina capisce: piange e urla, e si aggrappa disperatamente alla madre. Le assistenti sociali la strappano dal collo della madre e la portano in un'altra stanza. Se ne sentiranno le urla per ore e ore. Alla madre viene detto di andarsene. Non rivedrà mai più la bambina. Al fratello vengono raccontate delle pietose bugie. Alla bambina vengono tolti orecchini, catenina, tutti i ricordi di casa. Le viene somministrato del Valium. Verrà affidata, non si sa dove e non si sa quando, ad altri genitori. È, di fatto, una desaparecida. Non se ne può e non se ne deve parlare. A più riprese, gli autori di questo bel trambusto chiedono all'opinione pubblica di non drammatizzare.
È difficile rinunciare a leggere questa scena in controluce. A Racconigi, il 17 marzo, non c'erano scarpe chiodate e non si sentivano abbaiare ordini in lingua straniera. Ma se si mettono insieme gli elementi del quadro - carabinieri, assistenti sociali, urla, sotterfugi, ansia di mettere tutto a tacere e di fornire dell'accaduto versioni riduttive e caramellose - viene fatto di pensare a una di quelle tetre irruzioni di passi marziali nella vita di ogni giorno, che nascono dalla più sciagurata delle convinzioni: la presunzione che si possa infliggere una sevizia a un bambino in nome di valori intoccabili e inappellabili. Si sa in quale strada si finisce, quando si ammette la liceità di fare del male in nome di principi superiori. Il nostro secolo non ci ha certo lesinato questo tipo di perversione.
Ma a Racconigi, il 17 marzo, non è stato consumato nessun complotto e nessun crimine. Un'azione disumana è stata compiuta in nome del benessere e del futuro di una bambina, e una sevizia è stata commessa in nome della legge e per fini umanitari. Come spiegarla.? Che cosa può avere estirpato dalla testa dei giudici di un tribunale il più elementare buonsenso ? Quella facoltà di "contemplare nella sua luce e nella sua singolarità ogni fisionomia e ogni caso umano", che avrebbe permesso a una qualunque contadina di distinguere tra un mercante di bambini e un operaio pasticcione e generoso? Tra una madre-megera e una casalinga fatta apposta per allevare bambini.? Come può una sevizia inflitta a una bambina scongiurare la pratica di traffici infami e di adozioni illegali?
In un libro di appunti di un centinaio di pagine, scritto a caldo sopra un fatto di cronaca, Natalia Ginzburg si è chinata su questo problema e ha cercato, senza mai darsi per vinta, una risposta. Non è facile situare "Serena Cruz o la vera giustizia" nell'arco della produzione ginzburghiana. Per uno come me, innamorato di tutto ciò che, in letteratura, nasce da una finalità non letteraria, questo quadernetto furente, disarmato e pieno di fuoco, combattivo e indifeso, misto di registri così diversi, dal j'accuse a gola spiegata al pamphlet satirico e al dizionario d'idiozie alla Flaubert, sembra nato soltanto per piacermi. Ma di tutti i libri della Ginzburg, questo è anche uno dei più dolorosi, il più esposto e il più vulnerabile. Libro non cattolico ma ebraico, non letterario ma civile, dove l'impegno sociale, la passione politica, il senso degli altri nascono da un bisogno spontaneo e non da imperativi esteriori. Libro di cui si ammira la capacità di percorrere le più diverse piste di discussione e d'idee, ma di cui si sentono soprattutto le grida. Le si direbbe la prova del fuoco di un saggismo che ha sempre trovato la sua radice nella difesa dell'intelligenza femminile: intelligenza insieme superiore e inferiore, refrattaria, perché attenta al qui e ora, a farsi sofisticare, a farsi complice di schemi di basso standard e di volgare consumo culturale. Lo stile di questi appunti è quello che conosciamo da sempre, il passo a forbice della Ginzburg, diritto, inflessibile, senza civetterie e senza tentennamenti. Ma la mano, dietro tutta questa fermezza, è tremante. Regna in queste pagine un grande spavento, il sospetto che sia già stato reciso, da qualche parte, tra la realtà e la sua intelligenza, l'ultimo cordone salutare, l'ultimo filo già debole di buonsenso.
A volte, le domande che si agitano in questo libro hanno uno stile avvocatesco, si accavallano incalzanti e imperiose come nelle requisitorie. Ma altre volte esse ricadono stanchissime, perché la risposta che potrebbe dare il buonsenso non è più là dove viene invocata e dove dovrebbe trovarsi, a portata di mano, a portata e a difesa di chiunque. Una perversione oggettiva trasforma queste domande in altrettanti gridi. A parlare è allora la solitudine dell'intelligenza, che non trova più intorno a sé i fondamenti, i punti cardinali del mondo. Tenere i piedi per terra sembra ormai una vergogna. "Temo che il camminare sulla terra sia diventata un'azione inconsueta": è da questa solitudine che nasce a un tratto, a metà del quadernetto, un libro inaspettato e diverso. Se nella prima parte la vicenda di Serena invade il proscenio, nella seconda il quadro cambia, si amplia. Il bersaglio della Ginzburg si sposta di 180 gradi. Un male invisibile viene raggiunto, identificato dopo un lungo inseguimento. La finta scienza: grande pagina dove la Ginzburg stana il flagello, la peste che rende la nostra vita intellettuale così irrespirabile e infetta. La finta scienza: la scienza ridotta alla sua parodia, al suo involucro, al suo guscio vuoto; la finta scienza con le sue frasi fatte, il suo imparaticcio culturale, il suo gergo tecnicistico, vacuo, intimidatorio; la finta scienza che vorrebbe segnare il confine tra chi sa e chi non sa; la finta scienza applicata abusivamente ai fatti umani; la finta scienza così scissa dalla realtà da parlare un linguaggio più delirante, più irreale, più comico del latino dei medici di Molière. Questa nube tossica, questo esercito di cavallette attirate e nutrite dai successi delle scienze umane si è abbattuto sulle nostre povere menti e vi sta distruggendo tutte le piantagioni dello spirito. Non solo assistenti sociali e giudici minorili, ma psicologi, medici, politici, innumerevoli addetti ai lavori di qualunque professione specializzata, ne sono le vittime perverse e forse innocenti.
Questo quadro culturale così pessimista e allarmante, mi permetto di correggerlo in un solo dettaglio. Non mi trovo d'accordo con la Ginzburg a proposito della legge 184. Secondo la Ginzburg, questa legge, nel chiedere ai genitori che vogliono adottare un bambino dei requisiti di fatto introvabili presso qualunque famiglia, presuppone un ideale astratto di perfezione. Dello stesso avviso è Rossana Rossanda, per la quale la 184 non solo è discutibile, è pessima. Al contrario, il mio dissenso da queste posizioni nasce da una diversa valutazione dell'istituto famigliare e del suo ruolo nella società di oggi. In questo senso, la 184 va letta a mio avviso come un sintomo. Se si decreta che per adottare e crescere dei figli è necessaria una famiglia perfetta, vuol dire che il legislatore presuppone che l'istituto famigliare, in quanto nucleo di affettività e di calore, è di per sé inadeguato a formare il cittadino di domani. Il calore della famiglia, dice la 184, non basta. Si vede da qui quanta ragione abbiano le viscere della Ginzburg a rivoltarsi - ma anche quanto torto. La Ginzburg ha ragione nel ritenere che non c'è bisogno di essere perfetti per dare affetto a un bambino, ma il presupposto occulto della legge è proprio la scissione tra affetto e famiglia: l'affettività non è più l'elemento primario, il più richiesto per la formazione del bambino. Allo stesso modo, la Rossanda ha ragione quando ironizza sul fatto che un terzo delle famiglie italiane non sarebbero riconoscibili nel modello asettico di genitori previsto dalla 184, ma ironizzerebbe di meno se leggesse questa legge come un ago storico, un indicatore di tendenza. Il modello del bambino che cresce a una temperatura affettiva ad alto grado termico è un modello decaduto, primitivo, proprio come decaduta e primitiva è la posizione (che io condivido) della Ginzburg. La società borghese, nei confronti della famiglia, ha invertito marcia. L'istituto famigliare non è più la cellula (hegeliana) della società. Oggi la situazione è cambiata. Per fare di un bambino il futuro impiegato modello di Gardini o di Agnelli, pronto a scattare verso il suo futuro tecnologico, il calore del nucleo famigliare non è più così necessario. Tra la carriera e la vita, per dirla con Furio Colombo, il legislatore della 184 ha privilegiato la carriera. Ha pensato che il fiato caldo dell'asino e del bue sia meno necessario al bambino che non due genitori al passo coi tempi, capaci di farlo viaggiare e di fargli imparare le lingue. Paradossalmente, un calore affettivo alla Giubergia, per così dire, potrebbe risultare perfino nocivo. E, in fondo, non è questa la ragione per cui Serena è stata tolta a due genitori per i quali il bisogno di amore paterno e materno era così forte, così cieco da condurli a una frode? Può darsi che questo privilegio accordato al tepore e non al calore, come dice la Ginzburg, viaggi all'insegna della stupidità. Ma se è così, si tratta di una stupidità irreversibile, incorreggibile, come tante altre che hanno cambiato, spingendolo avanti, il destino del mondo.

Recensioni dei clienti

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    Iginio Petrussa

    27/02/2010 16.27.40

    Un libro toccante, vero. Le recensioni de L'indice lasciano increduli. Mi chiedo se i due recensori avrebbero oggi (vent'anni dopo) dato l'identico terribile giudizio?

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