Storia del protestantesimo. Da Lutero al movimento pentecostale - Jean Baubérot - copertina

Storia del protestantesimo. Da Lutero al movimento pentecostale

Jean Baubérot

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Traduttore: D. Delpodio
Editore: Claudiana
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 5 aprile 2018
Pagine: 118 p., Brossura
  • EAN: 9788868980962
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Jean Baubérot

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Jean Baubérot ripercorre, con approccio interdisciplinare allargato, in particolare storico e socio-economico, la lunga vicenda della Riforma protestante, dalla prima critica luterana interna alla chiesa alle sfide del mondo sempre più secolarizzato insieme alla vitalità del movimento pentecostale ed evangelicale oggi.

Tre anni dopo la pubblicazione delle 95 tesi, Lutero brucia la bolla papale, andando incontro alla scomunica. Con quel gesto trasforma una disputa interna alla Chiesa in una contestazione che ne oltrepassa i confini. Negli anni seguenti, i movimenti di riforma diventano la Riforma, la Riforma diviene protestantesimo, la rottura si muta in organizzazioni e istituzioni, la protesta in potere, l’eresia in nuove forme di ortodossia. Oggi, l’espansione di questo insieme confessionale in tutto il mondo e la vitalità del movimento evangelicale contrastano con le difficoltà del protestantesimo in un Occidente sempre più secolarizzato. Ripercorrendo la storia del protestantesimo, Jean Baubérot ne interroga il rapporto con una modernità, in grande crisi, alla cui nascita ha contribuito.
Un estratto dal libro

La modernità protestante

Benché il protestantesimo non sia la sola ragione della nascita della modernità occidentale, ha giocato un ruolo attivo nel suo emergere e nel suo sviluppo, così come, d’altra parte, è esistita una modernità cattolica. Tuttavia, il ruolo delle dottrine nel cambiamento storico dipende dalla misura in cui queste sono comprese, tradotte nella vita sociale, mescolate le une con le altre, giungendo a conseguenze talvolta paradossali, impreviste dagli stessi protagonisti, e che, tuttavia, non sfuggono a una certa logica.
Rientra in questo discorso il rapporto tra protestantesimo e tolleranza. La critica di Lutero nega a qualunque autorità umana – il papa, il concilio, i magistrati – il diritto di imporre un credo religioso, una posizione che né lui né gli altri riformatori manterranno. Al contrario, coloro che mantennero salda questa posizione (come Castellion) non diventarono riformatori, dal momento che, di fronte alle condizioni storiche, quelle stesse convinzioni impedirono loro di assumere il ruolo di creatori di una chiesa. Edgar Quinet afferma che, se anche Lutero e Calvino avevano proclamato la libertà di culto, non avevano però mai portato a termine «l’ombra di una rivoluzione religiosa». Era necessario scardinare abitudini secolari di passiva sottomissione, imprimere altre abitudini morali: solo quando questo processo si è compiuto, il protestantesimo ha potuto introdurre la tolleranza, «ultimo termine» della sua rivoluzione.
Visione schematica e ipotesi interessante: creando una pluralità di chiese – agendo quindi in una frammentazione del potere religioso –, incrementando l’istruzione e il contatto diretto con la Scrittura, relativizzando la distinzione tra clero e laici, il protestantesimo non ha forse contribuito alla costruzione di società tolleranti e, anche nella sua posizione originaria, non ha forse avuto, al loro interno, un qualche peso storico? Il dibattito resta aperto.
Altri aspetti della modernità possono essere collegati al protestantesimo. Così, i medici britannici e olandesi considerano, a partire dal xvii secolo, l’oppio come un rimedio donato da Dio per alleviare il dolore, mentre non è così per i medici dei paesi latini, in cui la cultura cattolica considera la sofferenza un mezzo di redenzione.

3.1 Le Province Unite e la nascita di una società pluralista

Nei Paesi Bassi spagnoli, la Riforma si diffonde inizialmente sotto forma luterana o attraverso l’anabattismo. Ribattezzato nel 1536, un anziano prete, Menno Simons (1496-1561), dà una struttura ai gruppi degli anabattisti dell’Europa settentrionale malgrado le persecuzioni subite da parte dei cattolici e di altri protestanti. Simons dona nuova ispirazione a questi gruppi attraverso le sue predicazioni notturne (oggi si considera «mennonita» la maggioranza degli anabattisti), ma è soprattutto il calvinismo a prendere piede, stringendo un legame con il nazionalismo.
Filippo II affida la repressione al duca d’Alba e tra il 1567 e il 1573 i protestanti vengono sterminati a decine di migliaia. Nel 1579, le province e le signorie del sud si riconciliano con Filippo II. Per tutta risposta, sette province del nord e quattro città formano l’Unione di Utrecht. Guglielmo il Taciturno, messo al bando dall’impero, risponde con il celebre Je maintiendrai («Io manterrò»), futuro motto della casata d’Orange.
Ben presto le città protestanti del sud (Gand, Bruxelles, Anversa) capitolano e molti dei loro abitanti emigrano verso nord, contribuendo alla ricchezza della regione. Si trovano così a dover coesistere due entità ostili: i Paesi Bassi spagnoli cattolici e le Province Unite protestanti formate da repubbliche autonome. Guerre più o meno latenti e tregue si alterneranno fino alla pace di Vestfalia nel 1648.
Una relativa tolleranza si sviluppa nelle Province Unite a seguito della discussione sull’arminianesimo. Secondo l’ortodossia calvinista, Dio determina in anticipo ciò che intende fare di ciascun essere umano, disponendo per lui la «vita eterna» oppure l’«eterna dannazione», mentre secondo Jacob Arminio (1560-1609), professore a Leida, la predestinazione deriva dalla conoscenza da parte di Dio di chi vivrà nella fede e di chi invece non crederà. L’accento è spostato dall’onnipotenza divina alla prescienza di Dio. I sostenitori di Arminio appartengono alla borghesia degli affari e nel 1610 inviano agli Stati d’Olanda una Rimostranza contro i calvinisti ortodossi che cercano di far destituire il loro pastore. I ceti popolari sono legati alla dottrina della predestinazione (gli «eletti» non sono necessariamente persone fortunate), teologia che ha in sé una componente di resistenza all’attacco spagnolo. Nel 1618-1619, alla presenza di rappresentanti stranieri, prendono parte al sinodo di Dordrecht 13 delegati dei Rimostranti. L’arminianesimo viene condannato, 200 pastori sono destituiti. Ma alcune province rifiutano di applicare le decisioni del sinodo e, intorno al 1625 la repressione finisce e templi riformati arminiani vengono costruiti ad Amsterdam e a Rotterdam.
Nella seconda metà del xvii secolo, la tolleranza si rafforza, favorita dall’autonomia delle province e, in alcune zone, grazie a una percentuale consistente di famiglie miste. La libertà di coscienza viene garantita pur con certe difficoltà in periodi di crisi, mentre la libertà di culto, più limitata, ha caratteristiche diverse da una provincia all’altra. Alcune amministrazioni sfruttano la tolleranza di cui danno prova, e per alcuni pastori, questa tolleranza contribuisce alla sopravvivenza nella vita sociale di tradizioni cariche, secondo loro, di «superstizioni»: così, il rito del funerale, liberato con difficoltà dalla tradizione cattolica nel xvi secolo, recupera elementi folkloristici cattolici. Ma la volontà di un inquadramento religioso dei credenti da parte dell’autorità rimane minoritaria. L’appartenenza a una fazione protestante dissidente, al cattolicesimo o all’ebraismo, è però segnata da alcune limitazioni civili: l’impossibilità di accedere alle cariche pubbliche e l’esclusione dall’assistenza sociale. Tuttavia, le Province Unite appaiono come una terra di libertà. Nel 1673, il comandante dell’armata di Luigi XIV a Utrecht scrive che, in questo strano paese, un gran numero di religioni «hanno una piena libertà di celebrare i loro riti e di servire Dio come vogliono». Questa libertà, si stupisce il comandante, si estende anche a chi «cerca una religione e non ne professa nessuna tra quelle stabilite». Tale condizione non è scevra da rischi: può nascere il sospetto che i cattolici siano pro-spagnoli e poi pro-francesi. Ma, quando Luigi XIV invade le Province Unite (1672), questi si dimostrano attaccati al proprio paese, dando prova della solidità di quella società pluralista.
  • Jean Baubérot Cover

    Jean Baubérot (1941, Châteauponsac) è uno storico e sociologo francesce, professore emerito di Sociologia delle religioni e fondatore della sociologia della laicità.  Approfondisci
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