Le stanze dell'addio

Yari Selvetella

Editore: Bompiani
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 02/01/2018
Pagine: Brossura
  • EAN: 9788845295553
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:
Disponibile anche in altri formati:

€ 12,75

€ 15,00

Risparmi € 2,25 (15%)

Venduto e spedito da IBS

13 punti Premium

Disponibilità immediata

Quantità:

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Giorgio Maugeri

    14/05/2018 07:59:51

    Il dolore può essere lancinante, distruttivo, famelico. Una giovane donna, Giovanna, si ammala e muore. Tutto ciò che resta è un vuoto, che non vuole andare via. Il suo compagno deve andare avanti, non può rimanere indietro mentre la vita gli scorre davanti, ma ha paura di non farcela, si sente incompleto , la cerca dappertutto fino a quando non smarrisce la via. Aggirandosi nei corridoi dell’ospedale, in quegli spazi il suo pensiero diviene egodistonico, vuole staccarsi dalla realtà, perché cruda, violenta, e tornare indietro con la memoria , per rivivere ricordi felici. Questo libro ci insegna che non bisogna darsi mai per vinti, perché dalle macerie si può ricostruire, ci vorrà sicuramente del tempo, tanti sacrifici , ma non importa, ciò che conta è la meta. Questo libro non a caso è stato candidato al Premio Strega , probabilmente perché esprime un vissuto interiore non indifferente, perché nella vita per essere dei grandi condottiere bisogna vivere e non imparare a sopravvivere.

  • User Icon

    Antonia

    12/05/2018 09:44:52

    Ho letto questo libro tutto d'un fiato, rapita dalla capacità di Selvetella di descrivere il dolore di una perdita e la necessità di guardare avanti. Alla fine della lettura l'interrogativo è questo: nelle stanze dell'addio, chi è la strega che ti prenderà con sé? La forza del passato o quella del futuro? Siamo noi, in realtà, a dover saltare sulla scopa e a dover incantare la nostra vita, con qualche pezzo in meno ma con la consapevolezza di dover andare oltre.

  • User Icon

    ilaria

    11/05/2018 13:17:16

    Non si può sfuggire al dolore, nemmeno con l'incantesimo di una Strega, non si può non vivere il dolore... questo è chiaro ma al dolore si può reagire a volte serve l'aiuto di qualcuno, a volte è più facile riconoscersi in un estraneo che in chi ci conosce da una vita. Le stanze dell'addio e un romanzo che parla di dolore ma anche di forza e di coraggio è un romanzo che un po' ci fa star male perchè scatena una fortissima empatia, è un romanzo che crea domande; è un romanzo che lascia il segno e che va letto perchè sorprende anche per il suo stile forte e autentico.

  • User Icon

    Giovanna moltoni

    09/05/2018 13:06:52

    Questo libro parla di temi fondamentali il dolore per la perdita di una persona cara. Quel dolore lancinante persuasivo che ti perfora l ' anima. Muore Giovanna madre di tre figli, si percepisce il vuoto la solitudine . Si parla di sofferenza di ospedali del dolore di una madre che muore e lascia il proprio compagno e i suoi tre figli. Il dolore lancinante che arriva al petto che logora che fa male. Quel dolore che provocano i bambini quando gli si parla della strega cattiva. Troviamo temi forti potenti che dobbiamo saper contenere. Lo consiglio

  • User Icon

    Fabiola

    08/05/2018 11:29:28

    Lettura coinvolgente che riesce a catapultarti fin dentro la pelle di chi, in prima persona, ha subito la perdita di una persona amata. Chi è davvero preparato alla morte? O alla sofferenza o ancor peggio alla perdita di qualcuno che sai non vedrai più oltrepassare la soglia della porta davanti a te? Chi? Nessuno. É la malattia che, come un sortilegio di una strega, sa strappare l'ultimo soffio di vita da chi amiamo. Tuttavia, nelle stanze dell'addio tra i ricordi che affiorano ci è permesso di ricongiungerci - anche se non fisicamente - alla persona amata.

  • User Icon

    Serena

    08/05/2018 08:18:45

    Un libro che è un pugno nello stomaco, che provoca un nodo in gola ed è difficile anche da descrivere. Un dolore sovrumano, struggente, logorante, un peso eterno da sostenere: la morte della donna amata. La disperazione di un uomo che la cerca nella quotidianità, nella malattia, proprio come il vincolo amoroso richiede, che non la trova e si sente perso, un percorso interiore nelle stanze dell' addio, dove c'è la possibilità di scorgere le tracce di un amore passato. Un libro non adatto alla lettura di soggetti sensibili, già sofferenti, perché squarcia una ferita che non si rimargina facilmente, lascia un' angoscia difficile da soffocare poi. Lascia tante domande, apre spazio alla meditazione e alla riflessione esistenziale e invita silenziosamente ad apprezzare e ad amare le persone accanto a noi. Tanto pessimismo è finalizzato non a sminuire un capolavoro (candidato peraltro al premio STREGA) ma a consigliare la lettura solo ad anime coraggiose, forti, perché sconvolge e provoca un tumulto interiore.

  • User Icon

    Chantal

    07/05/2018 08:44:59

    Libro candidato al premio STREGA 2018 e, sicuramente, il libro che merita di vincerlo, senza ombra di dubbio. Un libro struggente, un uomo che non si dà pace per aver perso così precocemente la donna da lui amata, un uomo che attraversa tutte le stanza che lei prima di lui ha attraversato, sperando, in un certo senso, di ritrovarla. Un incredibile viaggio attraverso le lande desolate della morte e dell'elaborazione per il lutto.

  • User Icon

    Sabrina

    07/05/2018 08:02:31

    Libro struggente, da leggere assolutamente nel momento in cui si è persa una persona cara, che sia morta o se ne sia semplicemente andata tanto da farci male questo libro è un attenta riflessione a questo dramma della vita, per me merita di vincere il premio STREGA perché mi è stato molto di aiuto in un periodo buio.

  • User Icon

    Federica

    06/05/2018 15:28:14

    "Le stanze dell'addio" come sinonimo di un percorso delicato e duro al tempo stesso. Toccante e commovente, narra quei passaggi tra le stanze che, dopo una perdita, ognuno attraversa, chi di corsa, chi soffermandosi a lungo, chi in modo altalenante. Un linguaggio diretto e a tratti poetico, col potere di far riconoscere il lettore nel confuso camminare del narratore. Un percorso di consapevolezza e accettazione: di sé, di una nuova realtà e del nuovo posto che si ha nel mondo. Yari Selvetella, con questo libro candidato al premio Strega 2018, riesce a dare nuova vita al concetto di morte. Quella di chi resta.

  • User Icon

    vitoibs@hotmail.it

    06/05/2018 15:01:26

    Struggente, terapeutico, catartico. Sincero più che mai. Un libro per la mente e per il cuore. La candidatura allo Strega è solo il risultato commerciale di un'opera che merita ben più di una targa.

  • User Icon

    Elisa

    05/05/2018 19:24:41

    Yuri Selvetella racconta la storia del percorso di un uomo che deve affrontare la malattia e la morte della persona amata che arrivano quasi come una maledizione di una Strega. Un libro che tratta il dolore di coloro che ogni giorno si trovano impotenti a dover assistere la persona cara , sperando che il momento dell'addio non sopraggiunga mai.

  • User Icon

    Alessandra

    05/05/2018 11:00:25

    Un libro che coinvolge, ti annienta e allo stesso tempo ti prende per mano grazie a un linguaggio semplice, conciso, dove i brevi capitoli sembrano piccoli lampi che squarciano il buio di una vita che ormai è una "non vita", un lento scorrere del tempo dove il protagonista continua a perdersi in una realtà che gli è estranea. Ed ecco che nell'anima di chi soffre la memoria e il continuo pensare al passato sono come una STREGA che tiene in pugno il cuore e le emozioni, come una sorta di magia nera che costringe a guardare sempre indietro verso i ricordi di dolore e sofferenza, morte e solitudine. Davanti ai miei occhi, è apparso quest'uomo, fragile, solo e perduto, che narra la più terribile e straziante delle esperienze mentre vaga nei luoghi in cui a "parlargli" non sono più gli esseri umani che lo circondano e che dovrebbero aiutarlo a riprendere il filo della sua esistenza, ma gli oggetti, le stanze, in cui c'è ancora un filo di speranza per ritrovare l'amore perduto. Un linguaggio potente, che arriva dritto allo stomaco e ti entra nell'anima.

  • User Icon

    LuciaR

    05/05/2018 08:31:35

    Non avrei mai pensato che il dolore potesse rimanere etereo sulle righe nonostante il suo peso pachidermico, ingombrante. L'autore lo esprime con parole semplici, senza retorica ed a tratti ho l'impressione che lo riesca a comprimere come un adolescente fa con i suoi abiti nell'armadio pronto ad esplodere se non lasciasse la ragione, come sentinella, con le spalle appoggiate alle ante. Mi ha dato i brividi sia come operatrice sanitaria che come persona con un cuore ormai a fette per tutti i lutti subiti ai quali ne ha promessa una. Leggendo si finisce per rimanere con i pugni serrati per l' angoscia e l'anima espansa nella speranza che la sofferenza inferta dalla malattia abbia un senso, alla fine, almeno per chi rimane e litiga con lacrime da ingoiare e ricordi da collocare in quel posto agevole da raggiungere ma non troppo, non sempre sotto gli occhi della memoria. Imparare a sopravvivere con l'assenza, che fa un rumore assordante, e condividerla con i figli diventa un vero lavoro dentro e fuori se stesso. L'autore mi ha emozionata con il suo, involontario, manuale per addolorati perchè so cosa ha provato e non perchè si sa che esiste lo strazio, la malattia, l'incidente, il dolore ma perchè provarlo è un'altra storia e si finisce per essere solidali e mentre assisti al dolore altrui il tuo viene in superficie come un tappo di sughero che tenevi sotto l'acqua premuto a forza; diventa inevitabile il viaggio dentro se stessi e le proprie emozioni, forse scontato come dentro la trama delle favole mentre il protagonista attraversa quel luogo buio da solo e non sa se nella mischia tra luci ed ombre vincera' la strega o la fata. Consiglio la lettura di questo magnifico lavoro di Selvetella perchè è vero che il dolore è un vestito su misura, a ciascuno il suo, ma può servire a scegliere il sarto.

  • User Icon

    claudio

    04/05/2018 21:28:56

    Andare avanti. Ecco cosa racconta Yari Selvetella. Nella vita di tutti giunge un momento difficile, cruciale, dal quale sembra impossibile risollevarsi. La morte di una persona amata ci lascia sperduti in un mondo vuoto e triste. Viene dunque naturale mettersi alla ricerca di qualcosa, una ricerca esasperata ed indubbiamente destinata al fallimento. Ma il mondo continua lo stesso. Bisogna quindi farsi forza e, gambe in spalla, riprendere a vivere. La Strega nera del dolore non deve sopraffarci. A volte però serve qualcuno, un angelo magari, che ci guidi e ci riporti con i piedi in terra. Solo così potremo smettere di vagare persi tra i neon degli ospedali, tra dolore e morte.

  • User Icon

    Samuele

    04/05/2018 16:26:44

    Le Stanze dell'addio, dove puoi perderti... Silenziosamente... Senza riuscire a capirne il significato, trovandosi in un vortice inspiegabile che nemmeno l'effetto dell'incantesimo della migliore Strega, può creare... Impossibile opporsi, ora che sei qui, sei suo.

  • User Icon

    federica

    04/05/2018 15:20:46

    Una parola descrive questo libro: NECESSARIO. In meno di 200 pagine entriamo nel dolore, quello vero. A volte fa così male da non voler proseguire la lettura però continui a leggere perchè partecipare è l'unica cosa che puoi fare. Parlare di lutto e dolore è difficile, Yari Selvetella ci riesce coraggiosamente senza risultare melodrammatico e poco realistico Non ci sono nomi, non ci sono luoghi. E' un romanzo stanza, stanze di ospedale che si susseguono.. .Stanza della malattia, stanza della morte ma anche un ultima stanza, quella della speranza di una nuova vita. Sopravvivere è necessario, il mondo va avanti anche quando noi pensiamo che tutto sia finito ed il dolore è troppo grande da sopportare. Anche quando sentiamo il cuore stretto in una morsa, ci sentiamo impotenti e chiediamo a qualcuno più in alto " Perchè a me?". La vita continua ed in fondo al tunnel, nell'ultima stanza ecco che la vita ci mette di fronte all'emozione più bella, l'amore. Questo libro merita almeno la cinquina del premio STREGA e consiglio la lettura a tutti, a chi ha subito lutti ma anche a chi vuole conoscere la sofferenza dall'interno dell'animo umano.

  • User Icon

    Loredana Acanfora

    04/05/2018 12:10:57

    Il premio Strega se lo merita, perché non solo è un libro, ma esprime ciò da cui noi tutti ne Traiano coraggio, l'incertezza.

  • User Icon

    Carla

    04/05/2018 12:01:18

    Il Dolore profondo, quello vero, quello con la D maiuscola, quello che ti strazia e che ti strappa il cuore, quello che non ti fa respirare, quello che ti fa maledire la signora Morte, la Strega che ti porta via la persona che ami, come ha fatto con la mia mamma solo due mesi fa'.

  • User Icon

    Francesca

    04/05/2018 08:38:33

    Lo strazio di un uomo che perde la compagna della sua vita, la madre dei suoi figli, la sua amante, amica, confidente, tutto in un sol colpo. Il viaggio di un uomo che si trova ad affrontare la quotidianità nei suoi aspetti più banali e a fronteggiare gli aspetti più particolari della vita sua e dei suoi figli. Uno strappo potente, obbligato, sofferto, irricucibile, che forse potrebbe lasciare intravedere tra la trama e l'ordito del tessuto un fioco bagliore di luce. Candidato al premio strega 2018, si appresta a diventare uno dei protagonisti della premiazione.

  • User Icon

    elide apice

    04/05/2018 08:09:13

    Un dolore profondo, senza speranza, la morte della giovane moglie, la necessità di sopravvivere a se stessi per amore dei loro tre figli, spingono il protagonista, io narrante della narrazione, ad attraversare le stanze del dolore, quelle che ha attraversato lei per cercare di curarsi, quelle in cui lui cerca ancora la sua presenza, il suo odore, la sua voce. La crede scomparsa, la cerca ovunque attraversando lunghi corridoi illuminati dalla fredda luce del neon per poi ricominciare, ogni giorno sempre uguale. Una storia che anche se non strettamente biografica narra una realtà vissuta da Selvetella, le parole che diventano lenitive per affrontare il domani senza la sua compagna, in un viaggi nel dolore che non ha altra spiegazione che quella di voler ritornare nei luoghi che nel male e nella sofferenza li hanno visti ancora vicini. Un viaggio tra gente che non vede, tra persone che non sentono, con quell’unico ragazzo, un barista per scelta dopo il dolore della morte del padre, che lo ascolta e che gli parla. Solo guardando in faccia il dolore si può avere speranza di superarlo, di non sublimarlo in ricordo ancorante e angosciante, si ha speranza di riuscire a tornare a vivere: sembra essere questo il messaggio della narrazione che avvince, tiene legato il lettore alle pagine, lo obbliga a lacrime di empatica condivisione della sofferenza. Davvero meriterebbe almeno di entrare nella cinquina del Premio Strega

Vedi tutte le 28 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

L’uomo coi baffi e il barista si conoscono in un ospedale. Spesso, il barista ha servito all’uomo coi baffi una bottiglietta d’acqua, ed è rimasto colpito dal cerimoniale con il quale questo cliente, in sé e per sé identico alle centinaia di altre persone in transito oltre il bancone, disinfettava con cura la bottiglietta, riuscendo ad uscire dal locale senza aver toccato nient’altro. L’uomo coi baffi crede di avere una ragione per trovarsi in quel luogo, ma la realtà è un’altra; è convinto di dover ritrovare la donna che ama, la madre dei suoi figli, che però non troverà mai più in nessun luogo, perché tra le mura di quell’ospedale una malattia se l’è portata via.

Yari Selvetella racconta, in un romanzo struggente e coraggioso, le sofferenze e le lotte della sua compagna, Giovanna De Angelis, editor, critica letteraria e a sua volta autrice, scomparsa prematuramente a causa di una terribile malattia. La narrazione è affidata ai pensieri dell’uomo coi baffi, al loro flusso a tratti incontrollato, attraverso il quale il lettore ricostruisce il susseguirsi degli eventi e la loro estrema drammaticità. Fuori dai pensieri, esistono solo i luoghi. L’uomo torna ai corridoi e alle stanze dell’ospedale, crocevia di destini dei condannati e dei salvati, dove nell’impotenza ci si appiglia ai numeri e a tutte quelle piccole cose che sanno di normalità. Tra quelle stanze l’uomo si trova ad affrontare le stanze della vita vera, quella quotidiana e condivisa, dove all’improvviso ogni oggetto assume un significato che prima non aveva e al quale occorre assegnare un nuovo ruolo. Accanto a questi spazi, visibili e tangibili, c’è la sterminata distesa della memoria, da ripercorrere in ogni direzione quando il presente diventa insopportabile.

Le stanze dell’addio però non racconta soltanto la battaglia e la sconfitta: dopo la devastazione si può cercare di ricostruire. Yari Selvetella infatti trova la forza sovrumana di rivivere e spiegare il lutto e tutta la fatica che esso richiede, e qui stanno la bellezza e l’autentico significato della decisione di scrivere un libro come questo: nell’onestà di affermare che non è tanto la vita ad andare avanti, ma che sono le persone, giorno dopo giorno a scegliere, tra titanici sforzi, che sopravvivere non è abbastanza e che ci sono delle ragioni per continuare. Con la dolorosa ma necessaria consapevolezza che una parte di ciò che si è, rimarrà sempre legata a ciò che non è più.

Recensione di Elisa Valcamonica

 


Proposto da Chiara Gamberale

«Il dolore come uno spazio chiuso, dove non si può fare a meno di abitare; come un mare nero, che inghiotte il dorso della balena e in eterno ci costringe a inseguirla. Ma anche la potenza della vita e delle parole che – sole – possono tessere e allungare il filo per uscire dal labirinto. Yari Selvetella è un figlio del Novecento: sa che l'assurdo non può essere addomesticato. Eppure non si arrende, continua a cercare una forma, una possibilità di condivisione, e la trova dentro le stanze di un ospedale che a tutti noi sembra misteriosamente di avere conosciuto, nell'accezione reale e in quella poetica dei suoi spazi.»


Selvetella e la morte: azzardare, cadere, continuare

Ci sono casi e momenti in cui andare avanti sembra impossibile, ma è un dovere. O almeno di questo vuol convincerci un libro che bisogna far macerare a lungo dentro, prima di comprenderlo davvero e prima di poterne parlare o scriverne con onestà e lucidità. L’amore che resta in circolo, anche quando una persona amata muore, può essere sufficiente per continuare a vivere, al di là della sofferenza e, soprattutto, al di là di qualsiasi senso di colpa. Dolore e disperazione, ricordi e sofferenze possono trasformarsi in una forza che non sospettavamo di avere, “nel tempo inghiottito in cui tutti torniamo a nuotare“.

Sono riflessioni a cui s’arriva leggendo un volume pubblicato dalla casa editrice Bompiani, Le stanze dell’addio, memoir di Yari Selvetella, autore televisivo e giornalista, oltre che scrittore, spesso di cronache criminali. Il “crimine”, stavolta, è la morte prematura di una donna, la madre dei tre figli dell’autore, la compagna di vita, Giovanna De Angelis, editor e scrittrice, di cui era apparso postumo un romanzo, La frattura, edito da Elliot, che in qualche modo può considerarsi complementare a quello di Selvetella. Il suo compagno ha atteso a lungo e fra mille dubbi, per venire allo scoperto, con pagine incredibili sulla sua scomparsa: un intollerabile dolore dell’anima, perché chi, davvero è preparato alla morte? Alla propria o a quelli di chi amiamo? Nel volume di Selvetella c’è l’intima sofferenza senza la stampella di lacrime “facili”, senza nessun elemento patetico o retorico. Un’operazione non semplice, ma messa in atto e su carta dolorosamente, eppure lucidamente, nonostante i confini che la vita ha costretto a oltrepassare, che scompaginano tutto, eppure conducono a una rinascita, a farci comprendere chi siamo realmente.

I corridoi dell’ospedale, il capezzale dell’amata, i libri da leggere (Melville o Simenon), gli aghi e le flebo, il mondo all’esterno e perfino altri malati che guariscono. Fanno i conti con tutto questo il narratore e l’amata, scomparsa dopo un nuovo ciclo di chemioterapia, senza che si materializzi la possibilità di un trapianto di midollo. E poi ci sono le ombre da allontanare, i figli da accudire, il necessario, indispensabile ritorno alla vita, nei suoi gesti più semplici e quotidiani (farsi la barba, fare l’amore, scrivere, mangiare gamberi), anche se “le stanze dell’addio” tornano periodicamente a rimbombare nella mente. La lingua di Selvetella – che si esplicita non solo nella prima persona – non ha sovrastrutture, è priva di orpelli, ma riesce a essere comunque densa e pregnante. Non si perde in smancerie e sentimentalismi, ma è davvero sentimentale, in un equilibrio audace che stupisce e incanta. “Prendersi la vita è dare, è azzardare e cadere. Posso solamente continuare”. A caccia del coraggio di ogni giorno. Un libro autentico come pochi, fra quelli scritti negli ultimi anni.

Recesnsione di Micol Treves