Traduttore: S. Suigo
Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 2005
Pagine: XIV-187 p., Brossura
  • EAN: 9788806173388
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Con la formula, ormai celebre, del soft power, Nye intende "la capacità di ottenere ciò che si vuole tramite la propria attrattiva piuttosto che per coercizione o compensi in denaro". Come esempio l'autore richiama, in particolare, "l'impatto che le quattro libertà di Franklin Roosevelt ebbero in Europa alla fine della seconda guerra mondiale". È importante, in tal senso, che la politica estera della superpotenza americana badi non solo alla sostanza, ma anche allo "stile"; questo vale particolarmente, secondo Nye, nell'era della sfida al terrorismo. L'autore ripropone, in realtà, una tesi da lui elaborata già alla fine degli anni ottanta, riadattata ai problemi del mondo post bipolare nel 2001 e riformulata nel 2004, senza sostanziali novità, dato l'interesse da essa suscitato nel corso dell'ampio dibattito sulla politica estera dell'amministrazione Bush. Il libro, tuttavia, può essere interessante per riflettere sulle idee di fondo dei democratici statunitensi (Nye ebbe incarichi di prestigio al tempo dell'amministrazione Clinton). Emerge infatti una versione "non di destra" del nazionalismo americano: dall'esaltazione della società statunitense come laboratorio della globalizzazione alla funzione positiva assegnata a forme di soft power, quale, ad esempio, la diffusione mondiale della cultura popolare americana. L'autore invita anche le aziende private a patrocinare progetti di diplomazia pubblica e a favorire, così, l'incremento del potere (soft) statunitense. Occorre infine ricordare che la proposta di Nye non consiste affatto nella rinuncia definitiva all'hard power (il potere militare), ma in una ricetta per renderlo più efficace. Bush, a suo avviso, "ha correttamente identificato la natura delle nuove sfide", ma ha commesso errori nei "metodi".
  Giovanni Borgognone

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    augusto

    13/02/2007 12:24:04

    Libro interessante per quanto riguarda gli obiettivi ma un po’ troppo incensatore dei valori che gli Stati Uniti vorrebbero (dovrebbero?) esportare. Non si tratta più di convincere una realtà economicamente diversa come l’URSS ma un mondo, quello islamico estremista, in conflitto soprattutto ideologicamente e per il quale le offerte americane non sono percepite come occasioni ma tentazioni. Certo, meglio diffondere la cultura americana con un film di Steven Spielberg che con un caccia F18!

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