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Traduttore: A. G. Gerevini
Editore: Feltrinelli
Edizione: 5
Anno edizione: 2002
Formato: Tascabile
Pagine: 136 p.
  • EAN: 9788807815751


«In quel momento decisi di non andare oltre a immaginare il futuro, nel bene e nel male.»

Cosa potrebbe succedere nella vita di un giovane uomo, o una giovane donna, se improvvisamente si scoprissero affetti da una malattia terribile e senza via d'uscita come l'Aids? Quali potrebbero essere le prime reazioni a una notizia così terribile? E quali sarebbero invece le reazioni degli amici? Banana Yoshimoto ha dato la sua risposta a queste domande. Una risposta fortemente segnata dal suo modo di vedere la vita e la morte. Del resto, il tema della morte l'accompagna da sempre, permea costantemente i suoi romanzi. Ma non è una visione drammatica, tragica, forte. È altro: è il pensiero orientale, è la tradizione mistica, e al tempo stesso molto pragmatica del Giappone, è l'inevitabilità di un evento che, per quanto possa non essere desiderato, mantiene un fascino che difficilmente si può ignorare. Al contempo è la società giapponese contemporanea, così legata all'Occidente, che vive questa sorta di schizofrenia tra l'ordine e il caos, tra la rigorosità etica dell'antichità e la confusa morale moderna.

Takashi è sieropositivo, questo è il fatto. Hideo e Kiyose (la voce narrante) sono stati i suoi compagni-amanti e ora sono i suoi migliori amici (che siano un uomo e una donna non è rilevante). Dovranno anche loro affrontare l'iter delle analisi e il responso finale: dentro o fuori dalla vita. Ma non è certo facile trascorrere quelle settimane d'angoscia, nell'attesa dei risultati. Dunque i tre amici decidono di distrarsi, di passare intensamente questi giorni, facendo incetta di ricordi comuni per l'avvenire incerto che si prospetta loro. Viaggiare è senza dubbio un modo intelligente per distrarsi e per vivere esperienze collettive. Takashi, Hideo e Kiyose decidono di intraprendere un viaggio, scegliendo come meta l'Egitto. Lì, tra impressioni del momento e ricordi del passato, tra templi e vestigia degli antichi popoli (e una nuova compagna d'avventura) riscoprono le proprie affinità.

Ma il romanzo non si limita a un racconto di viaggio, è soprattutto la storia di una crescita interiore collettiva, ricercata e voluta profondamente dai protagonisti. Le descrizioni dei tramonti, delle luci e delle ombre di una nazione così diversa dal Giappone, le piramidi, il deserto, sono solo il palcoscenico in cui si muovono i tre attori, alla ricerca di sentimenti come la serenità, la pace, la speranza.

I romanzi della Yoshimoto ricordano alcune stoffe giapponesi, gli acquerelli tradizionali o i giardini zen: una narrazione profonda ma essenziale nella forma, dove anche le descrizioni d'ambiente si limitano all'indispensabile traccia degli elementi principali. Nulla è superfluo e nulla è meno dell'indispensabile.

La storia non ha una vera conclusione. Il viaggio non sarà servito per cambiare realmente le cose: il ritorno in Giappone si prospetta traumatico. Ma questa esperienza non sarà stata inutile, perché «una forte emozione, il nostro viaggio disperato, una piccola gentilezza, non erano affatto inutili. [...] Lo splendore delle azioni degli uomini, intrepidi o sciocchi che siano, vive per sempre».

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

SUGGESTIONI, UNA BELLA ALBA GIAPPONESE

Ricordo stranamente bene quel pomeriggio. Il giorno dopo la festa a casa di Takashi.
Il tempo era sereno e dalla finestra si vedevano il cielo azzurro e la luce. In un soggiorno, buio rispetto all'esterno, qualcosa era nato tra di noi segnando nello stesso istante l'inizio e la fine di un periodo.
Ricordo bene che anche se partecipavo alla conversazione, il mio animo errava e fissava i raggi del sole che danzavano al di là della finestra della cucina nello stesso modo in cui si osservano degli esseri animati.

Questa è la storia da me vissuta di un viaggio durato una decina di giorni soltanto. Un viaggio che, proprio come mi aspettavo, non aveva portato alla conclusione di niente e non aveva goduto di slanci particolari. Io e i miei compagni avevamo semplicemente vagato da un posto all'altro trascinati dalla bellezza del panorama. Senza mete né speranze. C'erano stati, comunque, anche istanti in cui avevo percepito la presenza di qualcosa di bello, di straordinario. Questo è il breve racconto in cui parlo di ciò che è accaduto.

Quella notte, a casa di Takashi, c'era stato un continuo andirivieni, una quindicina di persone in tutto. Per lo più gente che non vedevo da quasi cinque anni. Avevo mangiato e bevuto di tutto e, brilla dopo tanto tempo, avevo passato la notte senza dormire.
Verso l'alba erano andati tutti a casa, eravamo rimasti solo io che lavavo i piatti e mettevo in ordine, e Hideo che aveva cucinato l'intero menu della serata. Tutto indaffarato a distribuire gli avanzi a quelli che tornavano a casa perché li mangiassero il giorno dopo.
Quella sera la ragazza di Takashi, Mimi, non era rientrata a casa, con mia grande sorpresa. Infatti quella era la festa d'inaugurazione della vecchia casa in puro stile giapponese dove avevano traslocato il mese prima, così mi avevano detto.
A questo punto vorrei parlare dei rapporti che legavano me e Hideo a Takashi.
Io ero stata la sua prima ragazza-donna. Nel senso che lui, in origine, era uno di quelli cui piacciono soltanto gli uomini. Mi ero messa con lui a diciassette anni, più o meno dieci anni prima. Avevamo vissuto insieme a lungo e poi ci eravamo lasciati.
Anche Hideo era stato con Takashi, che aveva conosciuto quando gli aveva arredato l'interno del negozio che gestiva. Takashi, però, l'aveva lasciato dopo essersi seriamente innamorato della seconda donna della sua vita, la pittrice Mimi, con cui ora viveva. La cosa risaliva a tre anni prima, se non sbaglio.
Io, Hideo e Mimi, forse perché avevamo tutti e tre uno splendido carattere, forse perché eravamo egoisti e ce ne infischiavamo di tutto all'infuori di quello che avevamo davanti agli occhi, forse perché avevamo più o meno la stessa età e facevamo dei lavori simili, o forse ancora perché avevamo instaurato ciò che si può definire una vera amicizia, avevamo un ottimo rapporto e ci frequentavamo normalmente.
Con questo non voglio dire che nel profondo non avessimo mai avuto momenti di confusione; il tempo però aveva risolto ogni cosa. Senza quasi rendercene conto ci erano restati soltanto la gioia di avere incontrato persone affini e il piacere di un confronto sincero.
Mentre lavavo i piatti e li rimettevo al loro posto, avevo chiesto a Takashi un'infinità di volte: "E Mimi, che fine ha fatto?". La domanda era diretta, eppure lui aveva continuato a rispondermi in modo vago: "Dovrebbe tornare, credo," oppure: "Non so, dormirà in atelier".
Ciononostante io e Hideo ne avevamo parlato alle sue spalle ed eravamo giunti a una conclusione: "Avranno sicuramente litigato!".

Quando finimmo di riordinare tutto, il cielo a levante cominciava a schiarirsi.
"Usciamo in giardino e ci mangiamo la gelatina di fragole che ho dimenticato di tirare fuori ieri sera?" aveva proposto Hideo; li avevo preceduti e, in un primo tempo sola, mi ero sdraiata sull'erba fredda a osservare i colori dolci del cielo.

Nel giardino della casa c'era l'albero della canfora e il mattino, passando attraverso le cascate di rami flessi e il verde delle fronde fitte, era arrivato all'improvviso con una vitalità incredibile insieme alla luce e al vento. Con del rosa, del blu chiaro e dell'oro. Per me, la combinazione di colori più intrisa di speranza su questa terra.
Faccio la disegnatrice di gioielli.
Nel mio lavoro spesso mi capita di creare oggetti che abbiano come tema l'alba. Con varie pietre e metalli, oro, tormaline rosa, ametiste e topazi blu, cerco di esprimere quella sensazione di speranza. Eppure, nella realtà l'alba è talmente prepotente, immensa e ricca di colori dolci e delicati che i miei flebili sforzi finiscono col diventare penosi. Takashi mi aveva raggiunto e si era seduto vicino a me, poi era arrivato Hideo con una terrina intatta di gelatina.
Dimenticata nel frigorifero, si era ghiacciata per metà; dentro aveva delle fragole intere ed era trasparente. Con quel suo aspetto algido, era il cibo più adatto per quel momento. In silenzio, seduti uno di fianco all'altro, mangiavamo la gelatina e bevevamo passandoci una bottiglia di champagne avanzato, osservando il cielo di Tokyo schiarirsi.
I raggi di luce mattutina che colpivano le guance bianche di Hideo, la forma affusolata delle dita delle mani virili di Takashi che sbucavano dai polsini, la percezione della rugiada che dalla terra morbida sotto l'erba saliva per la schiena, la brezza piacevole che se fosse stata appena più fresca sarebbe diventata fredda: tutto era troppo perfetto, tanto che all'improvviso mi ero commossa.
I miei amici, senza fare commenti sulle mie lacrime, guardavano il cielo e gli alberi con uguale sentimento.
Sino ad allora, molte, moltissime volte avevo creduto che non fosse possibile vivere istanti più appaganti di quello presente.
Una situazione nella quale convivevano due sensazioni: una che il mondo fosse una costruzione di legno duro, durissimo, l'altra che fosse un fiore profumato che cambia in continuazione la sua forma delicata...
Poi il cielo si era rischiarato in maniera uniforme, e una banale mattina aveva fatto la sua comparsa. A noi era venuto sonno, ma troppo stanchi per tornare alle rispettive case, avevamo ottenuto da Takashi il permesso di stendere dei futon nella camera degli ospiti e ci eravamo addormentati.

Recensioni dei clienti

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    Simone

    14/03/2011 10.56.48

    Dal Giappone all'Egitto, passando anche per l'Italia. E' un libro di viaggio questo della Yoshimoto, un viaggio alle radici della cultura per riscoprire il senso della vita e trovare il modo di affrontare la morte. Proprio sulla contrapposizione tra vita e morte ruota l'intera storia: dalla malattia dell'amico alla grandiosità dei monumenti funebri egiziani, il racconto pone sempre il lettore di fronte a questo binomio. La Yoshimoto guida attraverso un viaggio che è riscoperta (dell'amore, dell'amicizia, della vita) ma somma una serie di situazioni che alla fine risultano irrisolte. Leggere un libro di quest'autrice giapponese è sempre affascinante (qui in particolare nella prima parte, quella antecedente il viaggio) ma "Sly" non è tra le sue opere migliori.

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    Elisa

    06/12/2010 08.01.17

    Se avessi voluto leggere un libro su quanto è emozionante l'Egitto, allora avrei preso un testo apposta con foto annesse! Questo per dire che a parer mio non vale la pena di essere letto, troppo descrittivo su parti in cui si poteva benissimo tralasciare particolari inutili mentre la parte della malattia non è per nulla esauriente. Quindi sconsigliato assolutamente!

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    Cristiano

    06/03/2008 13.39.16

    Personalmente non riesco a capire perchè Banana Yoshimoto sia così apprezzata e osannata, a mio parere questo libro è abbastanza banale e spesso scontato. Scritto in modo discreto, ma nel complesso non è un testo che dovrebbe avere il successo che invece ha avuto.

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    Giammauro

    28/12/2006 12.04.53

    Un tipico libro in stile Yoshimoto. Malinconico, essenziale, descrittivo fino all’esasperazione. La storia in se’ non dice molto, lascia aperte questioni che non si esauriscono nella trama, trama che oltretutto emerge chiaramente essere soltanto un pretesto per raccontare ciò che l’autrice ha visto nel suo viaggio in Egitto. Non si respira l’aria sacrale che vorrebbe far trasparire, non si ha l’impressione di essere lì, con lei e gli altri protagonisti, in quei posti. Alcune parti sembrano quasi essere copiate da una guida. Ed il ruolo stresso dei personaggi, si confonde. La parte finale che si svolge in Italia, poi, sembra essere l’esaltazione del turista giapponese che sempre più spesso vediamo nelle nostre città: tutto fatto di borse di Prada, Gucci, vestiti di Armani. Un’inconsapevole caricatura di se’ stessi. Lo stile è leggero, ma il libro proprio non decolla.

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    Marco

    26/09/2006 14.00.38

    il linguaggio semplice rende il libro scorrevole. La trama presentata sulle recensioni dietro la copertina o su internet lasciavano pero' credere ad un libro che approfondisse meglio la storia dei 4 ragazzi, anche se cmq l'evoluzione che segue nei loro stati d'animo è da rintracciare nel viaggio in egitto e con tutto l'ambiente circostante. il finale lascia perplessi. Insomma non un finale da romanzo, ma solo una riflessione che lascia aperta la porta a mille fini possibili della storia. Questo era il mio primo libro di yoshimoto... non mi ha convinto pienamente ma rietentero' con un altro suo libro.

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    Ashanti

    02/10/2005 14.56.08

    1996. Fondamentalmente e' un libro di viaggio, e' anche un libro consolatorio come sono spesso i libri dell'autrice ma piu' che la stessa Yoshimoto e' la visione della vita giapponese, anzi l'accettazione della morte e quella sorta di fatalismo di cui e' permeato il loro modo di essere che, rusulta, alla fine dei conti, conosolatorio per noi. Leggendo ci convinciamo che se riuscissimo a vedere la vita cosi' a lungoe non solo per la durata del libro, saremmo sicuramente meno angosciati. Questo come discorso generale enon relativo precipuamente a questo libro, che viene appunto ad essere un racconto di viaggio e quindi consigliato a chi ha in progetto di partire o e' gia' stato in Egitto, come tale non e' molto esemplare o rappresentativo della Y. come scrittrice, e' comunque una lettura piacevolissima che lascia un'intensa voglia di Nilo, pancacke egiziani e piramidi :-) "Le cose belle, brutte, commoventi o insignificanti, tutte le cose esistono nello stesso istante e il giorno dopo assumono una forma differente. Noi puntiamo la luce su ciò che vogliamo vedere, entriamo in quello spirito e ci avviamo verso quel punto". Sinceramente pero' mi sfugge il senso del titolo, furbo, malizioso o anche con il significato di losco, non mi vengono in mente altre possibili traduzioni di Sly ... che c'entra con il racconto ????

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    Lucia

    07/11/2004 18.00.43

    ho letto quasi tutti i libri della Yoshimoto...a mio avviso, questo è sicuramente il meno interessante! Belle le descrizioni dell'egitto, dei paesaggi e delle emozioni ma la trama è scarsa, povera, addirittura insensata se in fondo al libro la scrittrice ci lascia insoddisfatti dell'esito del test...ASCOLTATEMI: leggete di meglio di questa scrittrice che è una grande! Esempi??? Arcobaleno, kitchen, Presagio Triste e Honeymoon

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    lorenzon

    06/07/2004 00.10.05

    è il primo libro che leggo di b.Yoshimoto darei come voto una suff.appena.Ho trovato solo un paio di spunti interessanti il resto non è particolarmente esaltante.Comunque non mi arrendo provero' a leggerne qualcun altro dei suoi.

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    Hajime

    04/02/2004 11.52.32

    Sto leggendo tutti i libri di Banana. Sinceramente questo è quello che mi è piaciuto di meno.

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    Valentina

    29/10/2003 16.05.33

    è semplicemente stupendo ,ogni volta che lo leggo mi sembra di essere dentro questa storia

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    Mick

    10/03/2003 17.57.35

    Veramente bello. La Yoshimoto scrive in un modo davvero delicato, ti appassiona e ti porta in un mondo tutto suo. Libro rilassante.

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    Eleonora

    04/01/2003 18.52.45

    Sempicemente stupendo.Il più bel libro della mia vita.Volete un consiglio?Leggetelo, rimarrete letteralmente a bocca aperta.

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    Francesco

    21/05/2002 22.50.03

    Mi ha veramente stregato con le sue atmosfere pacate! Molto rilassante nel suo lieve fluire. Mi ha fatto evacuare, durante la lettura, dalla realtà angosciante in cui viviamo. Meno male che esistono libri come questo!

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    mara

    06/11/2000 19.55.07

    Molto bello.Amicizia, ambiguita', vita e morte, descritti con semplicita' e freschezza. Sembra di poterla respirare l'aria egiziana. Quanto vorrei scrivere come lei!

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