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Storia del Regno di Napoli

Benedetto Croce

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Curatore: G. Galasso
Editore: Adelphi
Collana: Classici
Anno edizione: 1992
In commercio dal: 16 novembre 1992
Pagine: 572 p.
  • EAN: 9788845909498
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    Giovanni Battista Buquicchio

    01/02/2011 11:22:21

    L'ottimismo di Croce è a prova di realtà. A pag. 342 esalta la "grande nobiltà che [al risorgimento italiano] viene dall'essere sorto non come effetto d'impetuosi interessi economici o di fanatica religione ed orgoglio di stirpe, ma mosso e animato da dignità morale, rischiarato da luce intellettuale, non angusto nella sua rivendicazione della patria, benevolo e fraterno verso gli altri popoli, amici e nemici". Qui Croce dimostra, per usare un gergo da commentatori di incontri di calcio, di aver visto un'altra partita, un risorgimento immaginario. Il pur benevolo e affezionato Giustino Fortunato definì 'dottrinario' il suo ottimismo, e in una lettera del 1928 a Giovanni Ansaldo scriveva di Croce: "Egli è ottimista, insuperabilmente ottimista. La sua maggiore concezione è questa, che gli uomini si dividono tra ottimisti e pessimisti". (Vedi la lunga Nota del curatore). Tuttavia io credo di aver trovato una inconsapevole e netta smentita a se stesso nelle parole che Croce scrive alle pagine 203 e 204, dove dice che è l'irriflessione, e anzi l'inerzia mentale, nei rispetti della vita politica che spiega come l'intonazione degli storici napoletani prima del Settecento si mantenesse costantemente ottimistica. E aggiunge, con convinzione solo libresca: "Ora, il segno effettivo della sollecitudine per la cosa pubblica è la trepidazione e l'angoscia e il pessimismo, come il segno mentale è la critica e la censura: pessimismo bensì non passivo ma attivo, censura concreta e concludente, ma pessimismo e censura sempre". Di fronte a queste parole, c'è da meravigliarsi che il filosofo Croce non abbia ammonito lo storico: "Nosce te ipsum".

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    Massimo Zaccardi

    28/01/2011 15:29:18

    Il giudizio di B.C. sul modo in cui il Sud fu unito al resto d'Italia è molto deludente. C. giustifica tutto quello che accadde, trovandolo inevitabile e benefico. I liberali napoletani più 'lungiveggenti', "poiché non era possibile far che l'Italia merid. entrasse energicamente da sola nella nuova via nazionale", scrive C., "la legarono al carro dell'Italia; poiché l'antico Regno autonomo era diventato un ostacolo, non si lasciarono commuovere da care memorie o turbare da pensieri particolaristici, e sacrificarono senza rimpianto il regno di Napoli, il più antico e vasto stato d'Italia, all'Italia nuova". E C. continua: "Dopo la guerra del '59 [..] si attese indarno che Napoli si sollevasse; e la nuova Italia dové essa dare l'avviata con la politica del Cavour e la spedizione di Garibaldi". C. sa tutto e conosce tutto, ma, fisso nella sua idea mistica di comunità nazionale animata da alti pensieri e profonda vita morale, non vuole capire niente di ciò che non rientra nella sua patriottica visione. "..necessaria fu, nel 1860, la dissoluzione del Regno di Napoli," scrive a p. 332, "unico mezzo per conseguire una più larga e alacre vita nazionale, e per dare avviamento agli stessi problemi che travagliavano l'Italia del mezzogiorno". A noi che viviamo 150 anni dopo quella unificazione e siamo testimoni senza speranza della generale corruzione nella quale l'Italia intera ha cominciato a scivolare, subito dopo l'unità, con inarrestabile accelerazione, viene naturale considerare retoriche le parole di C. e ritrovare nel carattere violento e truffaldino di quella unificazione molte ragioni della nostra disastrosa condizione attuale. Eppure C. scriveva più di 60 anni dopo l'unità e ripubblicò il suo libro nel 1943, limitandosi ad aggiornare la bibliografia. Il punto più basso di comprensione e di sensibilità C. lo tocca quando scrive che la dinastia borbonica aveva chiamato al suo soccorso le rozze plebi, "non trovando quasi altri campioni che truci e osceni briganti".

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    Fabrizio D'Alfonso

    17/01/2011 14:59:35

    Ho rispetto per l'erudizione di Benedetto Croce, ammirazione per la sua immensa capacità di lavoro, devozione per la sua figura morale, ma devo dire con franchezza che questa Storia del Regno di Napoli non mi è piaciuta. Intanto, non si tratta di una vera storia di Napoli, ma solo di considerazioni su quella storia. Che Croce, con piena consapevolezza, dichiari subito nell'Avvertenza di voler procedere proprio in questo modo, non attenua per me il disagio della lettura. Con questo non voglio sostenere che sia indispensabile rinarrare ogni volta tutti gli avvenimenti, ma voglio piuttosto dire che la forma trovata da Croce non ha né fascino né grande chiarezza. Perciò non sono d'accordo con Eduard Feuter, che, in una lettera all'autore riportata in appendice, scrive che la Storia del Regno di Napoli "offre anche nell'impostazione generale un autentico modello di come, andando oltre la funesta distinzione tra 'considérations' e narrazione degli eventi esterni, si possa pervenire a una nuova forma che unisca entrambe". Un autentico modello di questa nuova forma, io lo avrei trovato nel capolavoro di H. Taine, Le origini della Francia contemporanea, piuttosto che in questa Storia del Croce, che è un'opera troppo sintetica (rispetto agli avvenimenti di cui fa menzione e a paragone dell'immensa dottrina da cui nasce), e nello stesso tempo, paradossalmente, è scritta con una prosa troppo ampia che impaccia il lettore come un vestito troppo largo fatto con stoffa spugnosa. Per rimanere a delle considerazioni di stile, trovo che Croce, che non mi sembra grande nelle sintesi e negli affreschi, sia invece ottimo nei ritratti di singoli personaggi. L'affetto e l'attenzione con cui parla degli "uomini di dottrina e di pensiero, i quali compierono quanto di bene si fece in questo paese" costituiscono un alto valore morale. E la chiusa del libro è molto commovente: "Benedetta sia sempre la loro memoria e si rinnovi perpetua in noi l'efficacia del loro esempio".

  • Benedetto Croce Cover

    (Pescasseroli, L’Aquila, 1866 - Napoli 1952) filosofo, critico e storico italiano. Senatore dal 1910, per un anno ministro dell’istruzione con Giolitti nel primo dopoguerra, mostrò un’iniziale indulgenza tattica verso il fascismo; dopo il 1925 (quando, su invito di Giovanni Amendola, redasse il Manifesto degli antifascisti) mise in atto una ferma opposizione aventiniana. Godette tuttavia di una certa libertà che gli permise di continuare le pubblicazioni della sua rivista «La Critica», redatta prima dell’avvento del fascismo, in collaborazione con G. Gentile. Dopo il 1943 si trovò presidente del partito liberale e componente del comitato di liberazione: fu ministro nei governi Badoglio e Bonomi, poi senatore di diritto; nel 1947 si dimise... Approfondisci
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