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Thomas Bernhard

Traduttore: R. Colorni
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Edizione: 4
Anno edizione: 1999
Formato: Tascabile
Pagine: 186 p.
  • EAN: 9788845914935
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(recensione pubblicata per l'edizione del 1985)
recensione di Reininger, A., L'Indice 1986, n. 4

Thomas Bernhard non si smentisce: padrone assoluto dei suoi mezzi espressivi, egli garantisce sempre un elevato livello letterario. E tuttavia corre da un po' di tempo il rischio di diventare epigono di se stesso.
" Il soccombente" arricchisce il repertorio dei suoi personaggi votati a un inarrestabile processo di autodistruzione di una variante originale, grazie soprattutto a un elemento "documentario" appartenente alla recente storia musicale. Oltre a discorso funebre per un artista fallito, questo romanzo assurge anche a monumento celebrativo di un musicista incomparabile come Glenn Gould.
L'incontro con lui durante un corso di Horowitz a Salisburgo nel lontano 1953, sarà infatti per il giovane pianista Wertheimer un "colpo mortale", come dice il narratore, pianista anche lui e anello di congiunzione di questa costellazione fatale. Wertheimer, dopo aver sentito suonare da Gould le "Variazioni Goldberg" di Bach sentirà per sempre l'incubo di questo modello. Dopo una lotta estenuante nel tentativo di eguagliarlo egli abbandona la carriera di pianista consumando il resto della sua vita in studi filosofici infruttuosi e nell'esercizio di un tirannico dominio sulla sorella. Quando ella riuscirà a sottrarglisi attraverso il matrimonio Wertheimer perderà definitivamente il suo equilibrio interiore. Non meno fulminato di Wertheimer dall'esperienza musicale fatta con Glenn Gould, è l'io narrante. Ma egli si sottrae al ruolo del più debole, destinato alla sconfitta. Il suo processo di ricostruzione della lenta autodistruzione dell'amico non è tuttavia condotto con la forza chiarificatrice dell'analisi psicologica. Quei pochi elementi ai quali egli riconduce la sua tragedia interiore entrano a far parte di un sapiente ed ossessivo gioco di variazione e ripetizione che attira il lettore in un vortice di cupa necessità.
Del resto tutti i tre personaggi del romanzo hanno accettato la scommessa romantica sull'arte: la sua esigenza di assolutezza si rivela distruttiva per tutti i tre. Glenn Gould appare vittima di un bisogno di perfezione quasi disumana mentre sia Wertheimer che il narratore appaiono transfughi decaduti di una borghesia che porta in se stessa i germi della sua disgregazione.

Recensioni dei clienti

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    giuliabocchio

    16/12/2015 22.43.19

    Un libro magistrale. La maledizione dell'arte quando si mischia irrimediabilmente al tuo sangue. Certo, Glenn è il genio. Ma il soccombente è l'artista. Un lungo monologo sul talento e di come esso sia una condanna.

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    Enzo

    12/06/2015 12.36.55

    Scritto nel 1985, il Soccombente potrebbe appartenere, previa contestualizzazione, al confine tra il IXX e il XX secolo, nel cuore della rivoluzione letteraria, per come rimesta nella turpitudine umana (invidia inettitudine autodistruzione) per inscenare in una fiacca e smorta variazione il dramma del fallimento artistico. Pretesto per sperimentare, abbastanza in ritardo coi tempi, con uno stile che tenti di fondersi alla musica attingendone ritmo e cadenze; operazione possibile soltanto utilizzando i leitmotiv, come insegnato tempo addietro da Tolstoj e soprattutto da Mann. Ma mentre quest'ultimo con i Buddenbrook compone con squisito talento musicale una melodia elegante e sublime nel proprio equilibrio, Bernhard suona all'orecchio come il pianista da quattro soldi che strimpella un pianoforte scordato nel seminterrato di una squallida bettola. Anzi, ad usare un paragone più attuale, questo romanzo è un interminabile brano di musica techno il cui loop ossessionante strazia i timpani e prosciuga pazienza. "Pensai", "così lui", "dissi-e", "Variazioni Goldberg", "Glenn Gould, Horowitz e Werheimer" si ripetono senza soluzione di continuità, anche nello stesso periodo, in una prosa anodina la cui morbosità potrebbe essere inflitta come tortura. Non crediate che sia diverso per i contenuti: si parla del distruttivo senso di inferiorità di Werheimer con annesse fisime e idiosincrasie, del conseguente suicidio, e del genio di Glenn. E basta. Pleonasmo all'ennesima potenza. Scritto svogliatamente e senza una scintilla di ispirazione. Soprattutto per l'anacronismo concettuale questo lavoro di bassa lega non meriterebbe nemmeno di essere ricordato, figuriamoci esaltato a capolavoro come in molti si ingannano.

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    alida airaghi

    16/01/2015 14.32.01

    Il "radicalismo pianistico" di Glenn Gould, il suo invasamento per l'arte, l'assoluta certezza della propria genialità, il suo disprezzo per il pubblico e per ogni forma di mediocrità, animano le pagine livide, sofferte e claustrofobiche di questo romanzo di Thomas Bernard, in cui il narratore senza nome racconta della tormentata amicizia e rivalità tra il pianista canadese e i suoi due compagni di studio austriaci: chi scrive in prima persona e Wertheimer. I tre ventenni si conoscono a Salisburgo, frequentando insieme le lezioni di Horowitz, e da subito l' amicizia si trasforma in una sfida tragica tra l'altezza inarrivabile del genio e il semplice virtuosismo. In particolare Wertheimer, crudelmente ma acutamente definito da Gould "il soccombente", vive la sua evidente inferiorità artistica come una condanna, che lo porta ad assumere comportamenti sia di puro sadismo nei confronti di chi lo circonda, sia di estremo masochismo, fino all'inevitabile decisione di suicidarsi. Tre infelicità a confronto, nella magistrale scrittura di Bernhard, che arriva a parodiare stilisticamente le involuzioni del pensiero malato, concitato e ossessivo del narratore, con le frequenti ripetizioni di concetti ed estemporanee, ingiustificate divagazioni descrittive: ma soprattutto affidandosi a formule ribadite ansiosamente, quasi come in un' allucinatoria eco interiore: "così diceva", "pensai", "così lui", "così Franz". I due giovani pianisti rivali vengono distrutti dalla maestria di Glenn Gould, abbandonano la musica, cadono nella disperazione più nera: "Non c'è niente di più tremendo che vedere un essere umano il quale è talmente grandioso che la sua grandiosità ci annienta...". Rifiutando sé stessi, il mondo che li circonda e la volgarità di un'Austria che detestano, rinunciano alla consolazione di una vita normale: "non vogliamo essere uomini ma pianoforte...sfuggiamo all'uomo che è in noi per diventare pianoforte in tutto e per tutto, ma in questo siamo destinati a fallire..."

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    maurizio

    24/06/2011 16.47.29

    è un'opera stupefacente. dopo averlo letto per la prima volta non ho potuto fare a meno di tenerlo sul comodino e ogni tanto riaprirlo a caso e leggerne qualche pagina. veramente ipnotico. a volte "come" si scrive è più importante di quello che si scrive. E in più, pur trattando una vicenda drammatica, ho trovato alcuni passaggi veramente di umorismo nero di grande qualità. senza trucchi da bestseller, una storia che avvince senza quasi avere una trama.

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    moreno

    16/06/2011 12.08.51

    molto diverso dai soliti libri. Un libro che pare pesante ma alla fine scorre ed è piacevole. Anzi alla fine ho trovato bello il modo di scrivere tutto di getto, di dire le cose più di una volta.. un libro che fa poi pensare molto su se stessi.

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    Alessio

    21/05/2010 11.14.19

    Penso che dire di un libro,come di un brano musicale o di un quadro,"e' brutto" "e' bello" sia molto elementare.L'arte rispecchia il proprio io interiore..io nel soccombente ho trovato anche parti di me stesso, ma allo stesso tempo ho trovato difficolta' nel leggerlo.

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    Annalisa

    13/01/2010 16.06.49

    Completamente d'accordo con Vittorio!

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    Vittorio

    04/05/2008 23.47.04

    Il più brutto libro che io abbia mai letto. Non gli do 1/5 perché è davvero troppo poco per un libro, ma non mi sento di dargli più di un quattro su una scala decimale. Può sembrare un giudizio avventato, ma mai nessun libro mi era sembrato così campato in aria come questo e così difficile da finire. La vicenda parte dal nulla per sfociare nel nulla. Sembra che l'autore usi la leggenda di Gould per dare un pizzico di interesse, di dignità, ad un delirio che altrimenti non avrebbe davvero alcun motivo d'esistere. Alla fine non si capisce se chi delira sia il protagonista o l'autore stesso. L'unico argomento che poteva risultare interessante, la musica, non è assolutamente al centro della vicenda e le uniche parole sulla musica presenti nel libro sono: Variazioni Goldberg, Bach, Haendel, Arte della Fuga, Clavicembalo ben temperato, Bosendorfer, Steinway, Horowitz. E nessuna di queste viene utilizzata con cognizione di causa maggiore della mera resa scenica del testo. Ho i miei dubbi addirittura sulla cultura musicale dell'autore, che sarà pure un grande scrittore, ma non certamente per quest'opera. Il tutto rigorosamente secondo la mia opinione.

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    Franco

    13/01/2008 11.38.19

    Questo libro, come i migliori di questo scrittore, è fortemente ipnotico. Superate le prime pagine si è trascinati in un vortice ossessivo tesissimo che costringe a finire il romanzo nel minor tempo possibile. Storia amara, come sempre, dagli esiti drammatici e con personaggi dominati da un'ossessione, in questo caso l'arte pianistica è anche, se non soprattutto, una messa in scena del conflitto tra il genio e la sua mancanza, la cui presa di coscienza può essere ed è distruttiva.

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    Pimpinina

    03/07/2006 19.02.18

    Questo libro non è assolutamente la biografia di Glenn Gould. Chiunque nella vita abbia provato delle velleità artistiche, si sia domandato cosa significa essere "artista", o abbia vuto come amico o compagno di vita un "artista", non può che provare una continua senzazione di déjà vu e rimanerne stregato , esattamente come avvenne ai due compagni di studi di Gould quando lo sentirono suonare le Variazioni di Goldberg. Questo libro ti spinge inesorabilmente ad immedesimarti in uno dei tre modi di essere artista ed essere umano dei tre protagonisti, : il soccombente (cui in relatà è amorevolmente dedicato il libro quasi come una ballata funebre), colui che rinuncia all'idea di arte per essere l'artista della propria vita, ed infine colui che è (e non c'è molto altro da aggiungere). Ed in ogni caso se ne esce distrutti.

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    Gisy

    10/12/2005 00.03.28

    Thomas Bernhard per me ( e non solo) è geniale, da quello che dice a come lo dice. E' certo che deve piacere perché non è un fatto indolore, il suo è sempre un ritmo ossessivo a spirale, e l'ossessione graficamente è sprsso ricarata dall'utilizzo dcel corsivo, dal suo modo di usare il corsivo naturamente, che non è un corsivo qualunque e dalle ripetizioni. La sua esasperazione in ogni libro, ad un certo punto prende una piega assolutamente ironica, Bernhard nel suo essere esasperatamente tragico (in ogni suo libro c'è sempre l'lemento del sucidio e delle disgrazie) è anche estremante divetente dall'improbabilità seria con il quale partecipa. Per me è un garndissimo autore e il soccombente un grand libro (non il suo migliore xhe per me è "la cantina" o "perturbamento)" o Il nipote di wittengstein" o ecc, ma a prescindere da quello che racconta (che è comuqnue legato al come nel suo caso) è sempre come racconta, perché trasmette uno stato d'animo, e lo stato d'animo è già di per sè un fatto. Ovviamente se uno si trova su di una stessa frequenza. www.gisy.it Per chi ama Bernhard già è immancabile. Ciao a tutti Gisy

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    andrea

    25/05/2005 13.47.27

    si può accettare di violentare il proprio intelletto per assecondare l'irresistibile desiderio di leggere un capolavoro letterario? No! E allora non mi vergogno di aver abbandonato questo libro dopo averne letto più di metà. Non mi vergogno perchè "il soccombente" sarà pure un'opera di uno dei più grossi autori del nostro tempo, ma non è per tutti i palati e il mio, evidentemente, non è dei più raffinati. Forse per far apprezzare un libro bisogna creare un legame con il lettore che questo libro, con me, non è stato in grado di costruire.

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    Paolo M.

    13/04/2004 10.08.00

    Romanzo da sbadigli!! Lo scrittore non fa nulla per tenere il lettore incollato al libro se non ripetere insistentemente le grandissime capacità di Glenn Gould che portano allo sconforto, e quindi al suicidio, "il soccombente" Wertheimer. Sebbene il tema dei sogni di musicista infranti dalla consapevolezza di conoscere qualcuno nettamente superiore a se stessi possa essere interessante, lo stesso viene sviluppato, probabilmente in maniera voluta, con il racconto dei medesimi episodi. La costruzione lineare del periodo permette di arrivare alla fine sperando che ci sia qualche sorpresa ma ci si deve arrendere alla noia mortale di questa opera.

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    paolo losasso

    25/12/2003 22.38.16

    A Salisburgo c'è un corso di perfezionamento per pianoforte tenuto dal grande Horowitz. Tre giovani musicisti vi si iscrivono con grande entusiasmo. Uno di loro è Glenn Gould, che a differenza degli altri due, non è soltanto un dotatissimo pianista, ma è anche e soprattutto un vero e proprio genio dello strumento. Ed è proprio l'incontro con questa genialità che anzichè stimolare nei compagni di viaggio un desiderio di emulazione provoca in loro una sensazione di totale annientamento. Ritengono infatti che non potranno mai raggiungere una vetta percepita come inarrivabile e, per reazione, decidono di abbandonare per sempre la musica. Uno finirà per togliersi addirittura la vita, l'altro venderà il suo pregiato pianoforte a persone lontane dalla vera arte e non ne sfiorerà mai più i tasti. La storia di questo romanzo è tutta qui. Una narrazione monotematica che insiste sullo stesso concetto dall'inizio alla fine. Non c'è una trama, una sequenza di avvenimenti, un divenire. Tutto è incentrato intorno al tentativo di spiegare questa drammatica e radicale rinuncia. A parte un paio di digressioni interessanti quando si parla della ferocia e assurdità dei processi indiziari lasciati all'umore di una giuria parziale e frustrata e quando si analizzano dettagliatamente i motivi per cui un luogo geografico può avere un influsso nefasto su una persona fino a condizionarne negativamente l'esistenza, non c'è nient'altro di rilevante. Ciò non vuol dire che il romanzo annoia: è ben scritto, vi si incontra una lingua gradevole e precisa che descrive con accuratezza sia gli ambienti che gli stati d'animo. E' interessante notare come la voce narrante affidata a colui che aveva condiviso la sorte di sconfitto insieme al suicida, corre quasi sempre sul filo dei pensieri. I dialoghi sono pressocchè inesistenti. E' un raccontare pensando ad alta voce, come se il desiderio di escludere la musica (che invece il silenzio rompe)si estendesse ad un'inconscia esigenza di estraniare tutto ciò che anche per il solo fatto di impersonare il suo

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    Ciro

    19/04/2003 18.43.24

    Glenn Gould è un genio del pianoforte, non ha bisogno di diventare un genio. Wertheimer non è un genio, ma vuol diventarlo, senza riuscirvi. Il narratore non è un genio, ma ha messo di voler diventarlo e si salva, rinunciando però alla musica. Questi stessi motivi ripetuti ossessivamente con ritmo martellante costituiscono il lungo monologo fiume del romanzo. Ogni volta il tema della genialità nell'arte della musica rivisto in contesti diversi che lo spiegano in situazioni differenti ed ad ogni nuovo svolta il lettore è ipnotizzato. Punto debole: dal finale senza scosse pensavo un colpo di scena, che non c'è stato.

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