Shalimar il clown - Salman Rushdie - copertina

Shalimar il clown

Salman Rushdie

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Traduttore: V. Mantovani
Editore: Mondadori
Anno edizione: 2006
In commercio dal: 21 marzo 2006
Pagine: 472 p., Rilegato
  • EAN: 9788804552994
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La vita memorabile di Max Ophuls finisce violentemente a Los Angeles nel 1993, quando viene assassinato dal suo autista, un musulmano che si fa chiamare Shalimar il clown. Un delitto politico, apparentemente, visto che Ophuls era a capo dell'antiterrorismo americano. Ma forse c'è dell'altro. Ophuls è una figura di spicco, uno degli "architetti" del mondo contemporaneo, eroe della resistenza contro i nazisti in Francia, economista di fama, scrittore di successo, membro dei servizi segreti. E per un certo periodo anche ambasciatore americano in India, dove origina la sua rovina, dovuta a un'altra delle sue qualità: quella di amante irresistibile e vorace.
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    LaMelaMarcia

    05/10/2010 10:55:31

    Rushdie è un gigante della letteratura mondiale e questo romanzo ne è ulteriore prova. Dello scrittore indiano mi meraviglia come, giocando agli incastri, costruisce scatole cinesi in cui è comunque difficile perdersi. Un romanzo "epico" che si snocciola dalla Los Angeles degli anni Novanta al lontano paesino di Pachigam, nel Kashmir di metà Novecento. Personaggi delineati in maniera sublime, ognuno con la propria storia, con la propria vita. Romanzo d'amore e di morte.

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    giorgio g

    08/09/2009 10:06:21

    Non è facile commentare in poche righe un libro che è un fiume in piena, che porta con sé l’America di oggi, l’India di oggi, di ieri e dell’altro ieri, l’Alsazia della seconda guerra mondiale, le valli incantate del Punjab, le sanguinose guerre tra Indù e Musulmani, la fantasia, la realtà, la magia e tant’altro ancora…E poi una miriade di personaggi, dominati da Noman Sher Noman, alias Shalimar il Clown teso a vendicarsi di un tradimento amoroso patito alcuni decenni prima. E ancora Max Ophuls dalle multiformi personalità, gli abitanti dei villaggi del Punjab, i loro usi, costumi,vizi e pregi. Tra di loro la bella Boonyi Noman dal singolare destino. Un fiume in piena che travolge il lettore e lo induce a divorare le quasi cinquecento pagine apprezzando la fantasia e lo stile di uno scrittore al di fuori del comune.

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    Alessandro Polito

    17/09/2007 22:59:04

    Assolutamente straordinario!!Moderno Pindaro, Rushdie plana con eleganza disarmante in un mondo tanto fantastico quanto crudamente reale,in un periodo storico che si fa altro da sè convivendo con una dimensione straniante e sospesa nel tempo, mitica e a tratti fiabesca. Ancora una volta Rushdie si conferma narratore impareggiabile e superbo, dallo stile magico e spumeggiante, baroccheggiante e suadente...un moderno Bufalino col vizio dell'impego critico!Decisamente ineguagliabile!

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    ziwo

    21/11/2006 11:56:18

    Dopo la parentesi meno felice di FURY, si torna al Rushdie che preferisco. Un marito innamorato (Shalimar, appunto)che diviene assassino per essere stato tradito dalla bellissima moglie Boonyi, la quale, per il solo desiderio di un'alternativa al suo destino scontato, pecca di superbia e lascia quel paradiso che era il Kashmir e si vende all'irresistibile ambasciatore americano Max Ophuls (assassinato poi da Shalimar). Max è uomo potente, che per necessità (all'inizio) e per scelta (in seguito)ha fatto del segreto la sua base di vita. Di fronte alla realtà di una bellezza come il corpo giovane di Boonyi, però, nell'ambasciatore si risveglia il desiderio di non nasondere anche questa volta il suo vero intento. Non più maschere ma espressione sincera, manifestando, così dopo tanto tempo, la pura verità: è innamorato. Non più donne-amanti per una notte, come fino ad allora era successo. Adesso c'era qualcuna che avrebbe nutrito in modo duraturo il suo cuore. Paradossalmente, però, la sua verità era fondamentalmente basata su una menzogna. Mentendo a se stesso si illudeva di vivere una vera storia d'innamorati, ma lei (Boonyi) era stata chiara fin dall'inizio: "ti donerò tutto per guadagnarmi la celebrità, ma non chiedermi il cuore, quello l'ho fatto a pezzetti e lo sto gettando via dal giorno che ho lasciato il Kashmir". Boonyi si rende conto di essersi dannata. Ha lasciato un marito che ancora ama, una famiglia che l'amava, una terra che era un paradiso, con le sue culture e morali, per vendersi ad un occidentale. Questa non è la libertà, ma una catena, un inganno,la condanna. Boonyi si autodistrugge, ma fa in tempo a dare alla luce una bambina che non vedrà mai sua madre. La bambina cresce agiata ma con la rabbia perennemente presente nel suo inconscio e sceglie di chiamarsi col nome donato dalla madre per riscattarsi: Kashmira. Questo è l'aspetto che più mi ha colpito del romanzo: lo scontro di valori e di civiltà tra Oriente e Occidente raccontati attraverso la passione dell’amore e degli ideali umani.

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    Maurizio Ricci

    21/05/2006 12:16:12

    Molto molto bello. Dopo un avvio un po' stentato, l'ingresso in scena del colonnello che si autosoprannomina "Hammer", a pag. 120, dà una sferzata di energia al romanzo, che da quel punto sale vertiginosamente, sino a vette di eccellenza. Eccezionali i capitoli 3 e 4, ossia la parentesi europea e la "maturazione" di Shaliman....A tratti appare l' efficacia del geniale Autore de "I figli della mezzanotte". La crescente familiarità con i personaggi ce ne fa comprendere la psicologia e forse anche giustificare le motivazioni. Dopo il passo falso di Furia, Rushdie ci propone un altro libro memorabile.

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    clara nubile

    08/05/2006 18:50:08

    "Shalimar the clown" letto in India col Kashmir negli occhi e nel cuore. Rushdie at his best. Impareggiabile la descrizione del Kashmir, di quello che era il Kashmir prima di... L'ho amato questo romanzo, lo consiglio a tutti! I pianeti ombra poi... stupenda la trama, l'intreccio e lo stile. Forse un po' troppo lunga la parentesi europea. Grande Salman!

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    pierluigi sacchetti

    03/05/2006 00:59:30

    il libro e' suddiviso in 5 distinte fasi , e decisamente la ultima e da dimenticare, peccato perche'le prime 4 sono molto forti sia dal punto di vista poetico che letterario, la mia domanda e' ,perche'i protagonisti delle grandi storie di amore devono essere per forza uomini straordinari? ....e i loro rivali poi...

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    Aidoru

    19/04/2006 09:36:40

    Romanzo splendido,dove la storia d'amore che fa da canovaccio all'interno del libro e' un ottimo pretesto per rinsaldare i legami dell'autore verso la propria terra d'origine,scritto da un uomo maturo, completo, forse anche soddisfatto della propria vita sentimentale e per questo analizza l'intero panorama occidentale con occhi lucidi e arguti.Shalimar il clown, ovvero il kashmir ,devastato da una guerra antica e senza vincitori, vuole,deve, non puo' fare altro, che vendicarsi di Max il seduttore ,l'eroe della Bugatti anni 30, del sogno di una imprenditoria arcaica ,ma non per questo peggiore dell'attuale anzi...Max, ovvero l'America(ma con il fascino latino del francese reietto) che tutto domina e seduce, forse anche lo stesso Shalimar....e poi Boonyi la vittima predestinata,ma anche madre della speranza ,colpevole soltanto di essere povera e di aspirare ad un legittimo? posto al sole..sceglie per la propria redenzione il caro e vecchio metodo occidentale della prostituzione e per questo fallisce ....India\Kashmira che chiudera' il cerchio e' la speranza, il dialogo, forse impossibile della comprensione ,del rispetto reciproco tra 2 modi\mondi di pensare ...e poi ?..poi tutto il resto, fatto di immaggini abbaglianti, di una regione che forse oggi non esiste piu,' ma che e' bene impressa nella memoria ,forse tramandata dai genitori ,dell'autore ,le saghe di paese, il gusto per i cibi,la furia del'occidente e l'odio religioso, imsomma tutto il campionario di bellezze e amenita' che il nostro pianeta possiede..Rushdie e' un romantico e splendido sognatore, come la vallata del Kashimr era un tempo...bellissimo

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    angkitty

    15/04/2006 11:26:38

    La storia d'amore è intensa ed avvincente. Forse le descrizioni intermedie del paesaggio kashmiriano e delle vicende che lo sconvolgono sono un po' tediose, anche se rendono consapevole il lettore di cosa accada realmente in zone del mondo lontane e diverse dal proprio spazio. Lo stile è assolutamente apprezzabile.

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    Giuseppe Iannozzi

    21/03/2006 21:30:04

    Sono oltre le prime cento pagine: semplicemente superbo. Dopo "Fury", "La terra sotto i suoi piedi", "Grimus" (primo romanzo di Rushdie, ma ristampato nel 2003), Salman Rushdie con "Shalimar il clown" ci dà l'ennesima prova che la classe non è acqua: siamo di fronte ad un autentico Shakespeare moderno, e non esagero.

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In Mao II Don DeLillo scrive: “Quello che guadagnano i terroristi lo perdono i romanzieri. Il potere dei terroristi di influenzare la coscienza di massa è la misura del nostro declino in quanto forgiatori di sensibilità e di pensiero. Il pericolo che essi rappresentano è pari alla nostra incapacità di essere pericolosi”. Queste parole avrebbero anche potuto essere la dichiarazione d'intenti di Salman Rushdie per Shalimar il clown un romanzo che narra di un amore sfortunato del Kashmir e di terrorismo globale in un tempo in cui come leggiamo nelle pagine iniziali “ogni luogo faceva ormai parte di ogni altro luogo”.

Recensire un romanzo di Rushdie è un compito oneroso perché si tratta di un autore fortemente caratterizzato dalla propria storia personale – la fatwa le dichiarazioni sull'islam le sue apparizioni di alto profilo a New York – al punto che la critica dell'opera raramente è immune dalla critica al personaggio e alle sue imprese. A questo va aggiunto l'impressionante successo di I figli della mezzanotte che ha evidentemente contribuito a complicare le cose ricadendo come una lunga ombra su tutto quello che Rushdie ha scritto successivamente.

Il nono romanzo di Rushdie inizia con l'assassinio a Los Angeles di Maximilian Ophuls ex ambasciatore americano in India – “Max l'eroe della Resistenza il principe filosofo il potente miliardario il creatore del mondo!” – per mano del suo autista Shalimar un acrobata kashmiro diventato terrorista un uomo “dal fisico di ginnasta e dal volto di attore tragico”. L'omicidio ha luogo poco lontano da India figlia illegittima di Maximilian il cui vero nome è Kashmir. Il lettore è quindi reso consapevole della natura allegorica e sovradimensionata dei tre protagonisti del romanzo fin dal suo esordio.

Nella seconda parte la narrazione si sposta in Kashmir per raccontare in retrospettiva la triste storia d'amore di Boonyi il cui vero nome è Bhoomi Kaul e del suo infelice matrimonio con Shalimar. Intorno a lei ruotano gli abitanti dei villaggi di Pachigam e Shirmal cuochi e attori girovaghi che vivono i loro destini intrecciati in un tempo idilliaco. Fa la sua apparizione da villain comico il colonnello Hammirdev Suryavans Kachhwaha ufficiale in comando delle forze armate indiane in Kashmir insieme al più sinistro Maulana Bulbul Fakh il “mullah di ferro”. Qui la scrittura si fa più ironica e autentica in netto contrasto con la parte seguente che ripercorre la storia di Max Ophuls: dall'infanzia trascorsa a Strasburgo come ebreo askenazita a eroe della Resistenza francese fino a diventare uno degli architetti della conferenza di Bretton Woods e cittadino americano di primo piano. Queste pagine ruotano su contenuti purtroppo estranei all'autore: la prosa è piatta e meno carica e i personaggi e gli eventi non si discostano mai dalla caricatura e dal cliché hollywoodiano. In questo contesto ci pare quindi che il tentativo di ritrarre l'interconnessività globale del mondo odierno non sia del tutto riuscito.

Segue la storia di Shalimar il clown marito tradito che passa al terrorismo sotto la tutela di Bulbul Fakh dopo essere stato indottrinato e addestrato presso “un centro per le attività internazionali islamico-jihadiste istituito dall'Inter-Services Intelligence pakistana”. Shalimar prende parte alle azioni dei “commandos di ferro” e alla distruzione dei villaggi kashmiri che come tra Scilla e Cariddi sono vittime dei fuochi incrociati dell'esercito indiano da una parte e degli insorgenti dall'altra. I diversi fili narrativi si intersecano nell'ultima parte del romanzo con il viaggio compiuto da India in Kashmir per scoprire la verità su sua madre Boonyi sull'incarcerazione di Shalimar e sulla loro tragica folie à deux.

Shalimar è essenzialmente costruito su un plot semplice e vecchio come il mondo – quello della vendetta di un amante tradito – ma questo non impedisce a Rushdie di introdurre una Weltanschauung che chiama in causa le radici del fondamentalismo le condizioni del Kashmir e il macchinoso funzionamento del mondo moderno. I suoi personaggi sono più simbolici che reali il personale sfocia nel politico e la trama tenta di acquisire profondità temporale attraverso i diversi riferimenti al Ramayama il Mughal-e-Azam la cosmologia indiana i programmi televisivi americani e il cinema hollywoodiano i luoghi celebri di Los Angeles e molto molto altro. (Un sovrappiù di materiale pop-culturale che aveva già pesato sul suo precedente romanzo il deludente Fury; ma in Shalimar i riferimenti sono più controllati). Rifacendosi a Isaiah Berlin e alla sua suddivisione di critici e scrittori in volpi e ricci – “la volpe conosce molte cose il riccio invece ne conosce una fondamentale” – con le sue connessioni di eventi personaggi e riferimenti centrifughi Rushdie appartiene chiaramente al gruppo delle volpi.

Come nelle sue opere precedenti l'elemento distintivo di Rushdie è la sua voce autoriale che in questo romanzo si fa di volta in volta portentosa esuberante arrabbiata nostalgica. Il lettore ancora una volta riscopre con piacere l'incedere tipicamente sovraccarico della prosa rushdieana: “All'ingresso del giardino Shalimar di fianco al lago sontuoso ondeggiante di barche che sembravano un pubblico ansioso in attesa impaziente che iniziasse lo spettacolo sotto i pioppi che stormivano e all'eterna e muta presenza dei monti indifferenti tutti presi dallo sforzo gigantesco di innalzarsi lentamente sempre più nel cielo verginale gli abitanti di Pachigam radunarono gli animali che avevano portato da macellare i polli le capre e gli agnelli il cui sangue presto sarebbe scorso liberamente come le celebri cascate del giardino scaricarono i carri tirati dai giovenchi e si misero sulle spalle i carichi di utensili da cucina e arredi scenici di effigi ed i fuochi artificiali mentre come se volesse divertirli un piccolo demagogo ritto su un fusto da petrolio vuoto faceva un'affermazione sorprendente un'affermazione che sottolineava battendo vigorosamente un bastone a vivaci colori contro un enorme tamburo”.

Il romanzo esprime anche una notevole dose di rabbia à la Céline rivolta in primo luogo alle forze e alle circostanze che hanno condannato il Kashmir alla disperazione. è una rabbia che a volte si manifesta sotto forma di satira feroce come ad esempio nella contorta logica interventista del colonnello Kachawaha o quando illustra la padronanza di Max “della lingua fatta di impronunciabili acronimi che era la vera lingua franca del ceto politico del subcontinente”.

Altrove la collera trova espressione in un indignato flusso che sfida la grammatica: “In molti campi c'era un bagno ogni trecento persone chissà perché e i dispensari medici mancavano dei materiali essenziali per il pronto soccorso chissà perché e migliaia di profughi morirono a causa dei viveri e dei ripari chissà perché… e i pandit del Kashmir furono lasciati marcire nei loro miseri campi lasciati marcire mentre l'esercito e gli insorti si disputavano quella valle distrutta e insanguinata lasciati là a sognare di tornare a morire dopo che era morto il sogno di tornare tanto che non poterono più neanche morire sognando quel sogno chissà perché chissà perché chissà perché chissà perché chissà perché”.

Rushdie ha sempre dato il meglio di sé quando scrive del subcontinente come in I figli della mezzanotte La vergogna o in alcune parti di L'ultimo sospiro del moro e la stessa cosa vale per Shalimar: il libro rivela i suoi punti deboli quando si allontana dall'India – in un'Europa lacerata dalla guerra o in una Los Angeles assolata – e tradisce quindi giova ripeterlo una consistente disomogeneità. Come il personaggio di Shalimar Rushdie cammina su una corda in bilico fra materiale familiare e non; se riesce a restare in equilibrio nonostante alcuni ineleganti ondeggiamenti è grazie alla presa della sua patria paradisiaca e scomparsa sulla sua folta immaginazione.


(tratta da “Biblio” 2005 settembre-ottobre; traduzione dall'inglese di Laura Mollea)


Sanjay Sipahimalani

Lo scontro di valori e di civiltà, la passione dell'amore umano e degli ideali, il caos che domina il presente si fondono in questo nuovo romanzo di Salman Rushdie, in cui le vite dei protagonisti si intrecciano a tal punto con la storia reale da mutare il corso degli eventi. Lo scrittore indiano, naturalizzato inglese e salito alla ribalta della cronaca grazie al controverso romanzo I versi satanici, che gli valse la condanna delle autorità religiose islamiche, ci regala un romanzo intenso e sfaccettato, in cui si riflettono i molti conflitti dell'età contemporanea. La vicenda si snoda tra passato e futuro, tra Oriente e Occidente, sullo sfondo del radicalismo religioso, di intrighi diplomatici e spionaggio. India, la figlia ventiquattrenne di Maximilian Ophuls, illustre intellettuale di origine ebraica nato in Francia, eroe della Seconda guerra mondiale, ex ambasciatore americano ed esponente di spicco dell'antiterrorismo, assiste alla morte del padre, assassinato dal suo autista personale, soprannominato Shalimar il clown. Questo tragico fatto apre uno spiraglio sul suo nebuloso passato e la spinge ad indagare sulla sua vera storia. L'assassino paterno, il cui vero nome è Noman Sher Noman, è originario del Kashmir, regione da sempre contesa tra India e Pakistan e lacerata da un secolare conflitto tra Induismo ed Islam. La sua vita nasconde molti segreti che lo legano a Maximilian: l'attività come funambulo e saltimbanco, la militanza armata in gruppi terroristici e rivoluzionari, l'amore travolgente per Boonyi. Sarà proprio questa donna, giovane e bellissima danzatrice ha sconvolgere e legare per sempre il destino dei due uomini e quello della giovane India. Dopo avere sposato Shalimar, Boonyi cade fra le braccia di Ophuls, inguaribile seduttore, di cui diviene l'amante, per poi morire ancor giovane dopo avere dato alla luce una figlia. La bambina segue il padre, Ophuls in America, mentre Shalimar, accecato dall'odio, decide di entrare in un campo di addestramento militare e di partecipare attivamente alle lotte armate che sconvolgono la sua terra d'origine. Non rinuncerà tuttavia al suo principale obiettivo: vendicarsi e colpire chi ha rovinato la sua famiglia. Ma non sempre tutto è come sembra. Per fare chiarezza sugli avvenimenti passati, ad India non resterà che percorrere a ritroso la vita di Shalimar, Maximilian e Boonyi. Solo così scoprirà ciò che accadde realmente tra loro e potrà decidere se seguire la strada dell'intransigenza o del perdono.
Appassionante storia di vita e d'amore, ma anche attuale riflessione sui conflitti dell'età contemporanea, Shalimar il clown è un romanzo che cattura i lettori grazie alla sua trama incalzante, una lettura in cui si respira, seppur romanzato, il conflitto religioso e ideologico che sconvolge il nostro mondo e da cui traspare fortemente la necessità di una dialogo e di una riconciliazione tra i popoli.

  • Salman Rushdie Cover

    Salman Rushdie è uno scrittore indiano naturalizzato britannico. Nato a Bombay, si trasferisce a Londra all'età di 14 anni e studia al King's College di Cambridge. Il suo stile narrativo, che amalgama narrazione realistica e invenzione mitica, è stato descritto come collegato al realismo magico.Tra le sue prime pubblicazioni: le novelle Grimus (1974), I figli della mezzanotte (1981) e Vergogna (1983). Con I figli della mezzanotte vince il Booker Prize nel 1981 e ottiene un inaspettato successo popolare e critico.Dal 1989 vive in clandestinità, dopo la condanna a morte decretata da Khomeini e dal regime degli ayatollah seguita alla pubblicazione del libro Versetti satanici, ritenuto blasfemo verso la religione del Corano. In seguito pubblica una relazione... Approfondisci
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