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Enrico Testa

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1997
Pagine: 392 p.
  • EAN: 9788806143701

recensione di Bertone, G., L'Indice 1998, n. 2

Se in un romanzo uso la parola "mela" per designare quel frutto, la distanza che separa il segno linguistico (la parola) dalla cosa è tanto evidente quanto abissale: per bravo che sia a descrivere la mela, questa, sulla pagina scritta, non è fatta che di parole, e mai e poi mai potrò, per maggior effetto di realtà, spiaccicarla sul foglio. Ma se metto in bocca a un personaggio un discorso diretto più o meno variamente virgolettato (o, alla modernissima, senza virgolette: ma quanti modi!), mettiamo un "Là c'è la Provvidenza" o un "'Ho detto che non voglio e non voglio', urlò Cosimo Piovasco di Rondò e respinse il piatto di lumache", quelle parole coincidono esattamente con la realtà della cosa: le parole concrete reali pronunciate da un uomo. Si può obiettare che nessun uomo nella storia pronunciò in realtà quelle frasi. Ma certamente, all'interno della finzione letteraria, le parole tra virgolette costituiscono una sorta di trapianto e collage ("taglia e incolla") da quella realtà virtuale che vien pattuita col lettore, sulla pagina.
Insomma: è opinione scientifica oggi corrente che il discorso diretto e le varie forme di indiretto (con cui i più recenti romanzieri giocano a rimpiattino) sia il punto di maggiore convergenza tra l'universo testuale e il mondo referenziale. A tanto è arrivata la noncuranza o la sfiducia sulle possibilità da parte dell'uomo contemporaneo di attingimento del reale e riferimento alla vita concreta della tribù, a tanto è arrivata - per contrappeso - la sua sensibilità per il linguaggio, rovello e mito insieme di una modernità disposta a sezionare con chirurgia al laser la pagina per quanto è spessa in sottilissime stratigrafie.
Non solo da una temperie del genere nasce il libro di Enrico Testa. E non è certo un caso se questo lavoro è stato salutato e ampiamente discusso da linguisti studiosi di letteratura come Gian Luigi Beccaria, Maria Corti o Pier Vincenzo Mengaldo. Si tratta infatti, senza troppi forse, del libro più importante sulla lingua del romanzo italiano da Manzoni a oggi. Non bisogna farsi ingannare dal titolo, che espone "lo stile semplice" in opposizione, come spiega la parte introduttiva, a quello "espressionistico" e sembra così voler individuare solo un certo tipo di romanzi (Levi e Calvino, per intenderci inizialmente). Sotto la rubrica "stile semplice" alberga di fatto tutta la maggiore narrativa italiana, con l'eccezione significativa del solo Gadda, la pertinenza delle cui opere al romanzo era già stata, per altro, messa in dubbio dal suo stesso più illustre sponsor, Gianfranco Contini.
Lo stile semplice è dunque "la semplicità espressiva (...) intesa come adozione di una lingua narrativa media e per quanto possibile uniforme"; è una lingua transitiva, capace di mettere in contatto discreto le opposte polarità dello scritto e del parlato, è la lingua, per intenderci, dei "Promessi Sposi". Manzoni aveva mobilitato tutte le procedure linguistiche per catturare nello scritto l'orale, senza uscire dai binari di un monolinguismo ideologicamente e storicamente necessario, privo di scarti e incrinature. La storia successiva del romanzo vien traguardata quale storia del periodico e faticoso rinnovarsi di quel progetto, il cui buon esito è a lungo e ripetutamente ostacolato dalla forte caratterizzazione dialettale dell'orale (il parlato, come si sa, risuona nella società in dialetto fino a Novecento avanzato) e dalle tentazioni letterarie e vocabolaristiche della scrittura.
Nella mappa disegnata da Testa si scorge il diagramma della narrativa ottocentesca oscillare tra questi due poli e incontrare difficoltà soprattutto nell'approdo al parlato senza l'ingombro della zavorra dei dialetti e dei regionalismi troppo esibiti. Solo con Verga (Testa mette a tacere una volta per tutte la vulgata critica che vuole l'autore dei "Malavoglia" come campione del regionalismo linguistico) l'italiano uncina con sicurezza il parlato, attenuando la dialettalità a favore dell'oralità e delle sue tipiche strutture sintattiche (il "che" polivalente, l'arma non troppo segreta e più diffusa). Da De Roberto e Pirandello in poi, nonostante scarti e ripensamenti propri del Novecento neorealista ed espressionistico, si fa via via più solido il terreno su cui poggia una lingua che deve valere tanto per lo scritto quanto per il parlato, tanto per il narratore quanto per i suoi personaggi. Anzi, il rischio è che la stilizzazione del parlato si faccia così vistosa e invadente da annacquare i suoi stessi effetti, con ricadute nell'iperrealismo mimetico; ecco allora, di nuovo, le incursioni nel vernacolo, non a caso affioranti da testi che presentano una saturazione eccessiva, una costipazione dei tratti morfosintattici che simulano l'orale; ecco, insomma, Tozzi e Palazzeschi.
Il gusto di caricare i "colori del vero" riaffiora periodicamente nella nostra narrativa e si può osservare anche in autori pur tra loro tanto diversi come Pratolini e Pasolini. Ma il filone principale, da Pavese al miglior Fenoglio, conduce alla lingua media, piana ma non traboccante, senza confini tra oralità e scrittura, a quella miscela sapiente di "semplice e complesso" che caratterizza i vertici della narrativa novecentesca in - rieccoli - Calvino e Levi. (Ma attenti a prendere con le molle certo Calvino: la sua stilizzazione del parlato mi pare a volte tremenda arte di tassidermista, convinto lui, neoplatonico spregiatore del corpo biologico, che ciò che esce davvero dalla bocca come voce sia nient'altro che schifosissima bava filante: che il parlato in questo caso sia il funerale di gran classe della voce?).
Ma concludiamo: la ricerca di Testa non è solo un attraversamento del romanzo italiano per tappe analitiche e critiche; è anche una storia dell'arte di spiaccicare la mela delle parole pronunciate sulla pagina, ovvero l'arte forse più difficile ed essenziale del romanziere: la rappresentazione scritta del parlato, la dimensione linguistica che per eccellenza il romanzo ha assunto quasi in esclusiva nel suo dominio, reclamandola anzi nel suo statuto. L'autore riprende in questo senso l'esplorazione già condotta sulla novella dal Tre al Cinquecento ("Simulazioni di parlato", Accademia della Crusca, 1991) e mostra come la scrittura letteraria tenda a codificare l'oralità in una serie di tratti morfosintattici e lessicali ricorrenti (li si ritrova subito attraverso l'indice delle "cose notevoli"). Ci regala così anche un repertorio dei segnali della parola parlata, ammessi con manica sempre più larga e astuzia strategica dagli autori moderni.
"Lo stile semplice" si può leggere allora anche come una storia di quei fenomeni linguistici (utilissima per addetti e "aggiornandi" di buona volontà: interiezioni, anacoluto, deissi, connettivi testuali, tematizzazione, concordanza a senso, ridondanze, ecc.) che da sempre e sempre più caratterizzano il parlato e che solo da pochi anni la grammatica, prima monogamicamente legata alla sola scrittura senza oralità, ha imparato a riconoscere, a classificare e ad amare a volte con trasporto.