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recensione di Del Negro, P., L'Indice 1990, n. 6

Come appare chiaro dal titolo, il più recente libro di Venturi si colloca all'interno di un complicato e affascinante percorso, è una tappa di una vera e propria strada maestra dei lumi. Il primo volume di "Settecento riformatore" apparve nel 1969, accompagnato unicamente da un sottotitolo, "Da Muratori a Beccaria". Nulla faceva presagire che a partire da quell'opera sarebbe iniziato un vertiginoso viaggio, che avrebbe condotto Venturi e i suoi lettori a peregrinare attraverso l'Italia delle riforme ecclesiastiche ("La chiesa e la repubblica dentro i loro limiti", 1758-1774), 1'Europa e l'America della prima crisi (1768- 1776) e della caduta (1776-1789) dell'antico regime; un viaggio che infine, dopo centinaia e centinaia di pagine a un tempo lucide ed appassionate, li avrebbe fatti riapprodare, con il primo tomo dell'"Italia dei lumi" - edito tre anni fa dedicato alla rivoluzione della Corsica, alle carestie degli anni 1760 e alla Lombardia delle riforme - alle rive della storia della nostra penisola.
Un "ostinato Settecento", come lo ha felicemente definito qualche anno fa Giuseppe Ricuperati, il Settecento di Venturi: ostinato nella fedeltà ad un periodo cronologico poco studiato; ostinato, soprattutto, nella devozione a un programma e a un metodo di ricerca enunciati chiaramente fin dal 1953 in un saggio su "La circolazione delle idee", e rimasti sempre al riparo dagli instabili venti delle mode storiografiche. "Storia delle idee, di circolazione degli ideali politici e sociali, di formazione delle mentalità e delle opinioni pubbliche", una storia che tuttavia si proponeva, evitando i rischi di una disincarnata 'Geistesgeschichte', di "tornare agli uomini concreti e al rapporto delle idee con i reali bisogni, uomini e rapporti che costituiscono la sostanza della storia della cultura". Inoltre, nel momento in cui ricordava che "storicamente non esiste altro problema se non quello di precisare l'apporto di singoli centri della penisola al comune mondo dei lumi", Venturi evocava fin da allora il progetto di una storia dell'illuminismo italiano condotta a partire dalle diverse realtà municipali e statali.
Quale posto poteva occupare la repubblica di Venezia nell'ambito di questo progetto? Come giustificare la sua inclusione nell'Italia dei lumi a dispetto di una robusta tradizione storiografica in diversa misura ostile a riconoscere allo Stato di San Marco delle benemerenze riformatrici? Anche se si accantona tutta la letteratura otto-novecentesca diretta a coltivare il mito di una pervasiva decadenza e corruzione della repubblica, si deve in ogni caso fare i conti con affermazioni tanto autorevoli quanto impegnative come quella affidata, a metà degli anni 1950 da Marino Berengo a "La società veneta alla fine del Settecento": "nel Veneto si parlò di riforme, ma non se ne operò alcuna". Un verdetto recentemente riproposto, sia pure in termini meno drastici, da Ricuperati e da Dino Carpanetto, i quali in un'informata sintesi sull'Italia nel secolo XVIII hanno incluso la repubblica di Venezia, accanto agli altri regimi aristocratici della penisola, allo Stato pontificio e al regno di Sardegna di Carlo Emanuele III, in una specie di limbo battezzato "Riforme senza illuminismo".
Venturi riconosce invece senza alcuna esitazione "la difficile, attiva penetrazione in quelle terre della moderna volontà di ragione e di riforma", si riferisce all'"illuminismo veneto", ad un "moto riformatore veneziano" contrassegnato dalla moderazione, dall'empiria e dal buon senso. Lo "stridente contrasto", sottolineato a suo tempo da Gianfranco Torcellan, "tra la varietà delle iniziative culturali e la meschina, impacciata realtà della prassi politica" si stempera, nelle pagine di Venturi, in una ricostruzione che fa spesso emergere l'omologia di fondo fra gli interventi dei pubblicisti e le opzioni della classe dirigente. Senza dubbio a Venezia le riforme incisive e radicali furono poche, ma questo esito va imputato non tanto all'immobilismo e all'apatia del patriziato quanto alle stratificazioni e alle divisioni, che ne minavano la compattezza e finivano per favorire un appiattimento sullo 'statu quo'. Se si ripercorrono le vicende dei tentativi di riforma costituzionale succeduti tra il 1761 e il 1780 appare evidente l'impatto della cultura illuminista sia sul dibattito (che ruotò intorno a termini-chiave come libertà, uguaglianza e democrazia, che mediavano tra la tradizione repubblicana e le suggestioni dei lumi), sia sulla formazione di molti protagonisti delle crisi, da Anzolo Querini ad Alvise Emo, da Zorzi Pisani a Mattio Dandolo.
Alla luce delle ricerche di Venturi si è quasi tentati di rovesciare la formula di Ricuperati e Carpanetto: la Serenissima conobbe una stagione di illuminismo senza riforme a causa della reciproca neutralizzazione delle correnti politiche maggiormente influenzate dall'illuminismo, dall'assolutismo riformatore degli oligarchi Andrea Tron e Lorenzo Morosini all'attivismo "troppo repubblicano" di Emo e degli altri portavoce della media nobiltà e al partito "democratico" di Pisani e Dandolo, il 'fer de lance' del patriziato minore. Non a caso fu possibile il varo di riforme importanti, come quelle relative alla manomorta ecclesiastica, al sistema dell'istruzione e all'organizzazione della ricerca, all'agricoltura, soltanto quando si stabilì una precaria convergenza tra le diverse componenti "progressiste" della nobiltà lagunare. La svolta conservatrice del 1780 - con la conseguente prevalenza dei filocuriali Francesco Pesaro e Piero Barbarigo - fu in larga misura il risultato di un'aspra lotta tra Tron, Emo e Pisani, che finì per risolversi nell'emarginazione politica di tutti e tre i leader del patriziato riformatore e dei loro seguaci più attivi.
La lettura del libro di Venturi suggerisce un altro paradosso. A Venezia non solo le riforme furono poche a causa dei troppi lumi, ma i frutti delle riforme furono per la maggior parte avvelenati. Invece di consolidare le malferme strutture della Serenissima, i provvedimenti varati da Tron e dai suoi alleati concorsero ad affrettarne la fine. Le riforme ecclesiastiche scavarono un fossato talmente profondo tra il regime aristocratico e molti religiosi da indurre uno di questi ultimi a scrivere, all'indomani del crollo dello Stato marciano, un'opera intitolata "Le vincite della giustizia di Dio nella caduta della Repubblica di Venezia". Se la crisi del consenso clericale ebbe certamente un peso nell'evoluzione dei rapporti tra la Dominante e le classi popolari della Terraferma, su un altro fronte, quello delle classi dirigenti, la diffusione delle accademie agrarie si tradusse nella proliferazione di centri di aggregazione nobiliare e borghese, che nel 1797 avrebbero dato un contributo importante, insieme all'università di Padova e al collegio militare di Verona, tutte istituzioni che molto dovevano alle riforme, alla formazione dell'élite di governo del Veneto "giacobino" e napoleonico.
Venturi avanza nel labirinto della storia tardo settecentesca degli stati veneziani da terra e da mar affidandosi ad un filo d'Arianna necessariamente ambiguo, il patriottismo. Oscillando oppure mediando, a seconda dei contesti e dei percorsi individuali, tra la tradizione e la modernità, tra le radici locali, i condizionamenti statali e le aspirazioni nazionali, tra la cultura e la politica, il patriottismo presenta in ogni caso il vantaggio di poter individuare il punto di fuga della vicenda veneta "nella volontà di cercare nell'Italia tutta intera, nella sua secolare civiltà e nella nuova realtà nata dalle riforme illuministe, la naturale conclusione dei conflitti e delle speranze locali". In sintesi, dal particolarismo al nazionalismo italiano, un itinerario agevolato dai lumi e al quale la rivoluzione francese si limitò a dare "l'ultima spinta". Non può non sorprendere questa conclusione, quando esce dalla penna di chi ha dedicato gran parte della propria opera a combattere il pregiudizio - radicato nella storiografia italiana quanto meno fino alla seconda guerra mondiale - che valesse la pena di studiare il Settecento soltanto in quanto anticamera del Risorgimento.
È probabile che questa correzione di rotta non sia che un aspetto di una revisione storiografica più generale, alla cui base si situa la tendenza a ridimensionare l'importanza dell'impatto della rivoluzione francese sulle vicende italiane. In ogni caso mi pare che Venturi sopravvaluti il ruolo del patriottismo nazionale nella cultura politica veneta del secondo Settecento. Pur considerandolo un "atteggiamento incerto ancora" tra gli anni 1760 e 1780, lo promuove nondimeno a calamita di un arco di posizioni e di opzioni che appaiono, in una prospettiva meno escatologica, parecchio lontane le une dalle altre. Ad esempio, Venturi attribuisce un rilievo latamente politico ad iniziative culturali, che si rivolgevano ad un referente nazionale soprattutto perché potevano sfruttare meglio, in questo modo, la centralità di Venezia all'interno del mercato italiano della stampa. Il "Giornale d'Italia" di Francesco Griselini e gli "Elogi italiani" di Andrea Rubbi non escono, a mio avviso, dal solco tracciato nel primo Settecento dal "Giornale de' letterati d'Italia" di Apostolo Zeno, Scipione Maffei e Antonio Vallisnieri.
Senza dubbio diverso il caso della Società italiana degli scienziati del veronese Antonmaria Lorgna (e anche quello dei contemporanei appelli del padovano Melchiorre Cesarotti - iniziative che Venturi non prende in considerazione, mentre offre un'interpretazione riduttiva di quell'accademia di scienze, lettere ed arti in Padova, di cui Cesarotti fu 'magna pars' - a favore di una "repubblica federativa" tra le accademie italiane e di un "consiglio nazionale", che promuovesse "la libertà della nazione in fatto di lingua") Ma, quando Lorgna e Cesarotti furono costretti a misurarsi con le conseguenze del trauma napoleonico, non approdarono alla spiaggia del patriottismo nazionale. Lorgna morì nel 1796, come scrive Venturi, "chiuso nel dolore di aver dovuto assistere all'invasione francese del territorio veneto", fedele ad un regime marciano, che pure la maggior parte dei suoi allievi aveva o avrebbe rinnegato con la conversione alla democrazia. Cesarotti divenne invece, l'anno seguente, il portavoce e l'ideologo di una "repubblica padovana", che cercava di mediare tra un municipalismo di forte impronta aristocratica e la triade rivoluzionaria libertà, uguaglianza e "fratellanza sociale".
La dialettica e l'alchimia tra i vari patriottismi furono in realtà prive di uno sbocco unitario, nella duplice accezione che si può dare a quest'ultima aggettivo. I due veneti, che Venturi riconosce quali protagonisti della fase di transizione tra l'età delle riforme e il periodo napoleonico, il veneziano Vincenzo Dandolo e il feltrino Francesco Mengotti si schierarono nel 1797 su posizioni assai diverse: mentre Mengotti si pronunciò per "una più grande repubblica democratica una ed indivisibile", la prima tappa della quale doveva essere l'unione del Veneto alla Cisalpina, Dandolo fu invece favorevole ad una repubblica veneta debitamente democratizzata, un progetto che avrebbe permesso di conservare a Venezia il ruolo di capitale. Del resto gli stessi patrioti, quasi tutti della Terraferma, che invocavano l'unione alla Cisalpina erano mossi, più che da convinti sentimenti unitari, dal timore dell'Austria e, soprattutto, dalla paura di ricadere sotto il dominio di Venezia, sia pure di una Venezia democratica. In fondo l'antica Dominante era riuscita a far germogliare una sorta di patriottismo marciano nella Terraferma. Sfortunatamente era un 'patriottismo negativo', che trovava una linea di sutura unicamente in una profonda ostilità nei confronti della città lagunare. Sarà con questa pesante eredità che dovrà fare i conti il Veneto della Restaurazione e della stessa rivoluzione del 1848.