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Una società medievale. L'Inghilterra centro-occidentale alla fine del XIII secolo

Rodney H. Hilton

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Traduttore: A. Prandi
Editore: Il Mulino
Anno edizione: 1992
In commercio dal: 5 dicembre 1992
Pagine: 416 p.
  • EAN: 9788815037510
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recensione di Pasquali, G., L'Indice 1993, n. 6

Non può non essere valutata favorevolmente l'iniziativa di tradurre un libro sulla storia sociale di uno degli ambiti territoriali meno conosciuti non solo dal comune cultore di storia ma anche dagli stessi specialisti. Finora l'unica opera disponibile sullo stesso tema era quella di M.M. Postan, "Economia e società nell'Inghilterra medievale" (Einaudi, 1978): un autore che, tra l'altro, utilizza ampiamente i lavori di Hilton, compreso quello qui recensito, uscito per la prima volta nel 1966 e ripubblicato, con poche varianti, nel 1983. La scarsa propensione degli editori italiani per le traduzioni di opere della medievistica inglese, se si fa eccezione per quella relativa alle grandi opere di sintesi, come la "Cambridge Medieval History" (Garzanti) e la "Cambridge Economic History of Europe" (Einaudi), si spiega con lo scarso interesse della storiografia italiana nei confronti del medioevo inglese, fenomeno che meriterebbe un'attenta riflessione critica. In particolare, la poca familiarità degli storici italiani coi temi della storia economico-sociale dell'Inghilterra medievale si riflette nelle incertezze lessicali che si presentano al traduttore, che è costretto a far lodevolmente uso (anche se in misura ridotta) di particolari note per spiegare il significato di termini che ricorrono frequentemente nel vocabolario degli storici inglesi, ma che non hanno un corrispettivo comunemente accettato dagli storici italiani. È il caso, ad esempio, di 'manor' che usualmente non viene tradotto, come nelle opere sopra citate, ma che a volte viene reso con "maniero", come in quella qui recensita: non si tratta di un castello, come il nostro traduttore è costretto ad avvertire, ma della versione di quel tipo di azienda bipartita che i medievisti italiani definiscono "curtense ".
In effetti, la storiografia inglese ha lunga tradizione di ricerca sui fenomeni della storia economica e sociale, specialmente di quella rurale, tradizione che si è ampiamente sviluppata dai primi decenni del nostro secolo (chi non ricorda il capitolo su "Bodo il contadino" di Eileen Power, in "Vita nel Medioevo", libro tradotto dall'editore Einaudi nel 1966, ma uscito a Londra nel 1924?), contemporaneamente a quella delle assai più note "Annales" francesi. Hilton, allievo di Reginald Lennard, autore di documentatissime ricerche, raccolte in parte nel suo "Rural England (1086-1135)" (Oxford 1959), un al suo impegno di ricerca sulle strutture agrarie dell'Inghilterra del basso medioevo un forte interesse per la discussione storiografica, nell'ambito di quel gruppo di storici di ispirazione marxista che diede origine nel 1952 alla prestigiosa rivista "Past and Present". Appartiene a questo periodo della sua formazione un breve intervento del 1953, tradotto anche in italiano, nella discussione "La transizione dal feudalesimo al capitalismo", a cura di Guido Bolaffi (Savelli, Roma 1973), nel quale la sua posizione si distingue per il rilievo che egli conferisce ai livelli sovrastrutturali dei conflitti sociali, come risulta anche nelle sue importanti ricerche sulle rivolte contadine nell'Inghilterra del 1381. Paolo Delogu nella prefazione mette bene in rilievo come l'opera di Hilton sulla società dell'Inghilterra centro-occidentale nel Duecento presenti per il lettore italiano diversi motivi di interesse, primo fra tutti il fatto di offrire un modello di società confrontabile con altri analoghi, verificabili in altre aree nel medesimo periodo: per quel che riguarda il nostro paese, apparentemente dominato nel basso medioevo dal mercato cittadino, la ricostruzione di Hilton - che assegna alle città di modesta entità in Inghilterra, un ruolo secondario nello sviluppo economico e nei conflitti sociali - può essere un efficace stimolo per rimettere in discussione il quadro offerto da una parte della nostra storiografia, non sempre attenta alle aree cosiddette marginali: aree che spesso si rivelano invece molto vitali e ricche di nuove soluzioni, anche senza l'apporto di centri commerciali di particolare rilievo.
In effetti pur trattando, in un lungo capitolo di quasi settanta pagine, la vita economica, sociale e istituzionale delle città e dei borghi, l'impianto dell'opera è prevalentemente ideato ai fini di una globale ricostruzione del mondo rurale, i cui cardini sono, in sostanza, il 'manor' e il villaggio, i quali - almeno nei Midlands occidentali, culla del "manorial system" - spesso coincidono, anche se non sono infrequenti i casi di villaggi multimanoriali. Seguendo le orme ormai consolidate della storiografia inglese, pur rinnovandola con una maggiore consapevolezza degli aspri conflitti sociali in essa presenti (non è la "merry England" di una certa letteratura che ci viene qui riproposta), Hilton delinea nei primi capitoli, dopo aver individuato i protagonisti di questo mondo (i signori fondiari, laici ed ecclestastici), i più significativi aspetti della cultura materiale, dalle strutture della grande proprietà a quelle delle aziende contadine, dalle case e suppellettili domestiche ai regimi alimentari dei coloni. Va notato come tutte queste informazioni, caratterizzate da precisi riscontri quantitativi, siano ricavate non tanto da fonti e ricerche di tipo archeologico, alle quali spesso ora si ricorre, ma da una larga messe di documenti scritti, di cui sono particolarmente ricchi gli archivi inglesi, almeno a partire dal secolo XII: senza contare quella importante pietra di paragone, di eccezionale rilievo anche per la storia delle strutture della proprietà, che è il "Domesday Book", redatto attorno al 1086.
Ne risulta confermata la vitalità storiografica del documento scritto, se ben utilizzato: descrizioni e valutazioni dei redditi delle proprietà ("extents"), documenti contabili ("pipe rolls") e atti processuali ("court rolls"), oltre a documenti pubblici come gli Hundred Rolls, permettono a Hilton non solo una descrizione vivace degli aspetti materiali della vita contadina e della gestione signorile nei secoli XII e XIII, ma anche delle forme di controllo sociale. Questa è forse la parte che presenta le maggiori novità per il lettore italiano, che può ricavare interessanti spunti di riflessione sui caratteri della signoria rurale inglese, così sapientemente delineata in questo libro, con le sue giurisdizioni private, spesso frutto di usurpazioni di diritti pubblici, pur tenacemente difesi, più che altrove, dai re inglesi, a partire da Guglielmo I. Contestualmente all'esercizio di questi poteri da parte dei signori, si sviluppa, tra XII e XIII secolo, il "villanaggio", versione inglese della continentale cosiddetta "servitù della gleba", che Hilton rende concretamente visibile con precisi riferimenti alle fonti - non tanto di natura giuridica, ma piuttosto amministrativa -, restituendoci così tutta una rete di obblighi reali e personali (in particolare le "corvées") connessi tuttavia con un'economia di mercato, in quanto risulta largamente diffusa la commutazione in denaro degli stessi.
Dunque l'opera di una storiografia immeritatamente trascurata rilancia temi sempre aperti come i rapporti fra città e campagna e l'evoluzione delle classi rurali in ambiti regionali differenziati.
Note legali