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Signora Ava - Francesco Jovine - copertina
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Descrizione


Un mondo intero in un romanzo. É l'impresa che riesce a compiere Francesco Jovine, scrittore tra i più arditi del nostro Novecento, in questo che è stato il suo libro più noto e amato, prima di cadere nel dimenticatoio che negli ultimi vent'anni ha ingoiato tutto ciò che ci ricorda l'Italia che eravamo - a meno di un paio di eccellenti eccezioni come "Il Gattopardo" e "Cristo si è fermato a Eboli". Il mondo che Jovine ritrae, infatti, è lo stesso di quei due capolavori, e di quel mondo il romanzo intreccia storie ed emozioni nuove a vecchie credenze e leggende risalenti ai tempi mitici della "Signora Ava", dure a morire in una comunità contadina quale è il Molise, tra il 1859 e il 1860, alla vigilia dell'Unità d'Italia e della fine del regno borbonico. Fatto sta che in questo mondo sospeso tra un presente immobile e un passato che non passa, tra le beghe di paese, il notabile, il curato, il maestro, il proprietario e il bracciante, ecco che a un tratto fa irruzione la "Storia" con i suoi protagonisti. L'impatto è brusco, il pacato ritmo del paese ne esce sconvolto. Immobilismo e azione, folklore e storia, tradizione e futuro: quanti romanzi riescono a mescolare così tanti registri? Non a caso la critica ha evocato, a proposito di Jovine, il realismo manico di un Garda Màrquez: per questa capacita di trasporre un pezzo vivido di realtà in un tempo sospeso tra il fantastico e il mitico. (Prefazione di Goffredo Fofi, postfazione di Francesco D'Episcopo)
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Dettagli

2010
31 ottobre 2010
XIV-223 p., Rilegato
9788860365217

Valutazioni e recensioni

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Renzo
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Dalla parte degli “ultimi”

Tutto ruota intorno alla famiglia De Risio, piccola aristocrazia di campagna in uno Stato che sembra immobile e ingessato, anche se va disgregandosi. Abitano nel paese molisano di Guardalfiera e a loro modo sono dei personaggi, emblematici perché ben rappresentano la stratificazione sociale degli abitanti del Regno dei Borboni nel suo crepuscolo. Troviamo così il vecchio zio prete Don Beniamino, che tiene i cordoni della borsa, Don Eutichio con la moglie sorda come una campana, tipico rappresentante di una proprietà terriera medievale, il Colonnello, reduce dalle guerre napoleoniche, aperto alle novità, ma disilluso, Don Matteo Tridone, un prete povero, ma generoso, ingenuo e protettore dei più deboli, Antonietta De Risio, malaticcia giovane erede della casata, e Pietro Veleno, un servo contadino, fedele alla famiglia, segretamente innamorato di Antonietta, che un po’ per volta ricambia. In questo contesto in cui nulla da tempo immemorabile accade, la venuta di Garibaldi e dei suoi volontari ha un effetto dirompente, con i contadini che cominciano a sperare nella promessa distribuzione delle terre, in una nuova atmosfera che dovrebbe sconvolgere l’ordine preesistente, ma i Savoia, giunti a reclamare il Meridione strappandolo a Garibaldi, ristabiliscono con i signori locali, i “galantuomini”, lo stato di cose precedente. Da qui la reazione esasperata, e senza speranza, delle classi emarginate, che sfocerà in una guerra sanguinosa in cui combatteranno l’esercito sabaudo con l’aiuto della locale Guardia Nazionale, di cui fanno parte quelli che prima avevano un po’ di potere, che ora temono di perdere. In questo contesto c’è il coinvolgimento della famiglia De Risio, di Pietro Veleno e di Don Matteo Tridone. Come nel Gattopardo tutto cambierà per poi ritornare come prima. Romanzo stupendo.

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Clemente
Recensioni: 4/5

Uno di quei casi in cui la forma poco conta tale è il contenuto

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Antonio
Recensioni: 2/5

Devo essere onesto, questo è uno dei romanzi più noiosi che abbia mai letto. Credevo di trovarmi davanti ad un capolavoro ingiustamente dimenticato della letteratura italiana e invece ora capisco perché nessuno lo legge più.

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Francesco Jovine

(Guardialfiera, Campobasso, 1902 - Roma 1950) narratore italiano. Ispirò alla nativa regione molisana le sue opere più significative: dal romanzo Signora Ava (1942) alla raccolta di racconti L’impero in provincia (1945), all’altro romanzo Le terre del Sacramento (1950, premio Viareggio), sorta di epopea del lavoro contadino e commossa celebrazione della propria terra. I temi tradizionali del feudo che va in rovina e del conflitto tra padroni e contadini vengono rappresentati, all’avvento del fascismo, con una forte carica polemica e uno stile asciutto che intreccia il rilievo di caratteri balzachiani alla coralità della struttura. Narratore di tradizione essenzialmente veristica, J. accolse nelle sue opere le istanze dell’antifascismo e delle lotte sociali del dopoguerra, senza tuttavia rinunciare...

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