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Joseph A. Schumpeter

Collana: Gli archi
Edizione: 2
Anno edizione: 1990
Pagine: XI-616 p.
  • EAN: 9788833905389

recensione di Messori, M., L'Indice 1990, n.10

Nello scorso decennio l'opera di Schumpeter ha ricevuto, specie in Italia, considerevole attenzione. Le ragioni di questo interesse, per un autore attivo fra il 1905 e il 1950, sono svariate e per certi versi contraddittorie. La figura dell'imprenditore-innovatore, che caratterizza l'evoluzione ciclica dell'economia capitalistica secondo Schumpeter, ha fornito un'efficace chiave di interpretazione della fase di prosperità seguita al periodo di recessione con inflazione degli anni settanta e alla connessa crisi del pensiero keynesiano. L'economia industriale, che da disciplina applicata si è trasformata in una frontiera della teoria economica, fa riferimento proprio alle categorie schumpeteriane di innovazione e di imitazione per sottolineare le proprie ascendenze nobili. Le teorie eterodosse, che individuano nella moneta bancaria un'istituzione essenziale per spiegare l'attuale organizzazione sociale e il predominio dell'iniziativa di impresa, trovano un significativo riscontro nella definizione schumpeteriana della banca quale "quartier generale" dell'economia capitalistica.
L'eterogeneità di questi (e altri) riferimenti a Schumpeter ben si adatta alla complessa biografia del personaggio. Formatosi nella Vienna di inizio secolo, nel primo dopoguerra Schumpeter insegna in Germania per poi stabilirsi, dagli anni trenta fino alla morte (1950), all'università di Harvard. Schumpeter non è solo un economista ma, analogamente a Marx e a pochi altri, uno scienziato sociale nel senso più completo del termine.
Il rinnovato interesse per Schumpeter si è manifestato, sul piano editoriale, nella sovraofferta di traduzioni dei suoi scritti, anche minori. È perciò sorprendente (per usare un eufemismo) che, fino ad oggi, il lettore italiano avesse accesso parziale o difficile a due opere fondamentali dell'autore: "Business Cycles" (1939), tradotto nel 1977 dalla versione inglese ridotta e discutibile, degli anni sessanta; e la postuma "History of Economic Analysis" (1954), tradotta in italiano cinque anni dopo ma da tempo esaurita e sostituita da un edizione ridotta a cura di Claudio Napoleoni. La lodevole, seppur tardiva, riedizione integrale della "Storia dell'analisi economica" colma una di queste gravi lacune.
La "Storia dell'analisi economica" rappresenta l'ultimo e più vasto libro di Schumpeter. Progettata subito dopo la pubblicazione di Business Cycles" come traduzione inglese e aggiornamento di un precedente volume di storia del pensiero economico ("Epoche di storia delle dottrine e dei metodi, 1914"; trad. it. 1953), essa si trasformò in un lavoro monumentale che, pur avendo impegnato Schumpeter per un decennio, era rimasto incompiuto alla sua morte. La sua pubblicazione è merito del paziente lavoro della terza moglie di Schumpeter, Elizabeth Boody. Fino agli ultimi mesi di vita quest'ultima dedicò gran parte del proprio tempo a riordinare il materiale lasciato da Schumpeter e a curare l'edizione dell'opera. Nella prefazione e - ancor più - in una preziosa appendice al volume, Elizabeth Boody precisa i criteri che hanno guidato il suo lavoro.
La "Storia" parte dalle origini remote della teoria economica, in età greco-romana, per approdare agli anni successivi alla seconda guerra mondiale. La prima parte, costituita da una lunga Introduzione (di circa 60 pagine) chiarisce perché sia essenziale lo studio della storia della teoria economica, in cosa si differenzi la storia dell'analisi economica dalla storia del pensiero economico, quali debbano essere i campi di competenza di un economista, come e in che misura sia possibile distinguere una scienza da un'ideologia. Concentrandosi sulla storia dell'analisi economica, Schumpeter privilegia il contributo tecnico-analitico degli autori del passato. Egli ha però cura di collocare tali contributi nel contesto storico e di chiarirne il legame con il clima culturale imposto da altre discipline. Infatti, pur asserendo che gli strumenti tecnici della teoria economica subiscono nel tempo un "progresso scientifico", Schumpeter insiste sul fatto che le formulazioni teoriche sono storicamente condizionate e non rispondono a progressi cumulativi lineari. Sebbene tecnicamente inadeguata, una teoria del passato può dunque risultare essenziale per comprendere, valutare criticamente e riorientare il dibattito successivo.
Questa chiave di lettura è utilizzata da Schumpeter, nelle restanti quattro parti dell'opera, per interpretare gli autori del passato. Per risolvere il problema della periodizzazione dell'immenso materiale esami nato, Schumpeter si avvale della categoria di "situazioni classiche", che potrebbe essere riformulata nei termini più moderni di "scienza normale". Le situazioni classiche sono, in fatti, intese come fasi di sedimentazione e affinamento del lavoro innovativo e delle dispute teoriche, avvenute in precedenza e responsabili della dissoluzione di opinioni consolidate.
La seconda parte della "Storia" è dedicata al lungo periodo di gestazione della prima situazione classica, che trova piena espressione nell'opera di Adam Smith. La terza parte, che affronta fra l'altro i contributi di Ricardo e Marx, esamina il processo di formazione e di affinamento analitico della seconda situazione classica, idealmente conclusa da John Stuart Mill. La quarte parte riguarda la rottura analitica, introdotta da Walras, Jevons e Menger e sfociata nella terza situazione classica. In essa si dedica grande attenzione al modello walrasiano di equilibrio economico generale. La quinta parte, il cui ultimo capitolo è riservato alla "Teoria generale" di Keynes e ai successivi sviluppi macroeconomici, non definisce una quarta situazione classica. Come è noto, la critica di Schumpeter al libro di Keynes è aspra. Essa nega che si tratti di una formulazione generale e innovativa rispetto alla tradizione marshalliana e walrasiana.
La sintetica illustrazione dell'indice della "Storia" dovrebbe lasciare trasparire la vastità del materiale trattato. L'importanza, che quest'opera di Schumpeter riveste ancor oggi dopo più di quarant'anni dalla sua stesura, non deriva però solo dalla sua portata enciclopedica. Nell'introduzione alla riedizione italiana Giorgio Lunghini afferma che la Storia" "non è soltanto un 'classico' da conservare per devozione, bensì un indispensabile strumento di lavoro per chiunque si occupi di storia del pensiero economico, di teoria economica, e di metodologia delle scienze sociali". Tale affermazione è suffragata da almeno tre elementi. In primo luogo, molti dei successivi lavori di storia dell'analisi economica hanno assunto la "Storia dell'analisi economica" come modello, senza tuttavia eguagliarne la completezza, l'approfondimento degli autori e dei problemi trattati, la compattezza metodologica.
In secondo luogo, la "Storia" rappresenta un riferimento essenziale per meglio comprendere la teoria schumpeteriana. Sebbene Schumpeter rifugga dall'autocitazione e paia dimenticare che il suo contributo ha un ruolo di assoluto rilievo nella storia della teoria economica, di fatto egli interpreta ogni autore del passato mediante l'apparato concettuale da lui stesso elaborato. Bastino, al riguardo, pochi riferimenti a giudizi fraintesi dai recensori. Le critiche rivolte alla "preferenza per la liquidità" di Keynes e gli apprezzamenti riservati alla teoria monetaria di Walras, ben si accordano con l'uso che Schumpeter fa dell'"equazione degli scambi". L'ammirazione per il modello walrasiano è circoscritta al rigore dell'analisi, ma non riguarda possibili estensioni dinamiche. La difesa di Say poggia sulla distinzione fra imprenditore e capitalista.
In terzo luogo, la "Storia" mostra che fare storia dell'analisi economica significa fare (criticamente) teoria economica: in ciò risiede soprattutto l'attualità di quest'opera. Come si è detto, Schumpeter afferma che la teoria economica non segue un progresso cumulativo lineare. Scrivendo un libro di storia dell'analisi economica, dunque, egli suggerisce che non è possibile separare il ruolo di economista da quello di storico della teoria economica. Specie se intende lavorare in direzioni nuove rispetto alla propria situazione classica, l'economista non può prescindere dal riferimento ad autori del passato. Questo riferimento non deve, però, porsi l'obiettivo di ricostruire ciò che tali autori hanno veramente detto. Si tratta, viceversa, di estrarre dalle teorie del passato quegli stimoli che consentano di fare teoria in modi innovativi.