Il serpente e la colomba. Scritti e soggetti cinematografici

Cesare Pavese

Curatore: M. Masoero
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2009
Pagine: XL-239 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788806198008
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Con la consueta cura filologica e la precisione documentaria che la distingue, Mariarosa Masoero ha raccolto in questo volume tutti gli scritti cinematografici di Cesare Pavese. Come scrive nella nota ai testi: "La presente edizione è stata condotta su manoscritti autografi, dattiloscritti con correzioni d'autore, abbozzi e frammenti custoditi nell'Archivio Pavese presso il Centro Interuniversitario per gli Studi di Letteratura italiana in Piemonte 'Guido Gozzano-Cesare Pavese', con sede nell'Università di Torino". Un'occasione, si può dire, per analizzare con attenzione non solo ciò che possiamo chiamare l'amore di Pavese per il cinema, a partire da un paio di recensioni giovanili su Rodolfo Valentino e su Buster Keaton e da tre saggi teorici, altrettanto precoci, piuttosto eloquenti; ma soprattutto da quello che Masoero chiama l'ultimo "mestiere" dello scrittore. Cioè il suo interesse per la stesura di soggetti cinematografici, di vere e proprie "scalette", e magari, se ne avesse avuto il tempo, di sceneggiature, che si manifestò appieno nel 1950, all'epoca del suo amore per Connie Dowling e dell'amicizia con la sorella Doris, attrici americane di secondo piano.
È un anno, il 1950, l'anno del suicidio, che lo vede "sfornare" in pochi mesi, fra marzo e giugno, ben otto soggetti, fra i quali Il serpente e la colomba (che dà giustamente il titolo al libro), inizialmente intitolato La vita bella. È un bel racconto, che avrebbe potuto diventare un film drammatico di forte impatto emotivo, con implicazioni sociali e risvolti morali, fra Matarazzo e Antonioni. E non paia inopportuno questo accostamento, di due registi italiani agli antipodi, uno popolare, l'altro intellettuale, perché proprio questo connubio di stile basso e stile alto pare sia stato uno degli elementi di fascino che il cinema esercitava su Pavese, o almeno sul giovane Pavese. Come si evince dai tre saggi Per la famosa rinascita (1927), Problemi critici del cinematografo (1929) e Di un nuovo tipo d'esteta (1930), in cui egli sosteneva, da un lato, l'artisticità del cinema propugnandone uno sviluppo esteticamente conseguente, ma dall'altro la sua popolarità: "Perché non si ripeterà mai abbastanza che il cinematografo è un'arte da folla e che la ragione della sua vitalità è appunto questa che esso ha creato un'arte nient'affatto d'eccezione (…) ma interamente popolare, che parla cioè a tutti i pubblici".
D'altronde è interessante quanto scriveva Massimo Mila nel 1958, presentando su "Cinema Nuovo" i due saggi del 1929 e del 1930: "Questa contraddizione la riscontravamo noi stessi, già allora, nei gusti e nelle predilezioni cinematografiche del nostro amico. Il cinematografo era per noi un enorme fatto di costume (…) E proprio qui si scorge la ragione del contraddittorio comportamento di Pavese di fronte al cinematografo, dovuto alla sua superiorità di artista veramente creativo su noi che gli stavamo intorno (…) In Pavese, che condivideva pienamente questa nostra infatuazione, anzi, ne era il promotore e il demiurgo, sopravviveva sempre la vigile intelligenza artistica". Che poi questo duplice interesse, dopo un ventennio di silenzio, si manifestasse appieno nei soggetti che scrisse nel 1950 è una questione che andrebbe meglio studiata; come sarebbe interessante fare un'attenta analisi comparata fra i suoi racconti e romanzi e i soggetti cinematografi, fra i personaggi e gli ambienti dei primi e quelli dei secondi, fra la "morale" degli uni e quella degli altri. Questo libro ce ne offre l'occasione: magari ripercorrendo alcune tappe della vita di Pavese in relazione al suo rapporto con il cinema, come ha fatto egregiamente Lorenzo Ventavoli nella bella introduzione.
Gianni Rondolino