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Editore: Einaudi
Collana: Grandi opere
Anno edizione: 1986
Pagine: XXV-1042 p.
  • EAN: 9788806593414
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recensione di Torre, A., L'Indice 1988, n. 5

Qualche commento autorevole ma di circostanza sulla stampa quotidiana e un paio di rilievi critici da parte di storici cattolici non mi pare possano dirsi sufficienti a esaurire la discussione su questo nono e ultimo volume degli "Annali" della "Storia d'Italia Einaudi". Ha perciò senso tentare di riprenderla interrogandosi intanto sulle ragioni della scarsa eco che un'opera oggettivamente cosi importante ha registrato. Viene da domandarsi se ciò non sia da ascrivere alla diffidenza suscitata dalla collaborazione tra studiosi cattolici e laici che contraddistingue in modo non solo formale il volume. In effetti, autori dalla formazione culturale differente paiono riconoscersi nell'ipotesi di lavoro indicata nell'"Introduzione" dai curatori: la proposta cioè di analizzare la "mappa dei complessi rapporti e dei reciproci condizionamenti intercorsi tra le istituzioni ecclesiastiche... e l'insieme delle altre situazioni, vicende e realtà operanti nella società italiana" (p. XVIII).
La proposta è meno vaga e neutra di quanto appaia in un primo momento. Come P. Scoppola non ha mancato di rimproverare, accostare le istituzioni ecclesiastiche a ogni altro tipo di istituzione significa considerarle come fatti suscettibili di analisi autonoma e non come dati strumentali, mezzi imperfetti per realizzare fini religiosi che le trascendono. Mi sembra, invece, un merito del volume aver individuato una prospettiva di lavoro capace di assicurare la comunicazione tra studiosi di differente caratterizzazione ideologica. Tuttavia non va dimenticato che si tratta di una piattaforma minima, larga e ancora inarticolata dal punto di vista metodologico.
Di fatto essa si risolve nell'abbandono della periodizzazione canonica della storia ecclesiastica (riforma gregoriana, nascita degli ordini mendicanti, crisi conciliare, concilio tridentino ecc.) in favore di scansioni tradizionalmente legate alla storia dell'organizzazione del potere. Il quadro entro il quale studiare le istituzioni ecclesiastiche è dato dai più generali assetti del potere-impero carolingio, società comunale, stati regionali e stato postunitario - dai quali esse si intendono condizionate. Una simile prospettiva ha il merito di limitare il peso della continuità delle istituzioni e di accentuare la portata delle sollecitazioni provenienti dal mondo dei laici. E tuttavia essa corre il rischio di far coincidere, tautologicamente, assunto e obiettivo dell'analisi, nel senso che i singoli saggi scoprono puntualmente la periodizzazione da cui l'analisi ha preso le mosse.
Inoltre, questo modo di procedere finisce per favorire la presenza di immagini divergenti, in qualche caso contraddittorie, del rapporto tra Chiesa e società. Una prima immagine è costituita dai saggi che G. Tabacco, G. Arnaldi e G. Sergi dedicano all'età carolingia e postcarolingia, in cui si accentua con forza l'influenza in vario modo esercitata dalla tradizione ecclesiastica sull'assetto del potere laico. Durante la dominazione franca, la Chiesa manifesta un'autorità crescente nei confronti dell'aristocrazia laica, nonostante la sua integrazione nel sistema regio di protezione militare. La stessa origine del potere temporale dei papi rivela la forte coscienza di sé con cui la Chiesa si ricollega alla tradizione amministrativa del tardo impero romano. Grazie ad essa, più che al falso della donazione costantiniana, la Chiesa può subentrare all'impero nel governo anche temporale dei suoi domini nell'Italia centro-settentrionale. L'elaborazione ecclesiastica di modelli di gestione e di governo poi sfruttati dai laici si accentua ovviamente con la crisi dei poteri pubblici e la sperimentazione signorile, cui la Chiesa offre spunti di convergenza e di aggregazione pubblica delle clientele vassallatiche in contrasto con le tendenze alla dispersione. In questo senso, è possibile una rilettura della riforma gregoriana: ripresa del centralismo romano più che affermazione dell'universalismo cristiano, essa non chiude due secoli di particolarismo, come si è spesso sostenuto, ma fornisce nuovi elementi di autoconsapevolezza alle istituzioni ecclesiastiche.
La Chiesa svolge, dunque, nell'alto e nel pieno medioevo, un ruolo di proposizione di modelli culturali, politici e simbolici. Nel corso del volume si ha, però, la sensazione che questa funzione venga ignorata quando non decisamente smentita, per sottolineare invece il rapporto strumentale che i laici instaurano con la curia papale. Le carriere curiali romane vengono utilizzate dai gruppi dirigenti del comune due e trecentesco come punto di forza per il conseguimento delle dignità ecclesiastiche urbane (M. Ronzani). Un atteggiamento analogo manifesta l'emergente potere principesco analizzato da G. Chittolini. Esso si limita a utilizzare i benefici ecclesiastici come risorse cruciali da redistribuire entro lo stato regionale ma evita di aprire contenziosi di principio con la corte di Roma. La mancata ricerca di legittimazione attraverso definizioni concordatarie accentuerà in seguito la debolezza del potere principesco quando, superata la crisi scismatica, la corte di Roma cercherà di disciplinare le chiese locali prescindendo dalle autorità laiche regionali.
Ci troviamo così di fronte a una ennesima occasione mancata nella storia italiana: nel quadro dello stato regionale, il rapporto tra potete politico e istituzioni ecclesiastiche si risolve in un difficile e perennemente precario equilibrio tra chierici e laici. La commistione dei loro rispettivi interessi, di volta in volta concorrenziale, conflittuale o concorde, determina una persistente debolezza del potere laico di fronte all'invadenza delle giurisdizioni ecclesiastiche, così come di fronte allo stesso uso dell'ambito religioso nelle strategie di prestigio dell'élite. L'analisi delle conseguenze di questa occasione mancata occupa ben 12 dei 24 saggi della raccolta, con tentativi ardui e spesso interessanti di sintetizzare una grande mole di dati desunti da indagini locali. Dal sovrano pontefice ai vescovi, dalla proprietà ecclesiastica alla decima, dai monasteri alle opere pie, dai giuspatronati alle confraternite, dal reclutamento del clero ai seminari, tutto rimanda a questa immagine di confronto asfittico, di fragilità soffocante, in cui Trento e giurisdizionalismo settecentesco appaiono come fallimentari inviti - salutari anche se opposti - a un diverso assetto del potere nella società italiana. Molto meno si insiste sui modelli culturali e simbolici che in quelle sedi si manifestarono, sulle metafore delle relazioni sociali che, nella larga condivisione del linguaggio devozionale e rituale, chierici e laici congiuntamente elaborarono. Che si tratti di una strada fruttuosa e suggestiva è mostrato dal saggio di G. Zarri sui monasteri femminili, in cui l'analisi della funzione politica assegnata dai patriziati urbani si accompagna puntualmente all'esplorazione dei significati - soprattutto l'alternativa tra vita in comune e legame individuale con la famiglia d'origine - che le vicende dell'istituzione ebbero per monache e novizie.
È un peccato che questa dimensione dell'analisi non venga ripresa nel resto del volume. Il panorama delle istituzioni ecclesiastiche ne sarebbe risultato più mosso, le sue trasformazioni meno unidirezionali. Prendiamo uno degli assi portanti dell'opera l'immagine e la funzione del clero nella società italiana. Il fatto che quasi tutti i saggi trascurino la presenza degli ordini religiosi, i loro molteplici e specifici modelli culturali e devozionali, semplifica eccessivamente le dinamiche della Chiesa post-tridentina, e finisce anzi per darne una lettura monolitica. I due soli momenti in cui gli ordini emergono, quasi incidentalmente, mi paiono offrire un'immagine ben più complessa e persuasiva del rapporto tra Chiesa e società. Da un lato, la geografia degli ordini religiosi meridionali ricostruita da M. Rosa, pur scarna e meramente quantitativa, lascia intravedere nella "controriforma devozionale" del secondo '600 una svolta capitale e mal conosciuta della storia religiosa italiana, da verificare nelle altre regioni della penisola. Dall'altro, il "codice della modestia" proposto da oratoriani e sulpiziani come comportamento ideale del futuro curato, ci fa comprendere le concrete alternative al modello carolino presenti nei seminari di 'ancien régime' (M. Guasco).
Un tentativo di ricostruzione dei modelli culturali - devozionali, rituali, linguistici e simbolici - proposti ed eventualmente adottati dal clero italiano nelle sue sfaccettate componenti potrebbe contribuire a definire con maggior precisione modi e ritmi del mutamento nelle istituzioni ecclesiastiche dall''ancien régime' a oggi.
Negli "Annali" l'interpretazione di questo mutamento viene ricondotta esclusivamente a fattori di ordine ideologico - ed è questa una terza, contraddittoria immagine del rapporto Chiesa/società che si sovrappone alle precedenti. È ideologica la genesi della reazione ultramontana ai Lumi, di cui C. Donati ci dà una peraltro ottima ricostruzione a partire dal fallimento delle riforme di Innocenzo XI, così come lo sono la genesi del mito della cristianità medievale tra rivoluzione francese e restaurazione (D. Menozzi) e l'atteggiamento dell'episcopato italiano di fronte al centralismo pontificio tra Pio IX e Giovanni Paolo II (G. Battelli e G. Alberigo). Lo sono, in fondo, anche i modelli di comportamento dei preti curati, che G. Miccoli ricostruisce con molta acutezza attraverso una fonte sinora trascurata, gli elogi funebri dei parroci ottocenteschi. Unici superstiti della sfaccettata presenza religiosa dell''ancien régime' - esito della debolezza degli stati regionali di fronte alla Chiesa di Roma - i curati rappresentarono il trionfo della Chiesa tridentina dopo le salutari soppressioni sette e ottocentesche. Privi del sostegno giurisdizionale della curia romana, ma forti della propria autorità morale, essi costituiscono ormai il paradigma del funzionario ecclesiastico sognato dai riformatori settecenteschi. Solo il comune rifiuto della realtà post-rivoluzionaria impedisce loro di svolgere appieno la funzione di integrazione sociale propria della missione evangelizzatrice. Tali scelte intransigenti e autoritarie stimoleranno la disaffezione quando, con l'emigrazione, si diraderà il contatto fisico tra curati e fedeli.
La diretta identificazione della Chiesa con un assetto ideologico reazionario, comune a molti dei saggi dedicati al periodo contemporaneo, è responsabile della coralità del giudizio sul massiccio processo di secolarizzazione cui si assisterebbe nella società odierna. È evidente che l'inadeguatezza della pastorale può aver giocato un ruolo di primo piano nel distacco di consistenti settori della popolazione italiana dalla Chiesa. Ma identificare, come qui si fa, il distacco dall'istituzione ecclesiastica con un allontanamento dalla religione, mi pare francamente opinabile. La evidente vitalità della pratica religiosa e, anzi, la sua ricorrente ripresa non solo in Italia, impongono di distinguere nettamente tra questi due aspetti e impongono di guardarsi dal ricondurre la varietà dei comportamenti religiosi al solo assetto istituzionale della Chiesa cattolica.