Il signore delle anime

Irène Némirovsky

Traduttore: M. Di Leo
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2011
In commercio dal: 4 ottobre 2011
Pagine: 233 p., Brossura
  • EAN: 9788845926273
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Descrizione
"Appartengo a una razza levantina, oscura, c'è in me un miscuglio di sangue greco e italiano: sono uno di quelli che voi francesi chiamate metechi, immigrati" dice, a una donna in cui vede l'immagine stessa della purezza, Dario Asfar, giovane medico che negli anni successivi alla prima guerra mondiale conduce un'esistenza miserabile nel Sud della Francia. E con sorprendente chiaroveggenza conclude: "Io credo che esista una fatalità, una maledizione. Credo che il mio destino era di essere un mascalzone, un ciarlatano ... Non si sfugge al proprio destino". Anche quando, molti anni dopo, non sarà più il "medicastro" che con il suo aspetto "miserabile e selvatico" e il suo accento straniero ispira solo diffidenza, anche quando sarà diventato ricco e famoso, e l'alta società parigina andrà umilmente a chiedergli di guarirla da quelle malattie dell'anima, da quelle "turbe psichiche", da quelle "fobie inspiegabili" che solo lui, il Master of souls (come viene definito da chi lo accusa di sfruttare la credulità del prossimo), è in grado di curare - anche allora il dottor Asfar si porterà dietro il marchio indelebile del suo destino, delle sue origini, del suo sangue. E quegli angiporti dell'Oriente da cui proviene, e che ha cercato di lasciarsi alle spalle, gli rimarranno per sempre negli occhi.

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Recensioni dei clienti

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    AdrianaT.

    22/04/2015 10:17:48

    Dario, di base, è un piagnone. Non che la vita sia stata tenera con lui - immigrato levantino, (un métèque), in Francia -, tutt'altro, ma dopo novanta pagine di piagnistei e vittimismo, comincia a darti sui nervi: una vera lagna. Ma è anche un manipolatore schifato dalla povertà e ossessionato dal denaro, il subdolo e meschino ideatore della discutibile terapia della 'sublimazione dell'Io' - sempre in bilico fra la rettitudine, la corruzione e il malaffare, da cui è attratto -, si crogiola nel suo conflitto interiore, fra molti dubbi ma pochi sensi di colpa e varie messinscene, toccando picchi di leccaculismo e intrallazzismo per nulla trascurabili ed un prezzo molto alto da pagare per un'emancipazione e una difficile arrampicata sociale. Una Nemirovsky un filo sotto la media questa volta, forse per l'essenza, tutt'altro che attraente, del personaggio principale, anche se lo stile e la forma sono impeccabili come sempre e le sue analisi, che arrivano puntuali, mi colpiscono sempre: "Era nell'età in cui l'uomo è ancora così malleabile, così femmineo, così acerbo nella personalità da volere innanzi tutto obbedire, rispettare, sottomettersi a qualcuno, sia esso un'amico, un maestro o una donna. Solo i genitori non hanno alcun potere sull'anima di un'adolescente."

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    Andrea Scasso

    03/02/2013 10:52:27

    Sono un lettore affezionato di Nemirowsky, anche questo romanzo mi ha appassionato e complessivamente lo trovo molto buono. Forse una certa fretta dovuta a circostanze contingenti ha portato l'autrice a passare troppo velocemente avanti negli anni, con un salto temporale che non consente di percepire e di apprezzare il cambiamento di Dario nei confronti della vita, del denaro e degli affetti. Comunque da leggere, come tutti gli altri. Sarei anche abbastanza indulgente sul titolo, nonostante qualcuno abbia criticato la scelta di Adelphi.

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    paola

    28/06/2012 21:53:06

    Buon libro, scritto bene e con metodica precisione, molto profondo .

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    gianluca guidomei

    04/01/2012 19:30:12

    Non ho capito una cosa. Nella postfazione è scritto: "Il 18 maggio 1939 Gringoire, settimanale politico e letterario parigino, pubblica la prima puntata delle Echelles du Levant ( essendo lo stesso titolo di un romanzo di Amin Maalouf, per la presente edizione è stato scelto il titolo Le Maitre des ames...)" E allora perché ad inizio libro è segnalato come titolo originale proprio "Le Maitre des ames"? In ogni caso la scelta del titolo italiano è pessima, banale e dozzinale e non all'altezza dell'opera di Némirovsky che infatti le aveva dato un altro titolo. Oppure Adelphi ha dato un'informazione errata. La cosa mi rinfranca perché sentivo questo titolo stonare con la mia devozione per Irène. Asfar non è un signore delle anime, per quanto sia un cialtrone. E' invece un levantino agguerrito a contatto con un mondo di ricchi pazzi per il denaro. Chi è più spregevole di chi vive per i soldi? E' un uomo abituato alla lotta feroce per la sopravvivenza, la sua unica forza è quella dei nervi sempre all'erta: "Ha una piega all'angolo della bocca, la piega triste e affamata di chi ama i piaceri del mondo..." Si respira da subito una profonda amarezza, una strisciante frustrazione, i dialoghi sono, come sempre in Némirovsky, perfettamente concitati, se non disperati e disperanti. Asfar è inseguito dalla meschinità, la sua e quella del mondo che lo circonda. L'abiezione domina la vita dei personaggi del libro, ad eccezione di sua moglie, che però è sua complice perché troppo debole e di Sylvie Wardes, donna irraggiungibile nella sua integrità. Asfar non godrà mai nemmeno della stima del figlio Daniel, unico maschio dell'opera a non scendere a compromessi con la vita. Poi accade qualcosa... L'oriente inganna l'occidente, perché il lupo è più avvezzo alla lotta del cane

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    giorgio g

    06/12/2011 10:53:09

    In passato avevo elogiato l'editore per la sua iniziativa di pubblicare le opere di questa Autrice, un tempo sconosciuta in Italia. Ora mi rendo conto che,volendo pubblicare tutte le sue opere, è stato toccato il fondo del barile. "Il signore delle anime" che, d'altronde, era uscito soltanto a puntate su un giornale francese alla vigilia della seconda guerra mondiale, mi è apparso come un feuilleton degli anni Trenta, intrisi di quell'antisemitismo che doveva avere un tragico sviluppo nei lager della Germania hitleriana, che inghiottiranno anche la Nemirovsky. Non si rende un buon servigio alla sua memoria stampando questa sua opera che ci fa dimenticare capolavori come "Suite francese" e "David Golder".

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    marcello

    26/11/2011 14:37:06

    Duro,profondo,coinvolgente; forse con minore impegno storico-sociale di altri, ma da leggere con estremo piacere

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    fabien

    15/11/2011 14:20:01

    reputare a Némirovsky un genio letterario appare superfluo.Certamente il romanzo affascina,in molte parti,con altri capolavori. Forse,qui si indugia eccessivamente su la ossessiva ricerca del danaro che Dario costantemente esercita nella sua vita.Bene descritto il rapporto tra mèdico e paziente. Io sarei per un 4/5 ma, poichè amo troppo questa Irene,mi vedo obbligato ad un voto massimo. fabien

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    emanuela

    13/11/2011 19:19:57

    Anche per me - che ho letto tutti i suoi libri - Irène è un genio, una grandissima. Questo romanzo mi è piaciuto forse un po' meno di altri, trovo incompiuto il chiarimento, per il lettore, del metodo del Master of souls...in che cosa consisteva davvero questo metodo? mi pare che per la comprensione del testo sarebbe stato necessario conoscerlo. Detto questo, il romanzo è affascinante, i personaggi delineati sono a volte estremi, ma di loro nulla ci sfugge. E il loro ritratto è tale, che anche nei più abietti noi sentiamo un afflato di umanità, li sentiamo della nostra stessa natura e a loro inevitabilmente ci lega un filo di com-passione.

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    e.m.

    12/11/2011 11:34:23

    A mio avviso uno dei meno riusciti dell'autrice. La scrittura è come sempre irresistibile, ma non ci sono le anime... e nemmeno un signore.

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    M.T.

    27/10/2011 15:44:52

    La bravura di questa scrittrice è innegabile e,letto un suo romanzo, si vorrebbe leggerli tutti. Tutti i personaggi rientrano nella molteplicità degli stati d'animo di ogni essere umano: dalla più profonda bontà alla cupa malvagità. Tutto questo rende la Nemirovsky non una scrittrice d'altri tempi ma capace di dire qualcosa di eterno all'uomo di oggi.

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    Romolo Ricapito

    20/10/2011 00:18:29

    E' il terzo libro della Nemirovsky che leggo, dopo Il Vino della Solitudine e Suite Francese. E' anche questo un romanzo molto buono diviso in due parti; la miseria del personaggio e la sua elevazione sociale. Le descrizioni dei protagonisti e delle situazioni sono perfette e indugiano nell'intimismo. La seconda parte del romanzo è troppo sofisticata o comunque narra di cambiamenti eccessivamente repentini del carattere di Dario. Ad ogni modo il libro è da leggere , anche perché esplora il rapporto tra medico e pazienti, sempre attuale. Giudico la Nemirovsky un genio della letteratura.

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Dario Asfar è un giovane medico levantino, un meteco che conduce un'esistenza miserabile a Nizza nel 1920. Tutta la sua vita è stata segnata dalla povertà, da continui vagabondaggi e trasferimenti per procurarsi l'essenziale per la sopravvivenza. In Francia nessuno si fida di lui, della sua faccia e del suo accento da immigrato, nessuno vuole le sue cure mediche.
Vive nelle tre stanzette al primo piano della pensione familiare della moglie di un generale, l'usuraia Marta Aleksandrovna, e aspetta l'arrivo della moglie Clara e del figlio appena nato, Daniel. Adesso non può più permettersi di essere un vagabondo, un poveraccio, perché ha una moglie e un figlio che ama e deve prendersi cura di loro. Gli serve un prestito di quattromila franchi per sfamare la sua famiglia e rimettere in sesto le sue finanze e la sua immagine, ma Marta Aleksandrovna è reticente. Eppure ci deve essere qualcosa che può fare per lei, un favore da svolgere in assoluta discrezione e complicità. Glielo intuisce nello sguardo, nell'inflessione della voce, che il suo non è un rifiuto categorico, che c'è ancora spazio per contrattare. E in effetti, qualcosa che può fare c'è: salvare l'onore di suo figlio, perso dietro a una sgualdrina americana.
Così inizia l'ascesa di Dario Asfar. Un cammino intervallato da ripetute cadute e compromessi via via sempre più pesanti, che lo porterà da Nizza a Parigi, a curare non più i corpi bensì le malattie dell'anima dell'alta società parigina, le sue fobie e le sue turbe psichiche. Appena inizia a frequentare gli ambienti gretti e viziosi dell'alta borghesia, dove regnano corruzione, capricci e mode, e soprattutto il terrore di perdere i propri privilegi, Dario metterà da parte il sogno illusorio di una onorata carriera e tornerà ad assecondare la sua vera natura. "Creatura della terra, impastata di fango e di buio", Dario sarà preda di un desiderio violentissimo di diventare ricco, affermarsi contro le sue origini così disprezzate, sbarazzarsi dell'odore di miseria e malattia che gli aleggia sempre intorno, vendicarsi per le offese subite in una vita di stenti. Desiderio e vergogna, sono questi i sentimenti che prova con maggiore intensità: vergogna per la propria condizione e desiderio disperato di trasformarsi, di cambiare aspetto, condizione e anima.
Solo in Sylvie Wardes, moglie del ricco giocatore impenitente Philippe, suo paziente, Dario vedrà un'anima diversa, pura, elevata, disinteressata alle ricchezze e alla materialità. Ma non c'è scampo per quelli che appartengono alla razza di Asfar. Egli si porterà dietro il marchio indelebile delle sue origini. Non c'è alternativa a quella fame che neppure un figlio può comprendere, perché non si sfugge al proprio destino.
Quando scriveva Il signore delle anime, uscito a puntate su Gringoire tra maggio e agosto 1939 (e apparso in volume solo nel 2005), Irène Nemirovsky sapeva cosa significa vivere da emarginati. Certo Irène non proviene dallo stesso "fango" di Asfar. La sua era una famiglia facoltosa e il padre gravitava negli ambienti dell'alta finanza di San Pietroburgo. Ma aveva sperimentato sulla sua pelle la vergogna di essere straniera, diversa, ebrea, la fatica di dover strappare a morsi il riconoscimento letterario, in una Francia ossessionata dallo spettro dell'Altro. Ne Il signore delle anime molti sono gli elementi autobiografici. Il personaggio di Wardes è ispirato chiaramente a Bernard Grasset, editore della Némirovsky tra il 1929 e il 1934, affetto da una grave nervosi che lo porterà all'interdizione. Per il personaggio di Asfar, la Némirovsky aveva a disposizione una vasta gamma di esempi di medici ciarlatani. Ma in questo personaggio bisogna riconoscere anche un doppio della scrittrice: li accomuna l'interesse per l'uomo, lo studio del carattere umano e delle sue paure, ma soprattutto un sentimento di incomprensione e il bisogno di lottare continuamente per affermare le proprie capacità in un paese straniero, per sentirsi una scrittrice francese.
Servendosi degli stereotipi, soprattutto quelli caratteristici dell'ebraismo, Irène li ribalta, attraverso un continuo gioco di specchi. Asfar è un personaggio profondamente umano. Ha orrore del suo riflesso, ma agisce per assicurare alla sua famiglia un futuro dignitoso. Non è spregevole, bensì oggetto di spregio. Non è un meteco, ma "uno di quelli che voi francesi chiamate metechi". La società francese è uno specchio che deforma, e Il signore delle anime è il ritratto di quello specchio deformante, ossessionato dall'antisemitismo e dal terrore verso lo straniero che presto porterà l'Europa intera alla tragedia della Guerra e dell'Olocausto.

A cura di Wuz.it