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scheda di Vittori, M.V., L'Indice 1989, n. 5

È l'Italia del Teatro degli Artigianelli quella che s'affaccia tra le pagine di questi bei racconti di Roberto Romani: l'Italia sabiana del dopoguerra che cercava ansiosamente di curarsi le ferite. La cinematografica "avventura dei deserti" e le pugilistiche imprese dei campioni proletari fornivano, a questo scopo, le cornici ottimali in cui inserire, a volontà, sogni e desideri collettivi. Il primo racconto è dominato dalla personalità sensibile e un po' sventata, di un ragazzo che ogni sera, di nascosto, va a godersi l'epico film risonante di galoppi e di scontri armati: abita proprio nella soffitta del Trianon e la sua vita si mescola agevolmente a quella dei suoi eroi. Del resto le emozionanti storie del nonno anarchico e le prodezze compiute in Argentina dallo zio Giuseppe non sono, per lui, più vere e più vivide dell'Iliade e dell'Odissea dell'ufficiale Harry Feversham. Il gigante buono Primo Carnera ci introduce - nume tutelare - nell'atmosfera del secondo racconto: al centro, stavolta, un vecchio barbiere dal mestiere sicuro e dal linguaggio fervido, oscillante tra ricordi di vita vissuta e pure fantasticherie. L'onore che ha avuto in sorte è un sopracciglio spaccato dal pugno di Valeriano Vidal, l'eroe dei "mineros" cubani, in un incontro dall'esito già scontato eppure subito avvolto dal magico alone dell'evento irripetibile. Verità o invenzione? All'autore non interessa tanto distinguere tra vero e falso, povertà di esperienze e ricchezza di miti, quanto piuttosto articolare queste trepide storie in un linguaggio nitido e sorvegliato che riesce a unire felicemente tenerezza e ironia, emozione e disincanto.

I due racconti della Soffitta del Trianon dicono del desiderio di confondere spettacolo e vita reale. Protagonisti sono un bambino ed un barbiere pugile o mitomane.