Le stanze dell'addio

Yari Selvetella

Editore: Bompiani
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 2 gennaio 2018
Pagine: Brossura
  • EAN: 9788845295553
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Recensioni dei clienti

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    Laura

    27/08/2018 22:17:20

    Mi accorgo di essere in controtendenza ma non sono riuscita ad apprezzare per nulla questo libro. La scrittura è volutamente complicata e ricercata, certamente in linea con lo stato d'animo del protagonista, ma il risultato è che non sono riuscita ad apprezzare né lo stile narrativo né il tormento narrato.

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    Francesca

    12/06/2018 22:04:50

    Le stanze dell'addio, candidato al Premio Strega 2018, è un libro intensissimo, destabilizzante. Un uomo, "l'uomo con i baffi", perde l'amata, e sembra perdere se stesso, nell'umanissimo, irrazionale desiderio di ritrovarla. E noi lo seguiamo, avvinti da una scrittura di rara eleganza, nel suo errabondo cercare - ossessionato come Achab, perso e in cerca di una via d'uscita come Dante - in un oceano di ricordi: conversazioni, pensieri, sedimenti di una vita costruita insieme, stanze d'ospedale nitide ma deformate nella mente.

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    Chiara B

    12/06/2018 21:56:15

    Si tratta di un libro complesso e quasi spaesato, privo di una vera linearità, ma che con grazia e tranquillità segue i protagonisti lungo il loro vagabondare tra le pagine, attraversando luoghi reali o luoghi e ricordi che appartengono alla memoria. Le parole sembrano occupare queste pagine con la necessità propria che viene dettata dal dolore della perdita: nel muoversi tra le stanze e le righe sembrano ricercare le tracce di un senso perduto che possa colmare quel vuoto lasciato dalla morte di una persona cara. Per questo motivo "Le stanze dell'addio" si rivela una lettura evocativa e in grado di descrivere al meglio quell'insieme di sensazioni che caratterizzano il lutto e soprattutto l'elaborazione di un addio in grado di riportare alla vita coloro che sono rimasti. Anche perchè la vita è un viaggio, un viaggio che segue un percorso tutto suo e che deve essere esplorato, grande verità che l'uomo con i baffi e quello che non ha ancora i baffi apprendono dopo aver fatto incontrare i loro dolori tra i fumi di qualche sigaretta. Ognuno di loro riparte per cercare una nuova continuazione, sia tra nuovi mari che tra nuovi fiumi di parole, che rappresentano forse l'unica costante certa di questa narrazione che incanta e strega con grande maestria il lettore di questo libro.

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    Jessica

    12/06/2018 21:32:08

    Il dolore non perdona, è una strega che ti offre la mela avvelenata e tu non puoi rifiutarla, in nessun modo. Fa male, ma non puoi far altro che sopportare e lasciarti divorare dalla sua potenza inesorabile. E così fa questo libro, scorre lentamente nelle pieghe dei nostri ricordi, dei nostri tormenti, proprio lì dove bruciano di più. Quanto più fa soffrire, tanto più si rivela intenso e profondo. Perché è impossibile non interrogarsi di fronte a queste pagine. Un lungo viaggio silenzioso che rimbomba nella testa. Non è facile rassegnarsi, non lo è andare avanti, non lo sarà mai dimenticare o far finta che va tutto bene. Una riflessione su vita e morte che non smette mai di conquistare.

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    Amalia

    12/06/2018 14:10:09

    Storia di attese e fughe, di un tempo scandito - quasi dilatato, e di un tempo che inesorabilmente scorre. Storia di forza e fragilità, la forza di un uomo che tenta di stabilire legami e memorie nelle "stanze dell'addio", e di una donna, la parte fragile ed evanescente tenuta lontano da una strega - la malattia - una strega che sostituisce a quei legami, e a quelle memorie, il disincanto del presente. La scrittura di Selvetella restituisce al lettore uno scenario ordinario con sensazioni e riflessioni nuove, elementi che solo da una buona lettura possono derivare,

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    MARIANNA

    12/06/2018 11:08:28

    Per leggere questo libro sono dovuta venire a patti con il mio dolore, con il dolore che mi porto dietro, nascosto in un posticino segreto; un posticino la cui porta come quella dell'autore spesso si apre e ti ritrovi in certi luoghi per cercare chi hai perduto. Tra i candidati al premio Strega questo ritengo sia il più meritevole. Carico di emotività, sentimenti ti ammalia come un Strega che non vuole lasciarti andare, e pagina dopo pagina ti ritrovi alla fine del libro ma è come se non vorrebbe lasciarti e ti ritrovi con il dolore dell'autore la cui moglie lo ha lasciato all'improvviso e prematuramente, stordito ma con tanta voglia di ricominciare, di ritrovare luoghi e persone del tuo quotidiano a cui dare un nuovo senso Stupefacente

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    Elisabetta Severino

    12/06/2018 10:04:00

    “Le stanze dell’addio”, candidato quest’anno al celebre Premio Strega, è l’ultimo libro di Yari Selvetella, edito da Bompiani. Esplorando luoghi, reali e immaginati, rivivendo ricordi, vividi e sfuggenti, il protagonista del romanzo affronta un grave lutto con il quale convive, dialoga e fa a pugni. Strappata alla vita dalla malattia, la sua forte compagna non c’è più, eppure continua ad esistere negli oggetti, che aprono varchi spaziotemporali magici, dolci e tenebrosi, nelle pagine dei suoi libri, custodi di mille mondi, e nei pensieri dell’”uomo con i baffi e lo zaino” che continua a cercarla con la paura di perderla nei labirintici meandri di un ospedale e nelle profondità di se stesso. “Le stanze dell’addio” è un’analisi chirurgica del dolore, è una discesa negli inferi, è uno strappo nel cielo di carta, è il terrore dell’oblio, è l’ostinata ricerca del ritorno all’esistenza. Inghiottito dalla burocrazia, dalle strazianti procedure post mortem, dal lavoro e dallo sforzo profuso per imbastire una quotidianità apparentemente normale in cui far crescere i figli, il protagonista compie continui salti nell’oscurità di un’altra dimensione fatta di ombre prigioniere del passato, di destini sospesi in limine. Ma “il passato bisogna combatterlo” per non essere inghiottiti nel suo buco nero, occorre, sì, serbarlo con cura, non dimenticandosi però di nutrire l’empatia con gli altri esseri umani e di attivare quel meraviglioso scambio, antidoto al buio, detto “mutuo soccorso”. Affondare lo sguardo nel baratro, come fa una lama nella carne, per poi ritrovarsi al mondo con la convinzione di non dover sprecare il tempo che resta da vivere. Leggendo l’opera di Selvetella si piange, si sorride, ci si sente fortunati, si avverte il bruciore di ferite non del tutto risanate; si viaggia su una nave in mare aperto, sperando d’incontrare chimere, memorie e balene, per poi giungere nell’ultima stanza, “il mondo, in cui il nostro ricordo si spande”.

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    Mario

    12/06/2018 07:19:11

    Ci sono parole difficili da pronunciare, ad una persona, ad uno sconosciuto o semplicemente a noi stessi. Accede per un "ti amo", per un "augurio", ma anche per un addio. E' quello che cerca di fare qui il protagonista, raccontato dalla voce densa e precipua di un barista, che descrive, ingloba a sé i sentimenti, le paure, le emozioni di un uomo incapace di lasciare andare il suo amore. Un romanzo bello, piacevole, interiore, intrecciato tra le mille stanze di qualcosa che tarda ad uscire. Ammettiamolo: è arduo veder sgretolarsi a poco a poco quell'amore forte, quel legame costruito giorno dopo giorno a causa di una malattia. Una storia commovente, introspettiva dell'autore, psicologica. Una narrativa ordinata a mò di poesia: l'ospedale come un lungo intestino, la verità come un grembiule trasparente ch'è necessario indossare, costretti dagli eventi e dell'esistenza. La vita a volte è magnifica, cordiale, amorevole, altre volte è una strega ostica, intrattabile, che porta via le cose più belle e preziose. Ho apprezzato molto questo romanzo per il linguaggio sottile e moderno, ho amato le figure evocative che mi hanno accompagnato accanto al percorso personale del protagonista, ho detestato l'ineluttabilità a volte della vita ma compreso a chiare lettere ch'è necessario reagire, sempre e comunque, per non rimaner imprigionati in quelle stesse stanze da cui è difficile trovare uno spiraglio.

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    Daniele

    11/06/2018 22:10:34

    In “Le stanze dell’addio” si racconta del viaggio di un uomo che, senza nome e quasi senza volto, affronta i temi più scottanti e paurosi della nostra società: la morte e la follia. Non è infatti un caso che le balene siano presenti o soffocanti con il loro possente simbolismo in ogni capitolo: esse rappresentano ciò che MobyDick rappresentava per il capitano Achab, un percorso folle verso l’annientamento di se stessi, alla ricerca di ciò che sappiano non potrà essere nostro. Con maestria, in un dolce e doloroso muoversi tra le onde dei ricordi e delle fantasie, Yari Selvetella descrive la Strega di ogni uomo: il rimanere da solo. E se per il resto del mondo può sembrare inaccettabile il continuare a vivere felici di un uomo dopo la scomparsa prematura della madre dei propri figli, chi può realmente giudicare e comprendere ciò che si è affrontato durante quel percorso? Un romanzo, meritatamente candidato al premio Strega, che entra in punta di piedi nel cuore di ogni lettore per poi smantellare con sofferenza ogni certezza e costruire una nuova via di fuga da quelle stanze d’ospedale dove mai si vorrebbe pronunciare la parola addio.

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    Elena

    11/06/2018 21:53:02

    Libro candidato al Premio Strega 2018,  Le stanze dell'addio di Yari Selvetella, indaga la perdita della persona amata e  l'immersione nel dolore di chi le sopravvive. Non si affidando ad una vera e propria trama, ma crea un percorso di sentimenti, di luoghi, di frammenti di vita in cui il dolore si genera dalla presenza del ricordo con cui il protagonista cerca di colmare il vuoto lasciato dall'assenza della sua amata. Ma se per chi resta la vita continua a scorrere, per chi muore il tempo si ferma. Incapace di superare questa dicotomia il protagonista si sdoppia: una parte di lui continua a vivere, a sbrigare le incombenze quotidiane, ad occuparsi dei figli; una parte rimane legata ai luoghi che hanno ospitato gli ultimi istanti di vita della sua compagna, invischiato in un limbo privo di tempo. È da qui che parte l'elaborazione del lutto, che si snoda attraverso cinque stanze, come cinque sono le fasi del dolore, da affrontare e superare. Perchè solo completando il percorso di dolore si può tornare a far scorrere il tempo.

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    Silvia

    11/06/2018 21:49:14

    Tale romanzo è imperniato sul viaggio della vita: la morte onnipresente viene vissuta, superata da ognuno di noi in modo diverso. Come in un campo di guerra, il protagonista di trova a rivivere come sotto un incantesimo di una Strega la sofferenza e le illusioni di guarigione della sua amata. È una metafora del percorso che l'essere umano affronta per elaborare il lutto.

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    MammaLupa (Ethel Vicard)

    11/06/2018 20:48:40

    “Nelle stanze dell’addio”, anche senza saperlo, tutti noi abbiamo sostato seppur solo per pochi minuti. A differenza di quanto spesso l’uomo è portato a fare, ovvero allontanarsi dal dolore, l’uomo con i baffi, uno dei protagonisti del romanzo, si sofferma sul suo lutto mostrandocelo in tutto il suo bianco e verde d’ospedale, un lutto che riempie la mente e il cuore di un dolore sordo che porta con sé l’odore di disinfettante, un dolore che sembra impossibile placare senza il sostegno delle lacrime e della follia. Un viaggio lungo più di tre anni durante i quali l’uomo cerca disperatamente la sua compagna, ormai defunta, in un parallellismo con il capitano Achab alla ricerca della sua Moby Dick. Così in questo romanzo di Yari Selvetella la malattia è la Strega che taglia troppo presto il filo della vita, dell’amore, della speranza di una vecchiaia insieme. Nelle stanze d’ospedale, la morte e l’amore ballano una danza suonata al ritmo dei ricordi e dei rimpianti, soffocata dall’insostenibile debolezza dell’uomo rimasto solo, seppur circondato da ciò che rimane della sua famiglia. E così in quelle stanze dove a volte si rischia di divenire solo un corpo o un numero tra tanti, l’uomo con i baffi ritrova dopo un lungo percorso introspettivo la sua identità di vedovo, di padre, di uomo. Il lessico utilizzato è lineare, preciso, diretto a sostegno di una narrazione realistica e introspettiva che fa navigare il lettore tra ricordi e rimpianti, grazie ai frequenti flashback dovuti a profumi, pensieri, e oggetti di uso comune. Questo romanzo è un inno all’amore e alla vita, per questo lo consiglio a tutti coloro convinti che l’amore sia solo una bugia e a chi, invece, dell’amore ha avuto la più grande testimonianza: la vita insieme. “Ho amato molto, è vero, per questo mi sento in grado di farlo ancora e meglio.” Perché a volte, anche l‘oscurità più cupa può considerarsi abbagliante e segnare un nuovo inizio.

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    Chiara

    11/06/2018 19:45:02

    Questo libro l'ho divorato, mi sono tuffata di testa e mi sono fatta trascinare nel turbine di dolore e ricordi e procedure e nuove opportunità. Questo libro è come la vita: caotico, vibra di emozioni, fa piangere, fa sorridere e fa riflettere. Un padre che resta solo e si ritrova a cercare di colmare il vuoto che affrontano tre bambini piccoli, un compagno che si sente disarmato di fronte al dolore della donna amata, un uomo che cerca di dare nuove direzioni alla sua vita pur portandosi dietro un bagaglio di sofferenza enorme. "Quando piango sullo scooter, non c'è posto migliore che il vento, il posto migliore per le lacrime è quello, tra un impegno e l'altro." Bellissima la copertina di questo candidato allo Strega, addirittura pensavo fossero uccelli in volo quelli dipinti. Bravo e coraggioso Yari.

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    Pietro Lomuscio

    11/06/2018 09:22:48

    Lunga poesia dell'addio quella che si dipana fra le righe di Selvetella. Parole e suoni aspri, crudi ma drammaricamente innamorati e persi in un ricordo che si fa strada di casa, di bene, di felicità persa e ritrovata. Nel rogo appiccato sul ciglio inesorabile che si frappone fra coscienza ed incoscienza, al lettore l'arduo compito di dichiarare colpevole o innocente la "Strega" rappresentata dall'inesorabilità della morte.

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    Nancy Caricchio

    11/06/2018 09:17:41

    Quando arrivi all'ultimo punto di un libro carico di sentimento come questo aspetti un istante prima di rientrare nel mondo reale. Le pagine che senti ancora sotto le dita ti hanno lasciato qualcosa che forse hai già vissuto e che per questo senti tuo e vorresti non svanisse mai. Un ritmo moderato e un tono lucente trapelano un linguaggio costruito ma semplice dove vocaboli singolari, monologhi interiori forti, metafore accorte fanno lo stile fresco e incisivo dell’autore. I personaggi non hanno nome. Sono semplicemente l’uomo coi baffi e l’uomo del bar – solo per citarne due – e si contendono la scena con intensa lealtà. Ci mostrano due diverse prospettive della vita trascinandoci in un viaggio tra stanze d’ospedale, di una casa, fatto di sogni e ricordi nei quali ci rifugiamo per rendere il dolore sopportabile, un dolore improvviso che ci lascia disarmati dinnanzi alla morte della persona amata. E allora ti rendi conto che la Dea della Fortuna, da divinità quale è si trasforma in una strega spietata capace di stravolgere l’equilibrio dei tuoi giorni durante i quali sei prigioniero della malinconia, del senso di colpa, della solitudine fino a quando poi un nuovo amore, tenaglia per rompere le catene, ti rendono nuovamente libero. Yari Selvetella attraverso la sua struggente storia ci suggerisce che il dolore ha il potere di annientarti ma anche quello di rialzarti insegnandoti ad amare ancora, ancora e ancora e in qualunque posto andrai non dirai mai veramente addio al tuo passato. Sarai in grado di portarlo con te e apparirà inconsciamente senza preavviso nel più piccolo oggetto, nel suono più strano, nel tuo tempo e la visione del volto di chi hai amato veramente magari ti lascerà un sorriso gentile sul volto rassegnato.

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    Stefania

    10/06/2018 19:41:56

    Le stanze dell'addio, uno dei libri candidati al premio Strega di questo 2018, è una narrazione volutamente caustrofobica. Yari Selvetella ci dà infatti qualche accenno di quello che gli è capitato: la perdita della persona amata a causa di un male irreversibile e repentino. Non è un romanzo che si legge per la trama, ma un testo che va letto per lo stile e per le emozioni che vuole trasmettere al lettore, per questa sua intenzione di esprimere sensazioni inspiegabili di chi rimane invischiato in una situazione senza uscita, ingabbiato in un fatto talmente abominevole da sembrare surreale, in qualcosa che ci si rifiuta di accettare. Non si riesce a capire, a comprendere, ci si ritrova rinchiusi, si vede sfumato e allo stesso tempo, in un attimo, capita di notare, magari alcune piccolezze, dei dettagli del posto in cui ci si ritrova, si torna quindi per un momento concentrati, a vedere forse in un attimo la vita che si staglia attraverso la tormenta. L'autore ti accompagna tra le stanze: di casa, d'ospedale, di un bar e ti riempie di dettagli e poi di sfocature, quasi come in un dipinto impressionista, a tratti preciso, a tratti sfumato. A volte, come lettrice, mi sono sentita anch'io persa, smarrita, mi sembrava di non capire ma, a lettura ultimata, mi è stato assolutamente chiaro che il testo inizialmente, e soltanto apparentemente, confuso è il solo mezzo di cui dispone lo scrittore per trascinarti esattamente lì, solo, a farti rivivere in prima persona tutto ciò per cui non esistono parole per spiegare. Piccola nota grafica, la scelta della copertina è meravigliosa ed è in completa sintonia con quello che è il libro. Bianca, come se non ci fosse più niente, ma con dei pezzi di colore quasi come se, comunque, in angolo risplendesse la vita. Somigliano a dei fiori ma se si guarda più da vicino, si vedrà un donna e un uomo, a pezzi, degli stralci di quello che c'era e che ora non c'è più.

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    Valeria

    10/06/2018 15:19:46

    Questo libro racconta il dolore della perdita, della morte, in modo nuovo. Sembra quasi ti prenda a morsi mentre racconta con angoscia e, a tratti, con crudezza, quanto può essere dolorosa la morte della persona amata, inaccettabile tanto da negarla, come se non fosse mai accaduta. Non è di facile lettura ma fa riflettere.

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    Pierluigi

    08/06/2018 15:04:51

    Fa male al cuore la lettura di queste pagine. E' la storia di una perdita, di un dolore straziante. Si parla di sofferenza, malattia, morte. Toccare il più profondo abisso e poi ritrovare, quasi inaspettatamente, la speranza e la luce. Le stanze dell'addio fanno male al cuore ma è l'anima che trova la sua salvezza. Mina vagante dell'edizione 2018 del premio Strega.

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    Giovanna

    08/06/2018 14:24:11

    La morte come strega malvagia, che imprigiona la speranza: un romanzo toccante, straziante, che si ciba del dolore di un uomo che, come Dante nella Selva Oscura, cerca la sua Beatrice nelle stanze di un ospedale. Giovanna De Angelis è un editor di professione, ha tre figli, la passione per i libri. Un giorno si ammala e muore, lasciando il compagno in un limbo di effimera speranza, quando va in ospedale e lei...non c’è più. Inizia un delirio di ricordi, fra la negazione della morte e del dolore, dove un ragazzo come il Virgilio di Dante, porterà l’uomo fuori dall’Inferno. Un libro febbrile, disperato, struggente, quello di Yari Selvetella, che capitolo dopo capitolo ci condurrà in un viaggio verso la redenzione: ognuno di noi è una fenice che può risorgere dalle proprie ceneri.

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    Elisa

    08/06/2018 06:47:23

    Si cerca da sempre di spiegare il dolore. Ognuno di noi, lo vive diversamente, per questo è difficile ritrovarsi in ciò che si legge. Compito dello scrittore, interpretare e spiegare, i sentimenti in modo che il lettore, possa capirli e ritrovarsi. In questo libro, tutto questo avviene in maniera giusta ed equilibrata, come gli ingredienti perfetti, di una pozione di una strega.

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I vincitori del concorso "Caccia allo Strega 18"


LuciaR - Recensione stregata scelta da Yari Selvatella


Non avrei mai pensato che il dolore potesse rimanere etereo sulle righe nonostante il suo peso pachidermico, ingombrante. L'autore lo esprime con parole semplici, senza retorica ed a tratti ho l'impressione che lo riesca a comprimere come un adolescente fa con i suoi abiti nell'armadio pronto ad esplodere se non lasciasse la ragione, come sentinella, con le spalle appoggiate alle ante. Mi ha dato i brividi sia come operatrice sanitaria che come persona con un cuore ormai a fette per tutti i lutti subiti ai quali ne ha promessa una. Leggendo si finisce per rimanere con i pugni serrati per l'angoscia e l'anima espansa nella speranza che la sofferenza inferta dalla malattia abbia un senso, alla fine, almeno per chi rimane e litiga con lacrime da ingoiare e ricordi da collocare in quel posto agevole da raggiungere ma non troppo, non sempre sotto gli occhi della memoria. Imparare a sopravvivere con l'assenza, che fa un rumore assordante, e condividerla con i figli diventa un vero lavoro dentro e fuori se stesso. L'autore mi ha emozionata con il suo, involontario, manuale per addolorati perchè so cosa ha provato e non perchè si sa che esiste lo strazio, la malattia, l'incidente, il dolore ma perchè provarlo è un'altra storia e si finisce per essere solidali e mentre assisti al dolore altrui il tuo viene in superficie come un tappo di sughero che tenevi sotto l'acqua premuto a forza; diventa inevitabile il viaggio dentro se stessi e le proprie emozioni, forse scontato come dentro la trama delle favole mentre il protagonista attraversa quel luogo buio da solo e non sa se nella mischia tra luci ed ombre vincerà la strega o la fata. Consiglio la lettura di questo magnifico lavoro di Selvetella perchè è vero che il dolore è un vestito su misura, a ciascuno il suo, ma può servire a scegliere il sarto.


Federica

Una parola descrive questo libro: NECESSARIO. In meno di 200 pagine entriamo nel dolore, quello vero. A volte fa così male da non voler proseguire la lettura però continui a leggere perchè partecipare è l'unica cosa che puoi fare. Parlare di lutto e dolore è difficile, Yari Selvetella ci riesce coraggiosamente senza risultare melodrammatico e poco realistico Non ci sono nomi, non ci sono luoghi. È un romanzo stanza, stanze di ospedale che si susseguono... Stanza della malattia, stanza della morte ma anche un’ultima stanza, quella della speranza di una nuova vita. Sopravvivere è necessario, il mondo va avanti anche quando noi pensiamo che tutto sia finito ed il dolore è troppo grande da sopportare. Anche quando sentiamo il cuore stretto in una morsa, ci sentiamo impotenti e chiediamo a qualcuno più in alto " Perchè a me?". La vita continua ed in fondo al tunnel, nell'ultima stanza ecco che la vita ci mette di fronte all'emozione più bella, l'amore. Questo libro merita almeno la cinquina del premio STREGA e consiglio la lettura a tutti, a chi ha subito lutti ma anche a chi vuole conoscere la sofferenza dall'interno dell'animo umano.


Mario

Ci sono parole difficili da pronunciare, ad una persona, ad uno sconosciuto o semplicemente a noi stessi. Accede per un "ti amo", per un "augurio", ma anche per un addio. È quello che cerca di fare qui il protagonista, raccontato dalla voce densa e precipua di un barista, che descrive, ingloba a sé i sentimenti, le paure, le emozioni di un uomo incapace di lasciare andare il suo amore. Un romanzo bello, piacevole, interiore, intrecciato tra le mille stanze di qualcosa che tarda ad uscire. Ammettiamolo: è arduo veder sgretolarsi a poco a poco quell'amore forte, quel legame costruito giorno dopo giorno a causa di una malattia. Una storia commovente, introspettiva dell'autore, psicologica. Una narrativa ordinata a mo’ di poesia: l'ospedale come un lungo intestino, la verità come un grembiule trasparente ch'è necessario indossare, costretti dagli eventi e dell'esistenza. La vita a volte è magnifica, cordiale, amorevole, altre volte è una strega ostica, intrattabile, che porta via le cose più belle e preziose. Ho apprezzato molto questo romanzo per il linguaggio sottile e moderno, ho amato le figure evocative che mi hanno accompagnato accanto al percorso personale del protagonista, ho detestato l'ineluttabilità a volte della vita ma compreso a chiare lettere ch'è necessario reagire, sempre e comunque, per non rimaner imprigionati in quelle stesse stanze da cui è difficile trovare uno spiraglio.


Ilaria

Non si può sfuggire al dolore, nemmeno con l'incantesimo di una Strega, non si può non vivere il dolore... questo è chiaro ma al dolore si può reagire a volte serve l'aiuto di qualcuno, a volte è più facile riconoscersi in un estraneo che in chi ci conosce da una vita. Le stanze dell'addio e un romanzo che parla di dolore ma anche di forza e di coraggio è un romanzo che un po' ci fa star male perchè scatena una fortissima empatia, è un romanzo che crea domande; è un romanzo che lascia il segno e che va letto perchè sorprende anche per il suo stile forte e autentico.


Terza Agnoletti

La trama si riassume in poche righe, perché il romanzo non si regge sulla narrazione degli avvenimenti, ma sul carico di dolore che ne consegue. Un uomo reagisce alla perdita della donna amata tornando ogni giorno a cercarla nelle stanze dell'ospedale dove si è spenta. Lo richiama alla realtà un giovane che ha subito a sua volta una grave perdita. Il romanzo nasce dalla narrazione del dolore con i rimandi continui alla felicità del passato, che si esprime nei piccoli gesti quotidiani come negli avvenimenti più importanti, con una ricchezza di spunti e di linguaggio che affascina e travolge. La capacità affabulatoria dello scrittore ci strega con accostamenti di immagini e di vocaboli inaspettati e sorprendenti. Quando parla il giovane lo stile è più misurato. Sono due voci narranti con due toni diversi. Nel giovane non è presente quella vena di follia che agita il protagonista. In entrambi, però, il mare, la navigazione, l'incontro con una balena sono metafora della lotta per sopravvivere. Perciò troviamo alcune citazioni dal Moby Dick di Melville. In tutto il libro, poi, è presente il problema del tempo che viene congelato dal dolore o si dilata oltre misura nei ricordi.

La motivazione di Chiara Gamberale per la candidatura al Premio Strega

«Il dolore come uno spazio chiuso, dove non si può fare a meno di abitare; come un mare nero, che inghiotte il dorso della balena e in eterno ci costringe a inseguirla. Ma anche la potenza della vita e delle parole che – sole – possono tessere e allungare il filo per uscire dal labirinto. Yari Selvetella è un figlio del Novecento: sa che l'assurdo non può essere addomesticato. Eppure non si arrende, continua a cercare una forma, una possibilità di condivisione, e la trova dentro le stanze di un ospedale che a tutti noi sembra misteriosamente di avere conosciuto, nell'accezione reale e in quella poetica dei suoi spazi.»


L’uomo coi baffi e il barista si conoscono in un ospedale. Spesso, il barista ha servito all’uomo coi baffi una bottiglietta d’acqua, ed è rimasto colpito dal cerimoniale con il quale questo cliente, in sé e per sé identico alle centinaia di altre persone in transito oltre il bancone, disinfettava con cura la bottiglietta, riuscendo ad uscire dal locale senza aver toccato nient’altro. L’uomo coi baffi crede di avere una ragione per trovarsi in quel luogo, ma la realtà è un’altra; è convinto di dover ritrovare la donna che ama, la madre dei suoi figli, che però non troverà mai più in nessun luogo, perché tra le mura di quell’ospedale una malattia se l’è portata via.

Yari Selvetella racconta, in un romanzo struggente e coraggioso, le sofferenze e le lotte della sua compagna, Giovanna De Angelis, editor, critica letteraria e a sua volta autrice, scomparsa prematuramente a causa di una terribile malattia. La narrazione è affidata ai pensieri dell’uomo coi baffi, al loro flusso a tratti incontrollato, attraverso il quale il lettore ricostruisce il susseguirsi degli eventi e la loro estrema drammaticità. Fuori dai pensieri, esistono solo i luoghi. L’uomo torna ai corridoi e alle stanze dell’ospedale, crocevia di destini dei condannati e dei salvati, dove nell’impotenza ci si appiglia ai numeri e a tutte quelle piccole cose che sanno di normalità. Tra quelle stanze l’uomo si trova ad affrontare le stanze della vita vera, quella quotidiana e condivisa, dove all’improvviso ogni oggetto assume un significato che prima non aveva e al quale occorre assegnare un nuovo ruolo. Accanto a questi spazi, visibili e tangibili, c’è la sterminata distesa della memoria, da ripercorrere in ogni direzione quando il presente diventa insopportabile.

Le stanze dell’addio però non racconta soltanto la battaglia e la sconfitta: dopo la devastazione si può cercare di ricostruire. Yari Selvetella infatti trova la forza sovrumana di rivivere e spiegare il lutto e tutta la fatica che esso richiede, e qui stanno la bellezza e l’autentico significato della decisione di scrivere un libro come questo: nell’onestà di affermare che non è tanto la vita ad andare avanti, ma che sono le persone, giorno dopo giorno a scegliere, tra titanici sforzi, che sopravvivere non è abbastanza e che ci sono delle ragioni per continuare. Con la dolorosa ma necessaria consapevolezza che una parte di ciò che si è, rimarrà sempre legata a ciò che non è più.

Recensione di Elisa Valcamonica

 


Selvetella e la morte: azzardare, cadere, continuare

Ci sono casi e momenti in cui andare avanti sembra impossibile, ma è un dovere. O almeno di questo vuol convincerci un libro che bisogna far macerare a lungo dentro, prima di comprenderlo davvero e prima di poterne parlare o scriverne con onestà e lucidità. L’amore che resta in circolo, anche quando una persona amata muore, può essere sufficiente per continuare a vivere, al di là della sofferenza e, soprattutto, al di là di qualsiasi senso di colpa. Dolore e disperazione, ricordi e sofferenze possono trasformarsi in una forza che non sospettavamo di avere, “nel tempo inghiottito in cui tutti torniamo a nuotare“.

Sono riflessioni a cui s’arriva leggendo un volume pubblicato dalla casa editrice Bompiani, Le stanze dell’addio, memoir di Yari Selvetella, autore televisivo e giornalista, oltre che scrittore, spesso di cronache criminali. Il “crimine”, stavolta, è la morte prematura di una donna, la madre dei tre figli dell’autore, la compagna di vita, Giovanna De Angelis, editor e scrittrice, di cui era apparso postumo un romanzo, La frattura, edito da Elliot, che in qualche modo può considerarsi complementare a quello di Selvetella. Il suo compagno ha atteso a lungo e fra mille dubbi, per venire allo scoperto, con pagine incredibili sulla sua scomparsa: un intollerabile dolore dell’anima, perché chi, davvero è preparato alla morte? Alla propria o a quelli di chi amiamo? Nel volume di Selvetella c’è l’intima sofferenza senza la stampella di lacrime “facili”, senza nessun elemento patetico o retorico. Un’operazione non semplice, ma messa in atto e su carta dolorosamente, eppure lucidamente, nonostante i confini che la vita ha costretto a oltrepassare, che scompaginano tutto, eppure conducono a una rinascita, a farci comprendere chi siamo realmente.

I corridoi dell’ospedale, il capezzale dell’amata, i libri da leggere (Melville o Simenon), gli aghi e le flebo, il mondo all’esterno e perfino altri malati che guariscono. Fanno i conti con tutto questo il narratore e l’amata, scomparsa dopo un nuovo ciclo di chemioterapia, senza che si materializzi la possibilità di un trapianto di midollo. E poi ci sono le ombre da allontanare, i figli da accudire, il necessario, indispensabile ritorno alla vita, nei suoi gesti più semplici e quotidiani (farsi la barba, fare l’amore, scrivere, mangiare gamberi), anche se “le stanze dell’addio” tornano periodicamente a rimbombare nella mente. La lingua di Selvetella – che si esplicita non solo nella prima persona – non ha sovrastrutture, è priva di orpelli, ma riesce a essere comunque densa e pregnante. Non si perde in smancerie e sentimentalismi, ma è davvero sentimentale, in un equilibrio audace che stupisce e incanta. “Prendersi la vita è dare, è azzardare e cadere. Posso solamente continuare”. A caccia del coraggio di ogni giorno. Un libro autentico come pochi, fra quelli scritti negli ultimi anni.

Recesnsione di Micol Treves