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Si sta facendo sempre più tardi. Romanzo in forma di lettere

Antonio Tabucchi

Editore: Feltrinelli
Edizione: 7
Anno edizione: 2016
Formato: Tascabile
Pagine: 228 p., Brossura
  • EAN: 9788807887987
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«Però può succedere che il senso della vita di qualcuno sia quello, insensato, di cercare delle voci scomparse, e magari un giorno di crederle di trovarle, un giorno che non aspettava più, una sera che è stanco, e vecchio, e suona sotto la luna, e raccoglie tutte le voci che vengono dalla sabbia.»

«La lettera è un equivoco messaggero», dice Tabucchi nel suo Post scriptum, e le diciotto lettere da cui è composto quest'ultimo romanzo (il sottotitolo è in questo senso esplicativo Romanzo in forma di lettere) rappresentano l'ambiguità del vivere e dell'amare in ogni sua forma e manifestazione. Le parole, strumenti essenziali della comunicazione letteraria, sono qui magistralmente utilizzate, con tutto il potere descrittivo ed evocativo che possiedono: rimandi, allusioni, citazioni, salti logici e parlato quotidiano, strofe di canzoni, modi di dire, linguaggio alto e aulico. Prova d'autore, quindi? No, in Tabucchi la discrezione e il silenzio costituiscono una componente importante della scrittura, così come della personalità, scevra da ogni attrazione per il circo mediatico che intorno agli scrittori si è affermato negli ultimi anni. Lettere d'amore: lo dichiara lui stesso e lo esplicitano le diverse dediche delle missive. Ma ugualmente lettere di solitudine e di lontananza, non nella formula dell'"amore lontano" di provenzale memoria, ma nella scelta di porre sia il ricordo di qualcosa di concluso, sia l'immaginazione per qualcosa di mai vissuto, al servizio di un'indagine sui sentimenti. «La memoria rievoca il vissuto, è precisa, esatta, implacabile, ma non produce niente di nuovo: è questo il suo limite. L'immaginazione invece, non può evocare niente, perché non può ricordare, ed è questo il suo limite: ma in compenso produce il nuovo, un qualcosa che prima non c'era, che non c'è mai stato.» Ciò che ha suggerito all'autore le varie tematiche delle lettere (scritte diciassette da uomini e solo una, l'ultima, da una donna) sono stati incontri, letture, episodi marginali della vita e spesso questi "suggerimenti" vengono esplicitati, altre volte l'allusione è più oscura, ma sempre risulta chiara la fonte: è il malessere del vivere, la difficoltà a realizzare nel presente i propri desideri. Per questo è il passato, reale o sognato, ad essere protagonista. L'abbandono, subito o attuato, la separazione dall'amata nata da una frattura (un tradimento, un rifiuto) o dal caso, più spesso appaiono invece dipendere dall'assenza definitiva dell'oggetto amoroso, cioè dalla morte, anzi dal suicidio della donna. Chi scrive non si chiede il perché del gesto, ne osserva invece le conseguenze su di sé: l'incompiutezza del sentimento, la fine irrevocabile del dialogo, l'impossibilità di riannodare un discorso interrotto.

Spesso c'è il rimpianto di aver rinunciato alla banale, ma rassicurante normalità che sa soddisfare tanti altri uomini, ma a questo si contrappone l'orgoglio della propria memoria, della propria unicità, e della capacità di vivere la quotidianità "come se" si fosse come gli altri, sapendosi diversi. L'orgoglio dell'intelligenza è, forse, l'orgoglio di saper usare le parole con maestria; proprio per questo è possibile ritrovare frasi del linguaggio comune, crude, intime, oppure frasi in francese, espressioni inglesi, termini tecnici o versi di canzoni, ma non si modifica il tono generale che resta alto.

La prima lettera, perfetta, indimenticabile nell'equilibrio tra descrizione reale e ambiguità del simbolo, avvia alla lettura di tutte le altre (voci diverse di un'unica vita?) e accenna a temi che altrove vengono pienamente sviluppati. Uno di questi mi sembra particolarmente interessante (con parola brutta, ma esplicita, si potrebbe dire "intrigante"): i ricordi più intensi e veri sono di ciò che non è stato. "Amore mio, ti ricordi quando non siamo andati a Samarcanda?": i sogni che più uniscono due persone sono quelli che non sono stati attuati, ma restano un segreto che non sarà mai condiviso con altri.

Tabucchi non sembra cercare nessun facile consenso, e in questo sta la sua grandezza ("preferisco di no" dice un suo personaggio) di certo l'autore preferisce non accarezzare né le orecchie di chi aristocraticamente cerca una letteratura d'élite, né di chi cerca nelle proprie letture una qualche forma di evasione e consolazione.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

Un biglietto in mezzo al mare

Mia Cara,

credo che il diametro di quest'isola non superi i cinquanta chilometri, al massimo. C'è una strada costiera che la gira tutta in tondo, stretta, spesso a picco sul mare, altrimenti pianeggiando in coste brulle che scendono a solitarie spiaggette di ghiaia orlate di tamerici bruciate dal salino, e in alcune a volte mi fermo. Da una di queste ti parlo, a bassa voce, perché il meriggio e il mare e questa luce bianca ti hanno fatto chiudere le palpebre, stesa qui accanto a me, vedo il tuo seno che si solleva al ritmo pausato della respirazione di chi sta dormendo e non voglio svegliarti. Come piacerebbe questo luogo a certi poeti che conosciamo, perché è così scabro, essenziale, fatto di pietre, montagnole brulle, spini, capre. Mi è perfino venuto a pensare che quest'isola non esista, e di averla trovata solo perché la stavo immaginando. Non è un luogo, è un buco: intendo della rete. C'è una rete nella quale pare sia ormai impossibile non essere catturati, ed è una rete a strascico. In questa rete io insisto a cercare buchi. Ora mi pareva quasi di aver sentito la tua risatina ironica: "E dàgli, ci risiamo!". E invece no: hai le palpebre chiuse e non ti sei mossa. Me lo sono solo immaginato. Che ore saranno? Non ho portato l'orologio, che del resto qui è del tutto superfluo. Ma ti stavo descrivendo questo luogo. La prima cosa a cui fa pensare è a com'è troppo il troppo che il nostro tempo ci offre, almeno a noi che per fortuna stiamo dalla parte migliore. Invece guarda le capre: sopravvivono con niente, mangiano anche i pruni e leccano perfino il sale. Quanto più le guardo, più mi piacciono, le capre. Su questa spiaggetta ce n'è sette o otto che si aggirano fra i sassi, senza pastore, probabilmente appartengono ai proprietari della casetta dove mi sono fermato a mezzogiorno. C'è una specie di caffè sotto un'incannicciata dove si possono mangiare olive, formaggio e melone. La vecchietta che mi ha servito è sorda e ho dovuto gridare per chiedere queste poche cose, mi ha detto che suo marito arrivava subito, ma suo marito non l'ho visto, forse è una sua fantasia, oppure ho capito male. Il formaggio lo fa lei con le sue mani, mi ha portato nel cortile di casa, uno spiazzo polveroso circondato da un muro a secco pieno di cardi dove c'è l'ovile delle caprette. Le ho fatto un segno con la mano a falce, come per significare che dovrebbe tagliare i cardi che bucano e nei quali si inciampa. Lei mi ha risposto con un segno identico, ma più deciso. Chissà cosa voleva dire con quella mano che tagliava l'aria come una lama. Accanto alle stalle il casale si prolunga in una specie di cantina scavata nella roccia dove lei fabbrica il suo formaggio, che è poco più di una ricotta salata fatta stagionare al buio, con una crosta rossastra di peperoncino. Il suo laboratorio è una stanza scavata nella pietra, freschina, direi gelida. C'è uno scrematoio di granito dove lascia cagliare il latte e un mastello dove lavora il siero, su una tavola rugosa e inclinata sulla quale impasta il caglio come se fossero dei panni su un lavatoio, strizzandolo perché ne esca tutta l'acqua; e poi lo infila in due forme dove esso rassoda, sono forme di legno che si aprono e si chiudono a morsa, una è rotonda, e questo è normale, mentre l'altra ha la figura di un asso di picche, o almeno a me è sembrato così, perché ricorda il seme delle nostre carte da gioco. Ho comprato una forma di formaggio e avrei voluto quella fatta come l'asso di picche, ma la vecchia me l'ha rifiutata e mi sono dovuto accontentare di quella rotonda. Le ho chiesto una spiegazione e ne ho cavato dei mugugni sgraziati e gutturali, quasi stridenti, accompagnati da gesti indecifrabili: si circondava la circonferenza del ventre e si toccava il cuore. Chissà: forse voleva significare che quel tipo di formaggio è riservato solo a certe cerimonie essenziali alla vita: la nascita, la morte. Ma come ti dicevo, forse è solo l'interpretazione della mia fantasia che di sovente galoppa, come sai. Ad ogni modo il formaggio è squisito, fra queste due fette di pane scuro che sto mangiando dopo avervi versato un filo d'olio d'oliva, che qui non manca, e qualche foglia di timo che condisce ogni piatto, dal pesce al coniglio selvatico. Avrei voluto chiederti se anche tu avevi appetito: guarda, è squisito, ti ho detto, è una cosa irripetibile, fra un po' sarà sparito anche lui nella rete che ci sta avvolgendo, per questo formaggio non ci sono buchi né vie d'uscita, approfittane. Ma non volevo disturbarti, era così bello il tuo sonno, e così giusto, e ho taciuto. Ho visto passare un bastimento in lontananza e ho pensato alla parola che ti stavo scrivendo: bastimento. Ho visto passare un bastimento carico di?... Indovina.
Sono entrato nel mare piano piano con una sensazione panica, come il luogo richiedeva. Mentre entravo nell'acqua, con i sensi già disposti a ciò che il sole meridiano e l'azzurro e il sale marino e la solitudine suscitano in un uomo, ho sentito una tua risatina ironica dietro le spalle. Ho preferito ignorarla e sono avanzato nell'acqua fino a quasi l'ombelico, quella stupida fa finta di dormire, ho pensato, e mi prende in giro. Come per sfida sono andato avanti, e sempre per sfida, ma anche per farti uno sberleffo, mi sono girato di scatto esibendomi nella mia nudità. Oplà!, ho gridato. Non ti sei mossa di un millimetro, ma la tua voce mi è giunta chiarissima e soprattutto il tono, che era sardonico. Bravo, complimenti, sembri ancora in forma!, ma la Spiaggia del Miele era vent'anni fa, è passato un po' di tempo, attento a non fare un buco nell'acqua! La frase era piuttosto velenosa, devi ammetterlo, indirizzata a qualcuno che entrava nel mare giocando a fare il maturo fauno, mi sono guardato, e ho guardato l'azzurro intorno a me e mai metafora mi è parsa più appropriata, e il senso del ridicolo mi ha colto, e con esso uno stupore, come un disorientamento, e una specie di vergogna, cosicché mi sono portato le mani davanti per coprirmi, insensatamente, visto che di fronte a me non c'era nessuno, soltanto mare e cielo e nient'altro. E tu eri lontana, immobile sulla spiaggia, troppo lontana per avermi bisbigliato quella frase. Sto sentendo voci, ho pensato, è un'allucinazione sonora. E per un attimo mi sono sentito paralizzato, con un sudore gelido sul collo, e l'acqua mi è sembrata di cemento come se vi fossi restato imprigionato e vi dovessi soffocare murato per sempre, come una libellula fossile rimasta in un blocco di quarzo. E a stento, passo dopo passo, senza voltarmi all'indietro, ho cercato di evadere dal panico che ora mi aveva colto davvero, quel panico che fa perdere i punti cardinali, sono arretrato fino alla spiaggia dove almeno sapevo che comunque c'eri tu come punto di riferimento, quel sicuro punto di riferimento che mi hai sempre dato, stesa su un asciugamano accanto al mio.

Recensioni dei clienti

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    Fabio Palma

    07/03/2009 17.31.08

    Intendiamoci, è "leggero" per essere un capolavoro. Diciamo snello, Ma è un gran libro, va dentro le cose, e sviscera le persone. Non è poco, coi libri in circolazione. Io lo consiglio.

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    gianfranco

    21/01/2006 15.41.02

    un po' saccente un po' presuntuoso - rispecchia il personaggio credo. ma non si può biasimare un autore come Tabucchi. "Piazza d'Italia" "Sostiene Pereira" che dire?

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    Silvia

    31/10/2003 21.53.35

    Meraviglioso in ogni parola.

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    hag reijk

    08/10/2003 08.37.55

    Un libro che non si riesce a gustare d'acchito. Comprato, iniziato e messo via. Ma via non ha voluto farsi mettere. Ripreso e ricominciato. A poco a poco si è aperto, rivelando inquietanti atmosfere, dove il tempo è abolito, dove porte conducono ad altre porte. Una riflessione sulla morte, prima che questa venga a mostrarci le ultimi immagini che "porteremo" con noi. In qualche modo un'opera a sè, che non ha senso comparare altre sue di narrativa. La scrittura qui evoca ma non racconta. hr

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    Aspasia

    07/10/2002 13.39.37

    Non un libro ma un viaggio incongruo tra i pensieri alati di uno scrittore "sui generis". Ed i sentimenti che ne suscita non possono che essere apprezzati da chi non rispetta i classici canoni della scrittura. Da chi riesce a capire che la parola può essere poesia, che la poesia è mistero, che l'amore è poesia, che questa lettere sono uniche ma allo stesso tempo possono essere state scritte da chi ha amato e vissuto senza pregiudizi. Un libro che non smetterò mai di leggere...

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    Riccardo

    26/03/2002 17.16.46

    un libro inutile. credo che se non si ha nulla da dire sia meglio non scrivere. peccato.

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    Gianluca Tung

    31/12/2001 02.17.58

    Francamente mi ha deluso un pò dopo aver letto il bel "Damasceno". Certo alcune epistole (Buono come sei e Si sta facendo sempre più tardi in particolare) sono belle e in alcuni momenti ho ritrovato anche sprazzi di prosa-poesia che mi hanno ricordato "Il libro dell'inquietudine" di Pessoa ma nelle altre (eccessivamente ostiche) mi è risultato davvero molto difficile destreggiarmi. Insomma alla fine del libro mi sono ritrovato con uno strano senso di liberazione...

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    nicola

    14/12/2001 15.11.20

    Dopo aver letto con piacere "Sostiene Pereira" e "La testa perduta di Damasceno Monteiro" devo ammettere di aver affrontato uno dei libri più brutti degli ultimi anni. Illeggibile.

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    Matteo C.

    13/12/2001 17.02.51

    "In medio stat virtus", e forse anche il giudizio più approppriato per l'ultima fatica di Tabucchi, un'opera a corrente alternata: emozionante quando non si fa prendere da un delirante "stream of consciousness" di Joyciana memoria (scusatemi, ma non sono riuscito ad arrivare in fondo all'Ulysse), irritante quando invece parte per la tangente. L'idea del romanzo in forma di lettere è bella, ma il gioco alla lunga stanca.

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    letizia

    06/12/2001 17.00.27

    Una delirante logorroica attività di scrittura, tipica forse, di chi veramente ha più poco da dire. L'unico libro che ho dovuto cessare di leggere, dopo aver perso la speranza che tutto il farneticare potesse acquisire un senso logico. Colorita e discreta la capacità descrittiva il resto un vero delirio.

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    Paolo, Milano

    20/11/2001 12.07.55

    Un libro riuscitissimo che ha saputo stupirmi fin dalle prime pagine. Un mondo di sentimenti veri e palpitanti che riporta il grande Tabucchi alle vette dei suoi primi romanzi/racconti e che forse può essere apprezzato fino in fondo solo da chi conosce la bibliografia completa dello scrittore. Dopo alcune prove non proprio riuscite ed eccessivamente politiche, l'autore ha saputo ridare voce e corpo alle grandi passioni di ognuno di noi. Un ritorno, insomma, alle emozioni di Requiem, Piccoli equivoci senza importanza (che considero il suo capolavoro), Notturno indiano. Bravo Antonio: hai riconquistato la capacità di emozionare con la lucidità e l'abilità stilistica che ti contraddistingue.

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    Maurizio

    03/09/2001 15.37.58

    Sono con Ombretta e Letizia Ricci, finora l'unico lettore maschio a non disapprovare. Secondo me questo e' un capolavoro. Forse la struttura del "romanzo in forma di lettere" ha disorientato qualche lettore, ma per me questa prova conferma che Tabucchi sia uno fra i migliori scrittori in attivita'.

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    michele

    30/08/2001 15.51.53

    che delusione: quasi illeggibile, tranne qualche raro battito d'ala.

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    Ombretta

    31/07/2001 16.10.30

    E' il primo libro che leggo di questo autore. Lo considero un genio dei nostri giorni. Il suo modo di scrivere è assolutamente originale e unico, i suoi periodi lunghi, quasi da leggere senza riprendere fiato, scorrono veloci come le acque di quel fiume di cui narra, il suo immaginario (che distingue dalla memoria) è fatto di frammenti di ricordi che messi insieme a volte suonano contrastanti, dissonanti e apparentemente privi di logica (ma poi "che cosa ha senso nella vita?" - si domandano i suoi personaggi - "niente" risponde l'autore). Ne deriva uno stile assolutamente originale, che colpisce (scatena fastidio e risate), che comunque crea qualcosa di nuovo perchè suscita pensieri e sicuramente invita tutti noi a riflettere sulle cose che ci circondano e i sentimenti che dominano le nostre vite, alle quali solo noi possiamo dare un senso... Nel leggere le "sue" lettere si prova malinconia, commozione, tristezza per ciò che i mittenti delle lettere hanno vissuto o vivono e in quasi tutti possiamo ritrovare parte della nostra "storia". Bando al pessimismo cosmico in cui si può credere sia caduto l'autore: in tutte pervade una sensazione di consapevole accettazione della propria esistenza, di cui si può anche gioire se è stata toccata almeno una volta dall'Amore, motore dei sentimenti. Un'osservazione a coloro che lo hanno criticato o lo criticheranno per aver aver scritto lettere sconclusionate (forse a volte solo un pò ostiche): rileggete il libro abbandonando i vostri schemi razionali e logici, lasciatevi guidare dalle parole e navigate nel mare di voli pindarici dell'autore senza opporvi. I pensieri ("che sono alati") vi colpiranno e proverete sensazioni uniche. Chi di voi non rivivrà un'amore finito oppure sospeso? Unica nota di disaccordo: in alcuni racconti sono troppo frequenti i rimandi a citazioni letterarie straniere, riportate nella lingua di orgine, di cui sovente manca la traduzione.

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    Lara

    10/07/2001 15.33.02

    questo libro non è certamente il più riuscito di Tabucchi. Manca un filo logico che leghi insieme le varie lettere, anche se fra le righe si possono trovare sprazzi di autentica poesia.

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    Sandro Florenzo

    07/07/2001 20.13.46

    L'ho comprato perchè mia zia me ne ha parlato con entusiasmo ma , aimè, non sono riuscito a finirlo; ho provato ad afferrarne il filo, il senso, la logica senza riuscirvi. Adesso è nella mia biblioteca nello scaffale più alto fra i libri da riprendere quando sarò più ...."cresciuto".

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    Francesco

    24/06/2001 23.26.30

    Di sostanza, in Tabucchi, ce n'e' sempre stata poca, ne' fanno eccezione il tanto acclamato Sostiene Pereira (un'ideuzza sviluppata con totale indifferenza nei riguardi della verosimiglianza) e tanto meno l'orrendo Testa tagliata ecc. Che qualche lettore incominci ad accorgersene e' consolante.

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    tiziano

    09/06/2001 23.02.58

    un tabucchi spentissimo

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    Letizia Ricci da Grenoble!

    29/05/2001 13.06.34

    Mi spiace non essere per nulla d'accordo con gli altri lettori, ma per me questo libro, si, forse delirante, è una pagina sterminata di poesia, pura poesia in prosa. Dai passaggi che ti accompagnano nelle pieghe dell'anima e dell'incongruità dei sentimenti ai "tonfi" nella cruda realtà dell'emoglobina (paradosso eccezionale), della pelle, delle pievi che tutti riconosciamo col loro sfondo rosso arancio vedendole scorrere sul finestrino dell'auto. La forma epistolare è ideale per parlare e parlarsi, identificare ed identificarsi. Ho ricordato subito Requiem ... ed i brividi di emozione tanto sensuale quando eterea che Tabucchi mi riesce a trasmettere. Chi altri riesce a scrivere poesie parlando di atomi e di cene? Chi altri ci ha parlato d'amore senza canovacci precostituiti e stravisti? Chi riesce a dare il passo del tempo senza mettre un'ordinata temporale? (ma non è un caso l'amore per Pessoa). Tra pragmatismo ed estemporaneità mediterranea, trovo sempre e sempre di più il grande Tabucchi.

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    Stefano

    22/05/2001 06.56.25

    Quasi illeggibile, purtroppo. Sebbene l'abbia letto in un pomeriggio, cercando uno sprazzo che lo recuperasse dalla profonda inutilita' in cui affonda dopo le prime 15 pagine. E ne e' valsa la pena, perche' l'ultima lettera, di Arianna e delle Moire, e' tanto bella da dare i brividi. Ma non basta a salvare il libro. Ne' basta la copertina, stupenda.

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