Le stanze dell'addio

Yari Selvetella

Con la tua recensione raccogli punti Premium
pagabile con 18App pagabile con Carta del Docente
Articolo acquistabile con 18App e Carta del Docente
Editore: Bompiani
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 2 gennaio 2018
Pagine: Brossura
  • EAN: 9788845295553
Salvato in 95 liste dei desideri

€ 14,25

€ 15,00
(-5%)

Punti Premium: 14

Venduto e spedito da IBS

Quantità:
LIBRO
Aggiungi al carrello
spinner
PRENOTA E RITIRA

Le stanze dell'addio

Yari Selvetella

Caro cliente IBS, da oggi puoi ritirare il tuo prodotto nella libreria Feltrinelli più vicina a te.

Non siamo riusciti a trovare l'indirizzo scelto

Prodotto disponibile nei seguenti punti Vendita Feltrinelli

{{item.Distance}} Km

{{item.Store.TitleShop}} {{item.Distance}} Km

{{item.Store.Address}} - {{item.Store.City}}

Telefono: 02 91435230

{{getAvalability(item)}}

Prenota ora per ritirarlo oggi dalle {{item.FirstPickUpTime.hour}}:0{{item.FirstPickUpTime.minute}} Prenota ora per ritirarlo oggi dalle {{item.FirstPickUpTime.hour}}:{{item.FirstPickUpTime.minute}}
Prenota ora per ritirarlo oggi dalle {{item.FirstPickUpTime.hour}}:0{{item.FirstPickUpTime.minute}} Prenota ora per ritirarlo oggi dalle {{item.FirstPickUpTime.hour}}:{{item.FirstPickUpTime.minute}}
*Solo al ricevimento della mail di conferma la prenotazione sarà effettiva

Spiacenti, il titolo non è disponibile in alcun punto vendita nella tua zona

Compralo Online e ricevilo comodamente a casa tua!
Scegli il Negozio dove ritirare il tuo prodotto
Entro le {{shop.FirstPickUpTime.hour}}:0{{shop.FirstPickUpTime.minute}} riceverai una email di conferma Entro le {{shop.FirstPickUpTime.hour}}:{{shop.FirstPickUpTime.minute}} riceverai una email di conferma
Recati in Negozio entro 3 giorni e ritira il tuo prodotto

Inserisci i tuoi dati

Errore: riprova

{{errorMessage}}

Riepilogo dell'ordine:


Le stanze dell'addio

Yari Selvetella

€ 15,00

Ritira la tua prenotazione presso:


{{shop.Store.TitleShop}}

{{shop.Store.Address}} - {{shop.Store.City}}

Telefono: 02 91435230


Importante
1
La disponibilità dei prodotti non è aggiornata in tempo reale e potrebbe risultare inferiore a quella richiesta
2
Solo al ricevimento della mail di conferma la prenotazione sarà effettiva Solo al ricevimento della mail di conferma la prenotazione sarà effettiva (entro le {{shop.FirstPickUpTime.hour}}:0{{shop.FirstPickUpTime.minute}}) Solo al ricevimento della mail di conferma la prenotazione sarà effettiva (entro le {{shop.FirstPickUpTime.hour}}:{{shop.FirstPickUpTime.minute}})
3
Una volta ricevuta la mail di conferma, hai tempo 3 giorni per ritirare il prodotto messo da parte (decorso questo termine l'articolo verrà rimesso in vendita)
4
Al momento dell'acquisto, ai prodotti messi da parte verrà applicato il prezzo di vendita del negozio

* Campi obbligatori

Grazie!

Richiesta inoltrata al Negozio

Riceverai una Email di avvenuta prenotazione all'indirizzo: {{formdata.email}}

Entro le {{shop.FirstPickUpTime.hour}}:0{{shop.FirstPickUpTime.minute}} riceverai una Email di avvenuta prenotazione all'indirizzo: {{formdata.email}}

Entro le {{shop.FirstPickUpTime.hour}}:{{shop.FirstPickUpTime.minute}} riceverai una Email di avvenuta prenotazione all'indirizzo: {{formdata.email}}

N.Prenotazione: {{pickMeUpOrderId}}

Le stanze dell'addio

Yari Selvetella

€ 15,00

Quantità: {{formdata.quantity}}

Ritira la tua prenotazione presso:

{{shop.Store.TitleShop}}

{{shop.Store.Address}} - {{shop.Store.City}}

Telefono: 02 91435230


Importante
1 La disponibilità dei prodotti non è aggiornata in tempo reale e potrebbe risultare inferiore a quella richiesta
2 Solo al ricevimento della mail di conferma la prenotazione sarà effettiva Solo al ricevimento della mail di conferma la prenotazione sarà effettiva (entro le {{shop.FirstPickUpTime.hour}}:0{{shop.FirstPickUpTime.minute}}) Solo al ricevimento della mail di conferma la prenotazione sarà effettiva (entro le {{shop.FirstPickUpTime.hour}}:{{shop.FirstPickUpTime.minute}})
3 Una volta ricevuta la mail di conferma, hai tempo 3 giorni per ritirare il prodotto messo da parte (decorso questo termine l'articolo verrà rimesso in vendita)
4 Al momento dell'acquisto, ai prodotti messi da parte verrà applicato il prezzo di vendita del negozio

Altri venditori

Mostra tutti (6 offerte da 15,00 €)

Gaia la libraia

Gaia la libraia Vuoi ricevere un'email sui tuoi prodotti preferiti? Chiedi a Gaia, la tua assistente personale

Candidato al Premio Strega 2018

"Che amore inutile è l'amore che non protegge, l'amore che non cura e non difende, l'amore che non può, un amore crudele sento di portarmi addosso come l'amore di Dio"

«Così Yari Selvetella nella cronaca dell'addio alla sua compagna. Un viaggio attraverso le stanze del lutto senza mai cedere alla retorica dei sentimenti» - Robinson, La Repubblica

Io ho ricominciato a lavorare. In altri luoghi scrivo, succhio gamberi, respiro foglie balsamiche, faccio l'amore, ma una parte di me è qui, sempre qui, impigliata a un fil di ferro o ha una paura mai vinta, inchiodata per sempre: il puzzo di brodaglia del carrello del vitto, quello pungente dei disinfettanti, il bip del segnalatore del fine-flebo, la porta che si chiude alle mie spalle quando termina l'ora della vita

Così si sente chi di noi vive l'esperienza di una perdita incolmabile: impigliato, inchiodato. Dalle pagine di questo libro affiora il volto vivissimo di una giovane donna, Giovanna De Angelis, madre di tre figli e di molti libri, editor di professione, che si ammala e muore. Il suo compagno la cerca, con la speranza irragionevole degli innamorati, attraverso le stanze - dell'ospedale, della casa, dei ricordi - fino a perdersi. Solo un ragazzo non si sottrae alla fratellanza profonda cui ogni dolore ci chiama e come un Caronte buono gli tende una mano verso la vita che continua a scorrere, che ci chiama in avanti, pronta a rinascere sul ciglio dell'assenza. Yari Selvetella dà voce a un addio che sembra continuamente sfuggire al tentativo di essere pronunciato, come Moby Dick nel fondo del mare, e scrive un kaddish laicissimo eppure pervaso del mistero che ci unisce a coloro che abbiamo amato. Attraverso il labirinto al neon degli ospedali, le stanze chiuse del lutto, il filo tracciato da una penna sul foglio bianco è ancora di salvezza, celebrazione commossa della forza vitale delle parole.
Gaia la libraia

Gaia la libraia Vuoi ricevere un'email sui tuoi prodotti preferiti? Chiedi a Gaia, la tua assistente personale

4,6
di 5
Totale 70
5
44
4
25
3
0
2
1
1
0
Scrivi una recensione
Con la tua recensione raccogli punti Premium
  • User Icon

    Camilla

    11/05/2020 09:45:47

    Mi sono approcciata a questo libro avendo grandi aspettative e temendo di restare delusa, invece le ha superate di molto! Ha dato voce a pensieri che smaniosamente cercavo di esprimere non riuscendoci, e mai sarei riuscita a fare in modo migliore di così. E' un libro molto forte, che può risultare impegnativo ma che senza dubbio ripaga e arricchisce molto il lettore! Suscita emozioni profonde, fa riflettere, sussultare e lascia a bocca aperta.

  • User Icon

    patriziab

    09/03/2019 14:15:59

    Romanzo struggente sulla perdita di un proprio caro. Il protagonista si muove tra sogno, ricordi della propria moglie e realtà e nel suo peregrinare reale e interiore, incontra un barista, che si incuriosisce per quest'uomo che tutte le mattine prende una consumazione da portar via, facendo attenzione a mantenere tutto disinfettato e asettico con l'amuchina prima di dirigersi all'interno dell'ospedale. La narrazione si snoda nell'ossessiva assenza e nella ricerca disperata, tra le stanze dell'ospedale,della moglie che egli non trova più, ma tutto parla di lei tra i prosaici oggetti e odori del nosocomio, ogni angolo e ogni particolare, sublimando il dolore della perdita in questa costante ricerca fino a riemergere lentamente da questo oscuro oceano e a rinascere. Il racconto avviene a due voci, quella del protagonista e quella del barista, che si incrociano per caso, ma poi neanche tanto... Lo stile è davvero particolare, capace di descrivere anche i momenti più banali della vita quotidiana con lei, quando era in vita, in modo struggente e poetico,con una parola densa e ricca di simbolismi, lasciando trapelare un amore incondizionato per la moglie; ma anche di svelare a sé in maniera cruda e disincantata la dura verità fino ad approdare ad una nuova vita. La narrazione inoltre è costellata di affascinanti rimandi letterari che mostrano una vasta cultura da parte dello scrittore. Lettura difficile per l'argomento: non nego che a volte ho provato sensazioni contraddittorie, fastidio, repulsione e attrazione per ogni riga di questo anomalo romanzo, forse a causa di eccessiva immedesimazione. Lettura consigliata a chi è forte d'animo e vuole immergersi in una struggente e non scontata idea dell'amore.

  • User Icon

    Luca

    15/12/2018 09:38:41

    Un viaggio onirico e straniante nel dolore dell'addio ad una persona che si è amata e dalla quale non ci si può separare. A tratti sogno, in altri incubo che inchioda nelle stanze dell'ospedale che è stato testimone e spettatore dell'addio. Non è un romanzo, neanche un diario, è più semplicemente un lungo discorso con se stessi e con il proprio dolore, nella speranza di dare ordine al caos creato dal lutto. Difficile da giudicare, dire se è piaciuto oppure no, perché dentro c'è una vita intera, vissuta e spezzata troppo presto.

  • User Icon

    jc58

    09/10/2018 09:44:38

    Una lettura intensa, dolorosa, per chi come me l'ha fatta in un momento in cui stava vivendo la perdita di una persona molto cara.

  • User Icon

    barbarav

    19/09/2018 21:28:34

    Ho letto questo libro malinconico ma realista. Il libro è commovente, scritto bene. Mi sono immedesimata subito in questa storia perché io stessa ho vissuto una perdita. Il libro racconta di Giovanna che si ammala gravemente e muore e del suo compagno che cerca in tutti i modi di sopravvivere. Lo consiglio a chi ha subito un grave lutto per sentirsi meno solo.

  • User Icon

    Francesca

    19/09/2018 14:07:47

    Questo libro me ne ha fatto tornare in mente un altro: l'anno del pensiero magico di joan didion. Una storia autobiografica dove l'autrice racconta gli attimi che hanno preceduto l'infarto fulminante, improvviso del marito mentre stava preparando un'insalata per cena. Spiega anche che quando qualcuno muore, la persona che si ritrova ad elaborare il lutto attraversa cinque fasi: la negazione, la rabbia, la negoziazione, la depressione, l'accettazione. Joan inoltre non ha avuto il tempo per metabolizzare i problemi di salute del consorte mentre il protagonista de le stanze dell'addio sì. La moglie si ammala di cancro. Circostanze sfortunate la portano a non farcela. In entrambi i casi il rapporto è talmente totalizzante, che sembra la fine, che non esista una vita oltre all'assenza del coniuge. La morte è una possibilità ma la speranza, la battaglia è da superare, sconfiggere come tutte le prove e il resto è una quotidianità da continuare, mandare avanti con tre figli da crescere e un piano comune come quando si sono scelti, innamorati. L'amore muove tutto, l'amore può tutto. Dopo niente è più come prima, il dolore rimane una costante anche se, per fortuna, nel tempo cambia, assume una forma diversa perché l'istinto di sopravvivenza è una reazione insita nella natura umana. Lui però continua a cercarla imperterrito nelle varie stanze abitate insieme, non solo della loro casa, ma anche al di fuori... con la speranza di ritrovarla, che quello che è successo non è successo per davvero, non è vero niente, come la morte, la malattia, la sofferenza... Si libera da questo stato d'animo attraverso la presa di coscienza che nonostante ciò non ha rimpianti. Solo allora trova il modo di innamorarsi ancora. Un libro di non facile lettura, come lo sono tutte le storie che parlano di perdita. Un flusso di pensieri difficile da fermare, difficile da accettare. Consigliato!

  • User Icon

    Laura

    27/08/2018 22:17:20

    Mi accorgo di essere in controtendenza ma non sono riuscita ad apprezzare per nulla questo libro. La scrittura è volutamente complicata e ricercata, certamente in linea con lo stato d'animo del protagonista, ma il risultato è che non sono riuscita ad apprezzare né lo stile narrativo né il tormento narrato.

  • User Icon

    Francesca

    12/06/2018 22:04:50

    Le stanze dell'addio, candidato al Premio Strega 2018, è un libro intensissimo, destabilizzante. Un uomo, "l'uomo con i baffi", perde l'amata, e sembra perdere se stesso, nell'umanissimo, irrazionale desiderio di ritrovarla. E noi lo seguiamo, avvinti da una scrittura di rara eleganza, nel suo errabondo cercare - ossessionato come Achab, perso e in cerca di una via d'uscita come Dante - in un oceano di ricordi: conversazioni, pensieri, sedimenti di una vita costruita insieme, stanze d'ospedale nitide ma deformate nella mente.

  • User Icon

    Chiara B

    12/06/2018 21:56:15

    Si tratta di un libro complesso e quasi spaesato, privo di una vera linearità, ma che con grazia e tranquillità segue i protagonisti lungo il loro vagabondare tra le pagine, attraversando luoghi reali o luoghi e ricordi che appartengono alla memoria. Le parole sembrano occupare queste pagine con la necessità propria che viene dettata dal dolore della perdita: nel muoversi tra le stanze e le righe sembrano ricercare le tracce di un senso perduto che possa colmare quel vuoto lasciato dalla morte di una persona cara. Per questo motivo "Le stanze dell'addio" si rivela una lettura evocativa e in grado di descrivere al meglio quell'insieme di sensazioni che caratterizzano il lutto e soprattutto l'elaborazione di un addio in grado di riportare alla vita coloro che sono rimasti. Anche perchè la vita è un viaggio, un viaggio che segue un percorso tutto suo e che deve essere esplorato, grande verità che l'uomo con i baffi e quello che non ha ancora i baffi apprendono dopo aver fatto incontrare i loro dolori tra i fumi di qualche sigaretta. Ognuno di loro riparte per cercare una nuova continuazione, sia tra nuovi mari che tra nuovi fiumi di parole, che rappresentano forse l'unica costante certa di questa narrazione che incanta e strega con grande maestria il lettore di questo libro.

  • User Icon

    Jessica

    12/06/2018 21:32:08

    Il dolore non perdona, è una strega che ti offre la mela avvelenata e tu non puoi rifiutarla, in nessun modo. Fa male, ma non puoi far altro che sopportare e lasciarti divorare dalla sua potenza inesorabile. E così fa questo libro, scorre lentamente nelle pieghe dei nostri ricordi, dei nostri tormenti, proprio lì dove bruciano di più. Quanto più fa soffrire, tanto più si rivela intenso e profondo. Perché è impossibile non interrogarsi di fronte a queste pagine. Un lungo viaggio silenzioso che rimbomba nella testa. Non è facile rassegnarsi, non lo è andare avanti, non lo sarà mai dimenticare o far finta che va tutto bene. Una riflessione su vita e morte che non smette mai di conquistare.

  • User Icon

    Amalia

    12/06/2018 14:10:09

    Storia di attese e fughe, di un tempo scandito - quasi dilatato, e di un tempo che inesorabilmente scorre. Storia di forza e fragilità, la forza di un uomo che tenta di stabilire legami e memorie nelle "stanze dell'addio", e di una donna, la parte fragile ed evanescente tenuta lontano da una strega - la malattia - una strega che sostituisce a quei legami, e a quelle memorie, il disincanto del presente. La scrittura di Selvetella restituisce al lettore uno scenario ordinario con sensazioni e riflessioni nuove, elementi che solo da una buona lettura possono derivare,

  • User Icon

    MARIANNA

    12/06/2018 11:08:28

    Per leggere questo libro sono dovuta venire a patti con il mio dolore, con il dolore che mi porto dietro, nascosto in un posticino segreto; un posticino la cui porta come quella dell'autore spesso si apre e ti ritrovi in certi luoghi per cercare chi hai perduto. Tra i candidati al premio Strega questo ritengo sia il più meritevole. Carico di emotività, sentimenti ti ammalia come un Strega che non vuole lasciarti andare, e pagina dopo pagina ti ritrovi alla fine del libro ma è come se non vorrebbe lasciarti e ti ritrovi con il dolore dell'autore la cui moglie lo ha lasciato all'improvviso e prematuramente, stordito ma con tanta voglia di ricominciare, di ritrovare luoghi e persone del tuo quotidiano a cui dare un nuovo senso Stupefacente

  • User Icon

    Elisabetta Severino

    12/06/2018 10:04:00

    “Le stanze dell’addio”, candidato quest’anno al celebre Premio Strega, è l’ultimo libro di Yari Selvetella, edito da Bompiani. Esplorando luoghi, reali e immaginati, rivivendo ricordi, vividi e sfuggenti, il protagonista del romanzo affronta un grave lutto con il quale convive, dialoga e fa a pugni. Strappata alla vita dalla malattia, la sua forte compagna non c’è più, eppure continua ad esistere negli oggetti, che aprono varchi spaziotemporali magici, dolci e tenebrosi, nelle pagine dei suoi libri, custodi di mille mondi, e nei pensieri dell’”uomo con i baffi e lo zaino” che continua a cercarla con la paura di perderla nei labirintici meandri di un ospedale e nelle profondità di se stesso. “Le stanze dell’addio” è un’analisi chirurgica del dolore, è una discesa negli inferi, è uno strappo nel cielo di carta, è il terrore dell’oblio, è l’ostinata ricerca del ritorno all’esistenza. Inghiottito dalla burocrazia, dalle strazianti procedure post mortem, dal lavoro e dallo sforzo profuso per imbastire una quotidianità apparentemente normale in cui far crescere i figli, il protagonista compie continui salti nell’oscurità di un’altra dimensione fatta di ombre prigioniere del passato, di destini sospesi in limine. Ma “il passato bisogna combatterlo” per non essere inghiottiti nel suo buco nero, occorre, sì, serbarlo con cura, non dimenticandosi però di nutrire l’empatia con gli altri esseri umani e di attivare quel meraviglioso scambio, antidoto al buio, detto “mutuo soccorso”. Affondare lo sguardo nel baratro, come fa una lama nella carne, per poi ritrovarsi al mondo con la convinzione di non dover sprecare il tempo che resta da vivere. Leggendo l’opera di Selvetella si piange, si sorride, ci si sente fortunati, si avverte il bruciore di ferite non del tutto risanate; si viaggia su una nave in mare aperto, sperando d’incontrare chimere, memorie e balene, per poi giungere nell’ultima stanza, “il mondo, in cui il nostro ricordo si spande”.

  • User Icon

    Mario

    12/06/2018 07:19:11

    Ci sono parole difficili da pronunciare, ad una persona, ad uno sconosciuto o semplicemente a noi stessi. Accede per un "ti amo", per un "augurio", ma anche per un addio. E' quello che cerca di fare qui il protagonista, raccontato dalla voce densa e precipua di un barista, che descrive, ingloba a sé i sentimenti, le paure, le emozioni di un uomo incapace di lasciare andare il suo amore. Un romanzo bello, piacevole, interiore, intrecciato tra le mille stanze di qualcosa che tarda ad uscire. Ammettiamolo: è arduo veder sgretolarsi a poco a poco quell'amore forte, quel legame costruito giorno dopo giorno a causa di una malattia. Una storia commovente, introspettiva dell'autore, psicologica. Una narrativa ordinata a mò di poesia: l'ospedale come un lungo intestino, la verità come un grembiule trasparente ch'è necessario indossare, costretti dagli eventi e dell'esistenza. La vita a volte è magnifica, cordiale, amorevole, altre volte è una strega ostica, intrattabile, che porta via le cose più belle e preziose. Ho apprezzato molto questo romanzo per il linguaggio sottile e moderno, ho amato le figure evocative che mi hanno accompagnato accanto al percorso personale del protagonista, ho detestato l'ineluttabilità a volte della vita ma compreso a chiare lettere ch'è necessario reagire, sempre e comunque, per non rimaner imprigionati in quelle stesse stanze da cui è difficile trovare uno spiraglio.

  • User Icon

    Daniele

    11/06/2018 22:10:34

    In “Le stanze dell’addio” si racconta del viaggio di un uomo che, senza nome e quasi senza volto, affronta i temi più scottanti e paurosi della nostra società: la morte e la follia. Non è infatti un caso che le balene siano presenti o soffocanti con il loro possente simbolismo in ogni capitolo: esse rappresentano ciò che MobyDick rappresentava per il capitano Achab, un percorso folle verso l’annientamento di se stessi, alla ricerca di ciò che sappiano non potrà essere nostro. Con maestria, in un dolce e doloroso muoversi tra le onde dei ricordi e delle fantasie, Yari Selvetella descrive la Strega di ogni uomo: il rimanere da solo. E se per il resto del mondo può sembrare inaccettabile il continuare a vivere felici di un uomo dopo la scomparsa prematura della madre dei propri figli, chi può realmente giudicare e comprendere ciò che si è affrontato durante quel percorso? Un romanzo, meritatamente candidato al premio Strega, che entra in punta di piedi nel cuore di ogni lettore per poi smantellare con sofferenza ogni certezza e costruire una nuova via di fuga da quelle stanze d’ospedale dove mai si vorrebbe pronunciare la parola addio.

  • User Icon

    Elena

    11/06/2018 21:53:02

    Libro candidato al Premio Strega 2018,  Le stanze dell'addio di Yari Selvetella, indaga la perdita della persona amata e  l'immersione nel dolore di chi le sopravvive. Non si affidando ad una vera e propria trama, ma crea un percorso di sentimenti, di luoghi, di frammenti di vita in cui il dolore si genera dalla presenza del ricordo con cui il protagonista cerca di colmare il vuoto lasciato dall'assenza della sua amata. Ma se per chi resta la vita continua a scorrere, per chi muore il tempo si ferma. Incapace di superare questa dicotomia il protagonista si sdoppia: una parte di lui continua a vivere, a sbrigare le incombenze quotidiane, ad occuparsi dei figli; una parte rimane legata ai luoghi che hanno ospitato gli ultimi istanti di vita della sua compagna, invischiato in un limbo privo di tempo. È da qui che parte l'elaborazione del lutto, che si snoda attraverso cinque stanze, come cinque sono le fasi del dolore, da affrontare e superare. Perchè solo completando il percorso di dolore si può tornare a far scorrere il tempo.

  • User Icon

    Silvia

    11/06/2018 21:49:14

    Tale romanzo è imperniato sul viaggio della vita: la morte onnipresente viene vissuta, superata da ognuno di noi in modo diverso. Come in un campo di guerra, il protagonista di trova a rivivere come sotto un incantesimo di una Strega la sofferenza e le illusioni di guarigione della sua amata. È una metafora del percorso che l'essere umano affronta per elaborare il lutto.

  • User Icon

    MammaLupa (Ethel Vicard)

    11/06/2018 20:48:40

    “Nelle stanze dell’addio”, anche senza saperlo, tutti noi abbiamo sostato seppur solo per pochi minuti. A differenza di quanto spesso l’uomo è portato a fare, ovvero allontanarsi dal dolore, l’uomo con i baffi, uno dei protagonisti del romanzo, si sofferma sul suo lutto mostrandocelo in tutto il suo bianco e verde d’ospedale, un lutto che riempie la mente e il cuore di un dolore sordo che porta con sé l’odore di disinfettante, un dolore che sembra impossibile placare senza il sostegno delle lacrime e della follia. Un viaggio lungo più di tre anni durante i quali l’uomo cerca disperatamente la sua compagna, ormai defunta, in un parallellismo con il capitano Achab alla ricerca della sua Moby Dick. Così in questo romanzo di Yari Selvetella la malattia è la Strega che taglia troppo presto il filo della vita, dell’amore, della speranza di una vecchiaia insieme. Nelle stanze d’ospedale, la morte e l’amore ballano una danza suonata al ritmo dei ricordi e dei rimpianti, soffocata dall’insostenibile debolezza dell’uomo rimasto solo, seppur circondato da ciò che rimane della sua famiglia. E così in quelle stanze dove a volte si rischia di divenire solo un corpo o un numero tra tanti, l’uomo con i baffi ritrova dopo un lungo percorso introspettivo la sua identità di vedovo, di padre, di uomo. Il lessico utilizzato è lineare, preciso, diretto a sostegno di una narrazione realistica e introspettiva che fa navigare il lettore tra ricordi e rimpianti, grazie ai frequenti flashback dovuti a profumi, pensieri, e oggetti di uso comune. Questo romanzo è un inno all’amore e alla vita, per questo lo consiglio a tutti coloro convinti che l’amore sia solo una bugia e a chi, invece, dell’amore ha avuto la più grande testimonianza: la vita insieme. “Ho amato molto, è vero, per questo mi sento in grado di farlo ancora e meglio.” Perché a volte, anche l‘oscurità più cupa può considerarsi abbagliante e segnare un nuovo inizio.

  • User Icon

    Chiara

    11/06/2018 19:45:02

    Questo libro l'ho divorato, mi sono tuffata di testa e mi sono fatta trascinare nel turbine di dolore e ricordi e procedure e nuove opportunità. Questo libro è come la vita: caotico, vibra di emozioni, fa piangere, fa sorridere e fa riflettere. Un padre che resta solo e si ritrova a cercare di colmare il vuoto che affrontano tre bambini piccoli, un compagno che si sente disarmato di fronte al dolore della donna amata, un uomo che cerca di dare nuove direzioni alla sua vita pur portandosi dietro un bagaglio di sofferenza enorme. "Quando piango sullo scooter, non c'è posto migliore che il vento, il posto migliore per le lacrime è quello, tra un impegno e l'altro." Bellissima la copertina di questo candidato allo Strega, addirittura pensavo fossero uccelli in volo quelli dipinti. Bravo e coraggioso Yari.

  • User Icon

    Pietro Lomuscio

    11/06/2018 09:22:48

    Lunga poesia dell'addio quella che si dipana fra le righe di Selvetella. Parole e suoni aspri, crudi ma drammaricamente innamorati e persi in un ricordo che si fa strada di casa, di bene, di felicità persa e ritrovata. Nel rogo appiccato sul ciglio inesorabile che si frappone fra coscienza ed incoscienza, al lettore l'arduo compito di dichiarare colpevole o innocente la "Strega" rappresentata dall'inesorabilità della morte.

Vedi tutte le 70 recensioni cliente

Le stanze dell’addio di Yari Selvetella è la cronaca del viaggio nel dolore del lutto e della morte (cominciamo a chiamare le cose con il loro nome) affrontato dallo scrittore dopo aver perso la sua compagna, mamma di tre bambini, a causa di una malattia tanto rapida quanto devastante.

I protagonisti principali sono l’Autore, l’Uomo con i Baffi e il Giovane ragazzo del Bar e nella loro alternanza, a essere sincera, spesso mi sono persa, ma ho sentito quello spaesamento come necessario per potermi immedesimare, seppur in minima parte, in quello dell’autore e poterlo seguire nel suo labirinto di dolore. Un po’ come quando a Berlino si entra nel Giardino dell’Esilio del Museo Ebraico di Daniel Libeskind, e attraverso l’inclinazione delle verticalità di alberi e cemento si prova un senso fisico di smarrimento e instabilità, comune a tutti gli esiliati. Leggendo si viene catapultati lì, in un esilio di dolore da cui però si può uscire affermando il proprio diritto alla vita, che è diritto ad amare.

E in fondo Yari è stato improvvisamente e imprevedibilmente esiliato in una terra fino ad allora sconosciuta, senza null’altro che il suo dolore, unica bussola nel disorientamento di una sofferenza enorme e potente, un insaziabile Minotauro che pretende ancora e ancora dolore.

Ma ciò che veramente ho amato è stata l’assenza di una domanda: mai, in tutto il libro, ci si chiede “Perché? Perché a me/noi?”. Questo è un atteggiamento raro quanto prezioso, spiegabile credo con la forte connessione alla vita dello scrittore e, mi è sembrato, della sua splendida compagna. Solo chi è davvero vivo sa nel profondo della coscienza (senza in realtà neanche averne consapevolezza) quanto la morte e la vita siano legate.

Mi ha ricordato quando, nella mia esperienza di counsellor, mi sono trovata ad accompagnare una mamma ad affrontare il dolore per la morte del suo bambino dodicenne (all’epoca coetaneo del mio). Era una donna che definiremmo semplice e , come spesso succede in queste persone, di una saggezza innata. Neanche lei nei nostri incontri chiese mai “Perché?”. C’era in lei un senso di accettazione della morte che ha solo chi ha profondamente accettato la vita, il che non esclude assolutamente il dolore della perdita e della mancanza, ma lo colloca in una dimensione umana e quindi universale, e in quanto tale ci indica la direzione per uscirne.

Credo che questo approccio alla morte, in una società che la esibisce ma nello stesso tempo la nega profondamente, rappresenti un piccolo punto di luce che indica una strada. Almeno per me.

Recensione di Monica Regnoli

I vincitori del concorso "Caccia allo Strega 18"


LuciaR - Recensione stregata scelta da Yari Selvatella


Non avrei mai pensato che il dolore potesse rimanere etereo sulle righe nonostante il suo peso pachidermico, ingombrante. L'autore lo esprime con parole semplici, senza retorica ed a tratti ho l'impressione che lo riesca a comprimere come un adolescente fa con i suoi abiti nell'armadio pronto ad esplodere se non lasciasse la ragione, come sentinella, con le spalle appoggiate alle ante. Mi ha dato i brividi sia come operatrice sanitaria che come persona con un cuore ormai a fette per tutti i lutti subiti ai quali ne ha promessa una. Leggendo si finisce per rimanere con i pugni serrati per l'angoscia e l'anima espansa nella speranza che la sofferenza inferta dalla malattia abbia un senso, alla fine, almeno per chi rimane e litiga con lacrime da ingoiare e ricordi da collocare in quel posto agevole da raggiungere ma non troppo, non sempre sotto gli occhi della memoria. Imparare a sopravvivere con l'assenza, che fa un rumore assordante, e condividerla con i figli diventa un vero lavoro dentro e fuori se stesso. L'autore mi ha emozionata con il suo, involontario, manuale per addolorati perchè so cosa ha provato e non perchè si sa che esiste lo strazio, la malattia, l'incidente, il dolore ma perchè provarlo è un'altra storia e si finisce per essere solidali e mentre assisti al dolore altrui il tuo viene in superficie come un tappo di sughero che tenevi sotto l'acqua premuto a forza; diventa inevitabile il viaggio dentro se stessi e le proprie emozioni, forse scontato come dentro la trama delle favole mentre il protagonista attraversa quel luogo buio da solo e non sa se nella mischia tra luci ed ombre vincerà la strega o la fata. Consiglio la lettura di questo magnifico lavoro di Selvetella perchè è vero che il dolore è un vestito su misura, a ciascuno il suo, ma può servire a scegliere il sarto.


Federica

Una parola descrive questo libro: NECESSARIO. In meno di 200 pagine entriamo nel dolore, quello vero. A volte fa così male da non voler proseguire la lettura però continui a leggere perchè partecipare è l'unica cosa che puoi fare. Parlare di lutto e dolore è difficile, Yari Selvetella ci riesce coraggiosamente senza risultare melodrammatico e poco realistico Non ci sono nomi, non ci sono luoghi. È un romanzo stanza, stanze di ospedale che si susseguono... Stanza della malattia, stanza della morte ma anche un’ultima stanza, quella della speranza di una nuova vita. Sopravvivere è necessario, il mondo va avanti anche quando noi pensiamo che tutto sia finito ed il dolore è troppo grande da sopportare. Anche quando sentiamo il cuore stretto in una morsa, ci sentiamo impotenti e chiediamo a qualcuno più in alto " Perchè a me?". La vita continua ed in fondo al tunnel, nell'ultima stanza ecco che la vita ci mette di fronte all'emozione più bella, l'amore. Questo libro merita almeno la cinquina del premio STREGA e consiglio la lettura a tutti, a chi ha subito lutti ma anche a chi vuole conoscere la sofferenza dall'interno dell'animo umano.


Mario

Ci sono parole difficili da pronunciare, ad una persona, ad uno sconosciuto o semplicemente a noi stessi. Accede per un "ti amo", per un "augurio", ma anche per un addio. È quello che cerca di fare qui il protagonista, raccontato dalla voce densa e precipua di un barista, che descrive, ingloba a sé i sentimenti, le paure, le emozioni di un uomo incapace di lasciare andare il suo amore. Un romanzo bello, piacevole, interiore, intrecciato tra le mille stanze di qualcosa che tarda ad uscire. Ammettiamolo: è arduo veder sgretolarsi a poco a poco quell'amore forte, quel legame costruito giorno dopo giorno a causa di una malattia. Una storia commovente, introspettiva dell'autore, psicologica. Una narrativa ordinata a mo’ di poesia: l'ospedale come un lungo intestino, la verità come un grembiule trasparente ch'è necessario indossare, costretti dagli eventi e dell'esistenza. La vita a volte è magnifica, cordiale, amorevole, altre volte è una strega ostica, intrattabile, che porta via le cose più belle e preziose. Ho apprezzato molto questo romanzo per il linguaggio sottile e moderno, ho amato le figure evocative che mi hanno accompagnato accanto al percorso personale del protagonista, ho detestato l'ineluttabilità a volte della vita ma compreso a chiare lettere ch'è necessario reagire, sempre e comunque, per non rimaner imprigionati in quelle stesse stanze da cui è difficile trovare uno spiraglio.


Ilaria

Non si può sfuggire al dolore, nemmeno con l'incantesimo di una Strega, non si può non vivere il dolore... questo è chiaro ma al dolore si può reagire a volte serve l'aiuto di qualcuno, a volte è più facile riconoscersi in un estraneo che in chi ci conosce da una vita. Le stanze dell'addio e un romanzo che parla di dolore ma anche di forza e di coraggio è un romanzo che un po' ci fa star male perchè scatena una fortissima empatia, è un romanzo che crea domande; è un romanzo che lascia il segno e che va letto perchè sorprende anche per il suo stile forte e autentico.


Terza Agnoletti

La trama si riassume in poche righe, perché il romanzo non si regge sulla narrazione degli avvenimenti, ma sul carico di dolore che ne consegue. Un uomo reagisce alla perdita della donna amata tornando ogni giorno a cercarla nelle stanze dell'ospedale dove si è spenta. Lo richiama alla realtà un giovane che ha subito a sua volta una grave perdita. Il romanzo nasce dalla narrazione del dolore con i rimandi continui alla felicità del passato, che si esprime nei piccoli gesti quotidiani come negli avvenimenti più importanti, con una ricchezza di spunti e di linguaggio che affascina e travolge. La capacità affabulatoria dello scrittore ci strega con accostamenti di immagini e di vocaboli inaspettati e sorprendenti. Quando parla il giovane lo stile è più misurato. Sono due voci narranti con due toni diversi. Nel giovane non è presente quella vena di follia che agita il protagonista. In entrambi, però, il mare, la navigazione, l'incontro con una balena sono metafora della lotta per sopravvivere. Perciò troviamo alcune citazioni dal Moby Dick di Melville. In tutto il libro, poi, è presente il problema del tempo che viene congelato dal dolore o si dilata oltre misura nei ricordi.

La motivazione di Chiara Gamberale per la candidatura al Premio Strega

«Il dolore come uno spazio chiuso, dove non si può fare a meno di abitare; come un mare nero, che inghiotte il dorso della balena e in eterno ci costringe a inseguirla. Ma anche la potenza della vita e delle parole che – sole – possono tessere e allungare il filo per uscire dal labirinto. Yari Selvetella è un figlio del Novecento: sa che l'assurdo non può essere addomesticato. Eppure non si arrende, continua a cercare una forma, una possibilità di condivisione, e la trova dentro le stanze di un ospedale che a tutti noi sembra misteriosamente di avere conosciuto, nell'accezione reale e in quella poetica dei suoi spazi.»

L’uomo coi baffi e il barista si conoscono in un ospedale. Spesso, il barista ha servito all’uomo coi baffi una bottiglietta d’acqua, ed è rimasto colpito dal cerimoniale con il quale questo cliente, in sé e per sé identico alle centinaia di altre persone in transito oltre il bancone, disinfettava con cura la bottiglietta, riuscendo ad uscire dal locale senza aver toccato nient’altro. L’uomo coi baffi crede di avere una ragione per trovarsi in quel luogo, ma la realtà è un’altra; è convinto di dover ritrovare la donna che ama, la madre dei suoi figli, che però non troverà mai più in nessun luogo, perché tra le mura di quell’ospedale una malattia se l’è portata via.

Yari Selvetella racconta, in un romanzo struggente e coraggioso, le sofferenze e le lotte della sua compagna, Giovanna De Angelis, editor, critica letteraria e a sua volta autrice, scomparsa prematuramente a causa di una terribile malattia. La narrazione è affidata ai pensieri dell’uomo coi baffi, al loro flusso a tratti incontrollato, attraverso il quale il lettore ricostruisce il susseguirsi degli eventi e la loro estrema drammaticità. Fuori dai pensieri, esistono solo i luoghi. L’uomo torna ai corridoi e alle stanze dell’ospedale, crocevia di destini dei condannati e dei salvati, dove nell’impotenza ci si appiglia ai numeri e a tutte quelle piccole cose che sanno di normalità. Tra quelle stanze l’uomo si trova ad affrontare le stanze della vita vera, quella quotidiana e condivisa, dove all’improvviso ogni oggetto assume un significato che prima non aveva e al quale occorre assegnare un nuovo ruolo. Accanto a questi spazi, visibili e tangibili, c’è la sterminata distesa della memoria, da ripercorrere in ogni direzione quando il presente diventa insopportabile.

Le stanze dell’addio però non racconta soltanto la battaglia e la sconfitta: dopo la devastazione si può cercare di ricostruire. Yari Selvetella infatti trova la forza sovrumana di rivivere e spiegare il lutto e tutta la fatica che esso richiede, e qui stanno la bellezza e l’autentico significato della decisione di scrivere un libro come questo: nell’onestà di affermare che non è tanto la vita ad andare avanti, ma che sono le persone, giorno dopo giorno a scegliere, tra titanici sforzi, che sopravvivere non è abbastanza e che ci sono delle ragioni per continuare. Con la dolorosa ma necessaria consapevolezza che una parte di ciò che si è, rimarrà sempre legata a ciò che non è più.

Recensione di Elisa Valcamonica

 

Selvetella e la morte: azzardare, cadere, continuare

Ci sono casi e momenti in cui andare avanti sembra impossibile, ma è un dovere. O almeno di questo vuol convincerci un libro che bisogna far macerare a lungo dentro, prima di comprenderlo davvero e prima di poterne parlare o scriverne con onestà e lucidità. L’amore che resta in circolo, anche quando una persona amata muore, può essere sufficiente per continuare a vivere, al di là della sofferenza e, soprattutto, al di là di qualsiasi senso di colpa. Dolore e disperazione, ricordi e sofferenze possono trasformarsi in una forza che non sospettavamo di avere, “nel tempo inghiottito in cui tutti torniamo a nuotare“.

Sono riflessioni a cui s’arriva leggendo un volume pubblicato dalla casa editrice Bompiani, Le stanze dell’addio, memoir di Yari Selvetella, autore televisivo e giornalista, oltre che scrittore, spesso di cronache criminali. Il “crimine”, stavolta, è la morte prematura di una donna, la madre dei tre figli dell’autore, la compagna di vita, Giovanna De Angelis, editor e scrittrice, di cui era apparso postumo un romanzo, La frattura, edito da Elliot, che in qualche modo può considerarsi complementare a quello di Selvetella. Il suo compagno ha atteso a lungo e fra mille dubbi, per venire allo scoperto, con pagine incredibili sulla sua scomparsa: un intollerabile dolore dell’anima, perché chi, davvero è preparato alla morte? Alla propria o a quelli di chi amiamo? Nel volume di Selvetella c’è l’intima sofferenza senza la stampella di lacrime “facili”, senza nessun elemento patetico o retorico. Un’operazione non semplice, ma messa in atto e su carta dolorosamente, eppure lucidamente, nonostante i confini che la vita ha costretto a oltrepassare, che scompaginano tutto, eppure conducono a una rinascita, a farci comprendere chi siamo realmente.

I corridoi dell’ospedale, il capezzale dell’amata, i libri da leggere (Melville o Simenon), gli aghi e le flebo, il mondo all’esterno e perfino altri malati che guariscono. Fanno i conti con tutto questo il narratore e l’amata, scomparsa dopo un nuovo ciclo di chemioterapia, senza che si materializzi la possibilità di un trapianto di midollo. E poi ci sono le ombre da allontanare, i figli da accudire, il necessario, indispensabile ritorno alla vita, nei suoi gesti più semplici e quotidiani (farsi la barba, fare l’amore, scrivere, mangiare gamberi), anche se “le stanze dell’addio” tornano periodicamente a rimbombare nella mente. La lingua di Selvetella – che si esplicita non solo nella prima persona – non ha sovrastrutture, è priva di orpelli, ma riesce a essere comunque densa e pregnante. Non si perde in smancerie e sentimentalismi, ma è davvero sentimentale, in un equilibrio audace che stupisce e incanta. “Prendersi la vita è dare, è azzardare e cadere. Posso solamente continuare”. A caccia del coraggio di ogni giorno. Un libro autentico come pochi, fra quelli scritti negli ultimi anni.

Recesnsione di Micol Treves

 

  • Yari Selvetella Cover

    Yari Selvetella (1976) è un giornalista e scrittore romano. Collabora con vari programmi della Rai. È un esperto di storia della criminalità romana, un tema su cui lavora da molti anni attraverso articoli e libri, tra cui il bestseller Roma criminale (scritto con Cristiano Armati, Newton Compton 2005). Tra gli altri suoi libri ricordiamo Banditi, criminali e fuorilegge di Roma. Storie di assassini, rapinatori e ribelli nella città eterna (Newton Compton 2010), Roma. L'impero del crimine. I padroni e i misfatti della capitale (Newton Compton 2011), La maschera dei gladiatori (Carta Canta 2014), La banda Tevere (Mondadori 2015), Rino Gaetano. Il figlio unico della canzone italiana (Bizzarro Books 2017), Le stanze dell'addio... Approfondisci
Note legali