Categorie

Renato Treves

Editore: Franco Angeli
Anno edizione: 1990
Tipo: Libro tecnico professionale
Pagine: 272 p.
  • EAN: 9788820463267

recensione di Cottino, A., L'Indice 1991, n. 4

Il volume di Renato Treves ha non a caso come sottotitolo "Ricordi e incontri": è infatti la testimonianza di un percorso di vita, lungo il quale si sono intrecciati riflessione scientifica, rapporti accademici, esperienze umane e, talvolta, amicizia. Gli scritti, ad eccezione di due, sono già stati pubblicati su riviste e in lavori collettanei.
Fin dalla prima delle quattro parti in cui è suddivisa l'opera, appare chiara la prospettiva che accompagnerà la lettura che Treves dà dei suoi ricordi e dei suoi incontri. Il mondo che egli rievoca è un mondo di soli uomini (le donne tacciono o sono fedeli compagne), di uomini soli, anche se uniti, di regola, dall'appartenenza a una stessa classe sociale prima ancora che a una medesima comunità scientifica, in lotta contro ogni forma di oscurantismo a difesa degli ideali di libertà e giustizia.
È dunque nello spirito di una "freischwebende Intelligenz", di un'"intelligencija" cioè socialmente distaccata, che Renato Treves, nella prima sezione del libro, nel clima di una Torino ricca di promesse intellettuali - da Arnaldo Momigliano a Cesare Pavese, da Leone Ginzburg a Ludovico Geymonat -, illustra la natura sociologica e sociologico-giuridica dei lavori giovanili del suo maestro Gioele Solari, dimostrandone, in garbata ma ferma polemica con Paolo Ungari, l'adesione al movimento del socialismo giuridico. Seguono un ricordo del pensiero dello storico delle dottrine politiche Alessandro Passerin d'Entrèves, e due scritti su Norberto Bobbio, uno dei quali rivolge un'attenzione particolare a meno noti contributi giovanili del filosofo.
Con la seconda parte si apre il lungo capitolo dell'esilio di Renato Treves, escluso dalla carriera universitaria a seguito delle leggi razziali. Costretto a emigrare, egli vivrà in Argentina dal 1938 al 1947, anno del suo ritorno in Italia. In questa sezione, accanto ai due commossi ricordi di Gino Germani e di Benedetto Terracini, troviamo saggi relativamente recenti - come l'articolo che mette in luce l'importanza di Rodolfo Mondolfo per la cultura latinoamericana - e scritti che risalgono all'inizio degli anni quaranta. Penso all'articolo uscito originariamente nel 1943 sul settimanale antifascista di Buenos Aires "Italia Libre" -che commenta i due primi numeri dei "Quaderni italiani", "contributo, - come Treves scrive, - che la gioventù intellettuale italiana apporta alla letteratura antifascista".
Più omogenei e più concentrati nel tempo sono gli scritti della terza parte. Uno dei temi, di fondo è la determinazione della specificità della sociologia del diritto nei suoi rapporti con la storia della sociologia in Italia e con le discipline giuridiche. Qui va ricordato che uno dei compiti principali che Renato Treves si è assunto nella sua carriera accademica e scientifica è stato quello di affermare e di difendere la specificità della nuova disciplina sia contro i prevedibili tentativi di egemonizzazione da parte dei giuristi e dei filosofi del diritto (non di rado tanto arroganti quanto sprovveduti interlocutori: si veda, in proposito, il saggio su "Giovanni Tarello e il dibattito sulla sociologia del diritto"), sia dal rischio di subalternità rispetto alla sociologia generale. Per Treves è chiaro infatti, come egli osserva in altra sede (R. Treves, "Sociologia del Diritto", Einaudi, 1987, p. 6) che "la sociologia del diritto segue infatti la via dell'esperienza ed ha per oggetto lo studio di un diritto relativo e variabile indissolubilmente legato al contesto sociale", e che quindi, in quanto disciplina empirica, si colloca, pur nell'autonomia del suo oggetto, a pieno titolo all'interno delle scienze sociali.
Ecco allora, per un verso, la ricostruzione delle vicende della sociologia in Italia e l'accento posto sui contributi forniti da questa disciplina alla nostra società a partire dai tardi anni cinquanta; peraltro verso, il saggio su uno dei primi e più significativi studiosi della nuova disciplina: Antonio Pigliaru, polivalente e originalissimo analista dell'ordinamento giuridico dei pastori della Barbagia; per altro verso ancora, una lettura inedita di Kelsen che porta Renato Treves ad attribuire alla sociologia del diritto una competenza, per così dire, su due fronti: quello della ricerca empirica e quello della riflessione teorica intesa come "esigenza di affrontare il problema teorico del diritto nella società" ("Sociologia e Socialismo", cit., p. 193). Da non dimenticare peraltro, in questo quadro, la documentata denuncia contro il tentativo, da parte di Camillo Pelizzi, titolare alla fine degli anni quaranta dell'unica cattedra di sociologia - dopo aver in precedenza ricoperto quella di storia e dottrina del fascismo -, di spacciare come scienze le dottrine del corporativismo e del razzismo fascista.
La quarta e ultima parte si compone di saggi scritti nell'arco degli ultimi quattro anni. Qui Renato Treves, come già ha anticipato al lettore nella presentazione del volume, afferma "l'esigenza di non escludere, nell'ambito di una concezione relativistica e prospettivistica, il richiamo ai valori della libertà e della giustizia sociale" (ibid., p. 8). Così, accanto agli scritti sul filosofo del diritto spagnolo Elias Diaz e sul socialismo di Ferdinand Tonnies e sulla lettura che questi fa di Hobbes, troviamo due saggi che hanno come tema comune gli apporti del tedesco Franz Oppenheimer e dello spagnolo Fernando de los Rios alla storia del socialismo liberale. Ma sono forse la simpatia e l'ammirazione che vestono il ricordo dell'antifascista bolognese Enrico Bassi, proletario autodidatta, a colpire maggiormente il lettore. Renato Treves ha sicuramente raggiunto i tre obiettivi che si è proposto: testimoniare sulla diaspora intellettuale italiana a seguito delle leggi razziali; documentare come attore in prima persona le vicende della sociologia e della sociologia del diritto in Italia; richiamare la centralità dei valori del socialismo. Ma vi è un quarto obiettivo che egli non manca mai di raggiungere ed è quello di ricordare a chi lo legge che esiste tuttora uno stile di scrittura senza fronzoli, senza sbavature, uno stile che sa esprimere pensieri anche complessi in forma piana, senza nascondersi dietro ammiccamenti o in oscurità.