Storia dell'italiano scritto. Vol. 1: Poesia.

Editore: Carocci
Collana: Frecce
Anno edizione: 2014
Pagine: 584 p., Rilegato
  • EAN: 9788843071951

44° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Classici, poesia, teatro e critica - Storia e critica - Poesia e poeti

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  Se la lingua italiana fosse in salute quanto lo sono gli studi sulla sua storia, la sua grammatica e il suo vocabolario, sarebbe la lingua più florida del mondo. Non si contano le ricerche, le pubblicazioni, i centri, le persone che operano per meglio conoscerla e farla conoscere. Restiamo al solo ambito della sua storia cui afferisce quest'ultima grande opera in tre volumi, promossa da Carocci e curata da tre tra i migliori giovani linguisti (Storia dell'italiano scritto, a cura di Giuseppe Antonelli, Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin). Ci sono in commercio non so quante storie dell'italiano, da quelle basilari di Bruno Migliorini e Tullio De Mauro a quelle monumentali di Luca Serianni e Pietro Trifone per Einaudi, di Francesco Bruni per Utet e Il Mulino, tutte ricchissime di analisi, dati, idee. Era dunque difficile fare qualcosa di nuovo, ma i tre curatori di questa impresa ci sono riusciti, e per due ragioni. La prima è puramente generazionale: sono giovani, così come i collaboratori dell'impresa, tolti i due maestri romani (Luca Serianni e Maurizio Dardano) che, rispettivamente, aprono il primo volume e chiudono il secondo. Questa storia dell'italiano è dunque di nuova generazione. L'altra ragione è invece il taglio deciso: puntare all'italiano scritto nelle sue tre principali articolazioni di poesia, prosa letteraria e testi non letterari. Qualcuno eccepirà che è così rimasto fuori l'italiano parlato, vero protagonista delle ultime stagioni di studi, grammaticali e sociolinguistici. Non è così per due motivi. Intanto, perché oggi si è scoperto un italiano scritto prossimo al parlato o al parlabile non solo nell'Otto-Novecento ma anche nell'età preunitaria, prima esclusa perché ritenuta solo dialettale (è il caso dell'Italiano nascosto di Enrico Testa, che ha riconosciuto e ricostruito le vicende dell'"italiano per capirsi" di epoche preottocentesche) e poi perché ci sono da sempre italiani scritti che hanno con il parlato un nesso strettissimo e costitutivo, come l'italiano trascritto (da prediche, discorsi, arringhe), di cui si occupa nel terzo volume Stefano Telve, l'italiano delle poesie popolari (ben studiato qui da Giuseppe Polimeni) e, oggi, l'italiano digitale (mail, sms, blog), in cui scrittura e oralità sono più contigue che mai. Assunta dunque la dimensione vasta e varia della scrittura, i curatori l'hanno sezionata secondo generi o meglio, secondo tipi testuali, dalla lirica alla poesia per musica, dal romanzo al trattato, dalle lettere private alle circolari della burocrazia. Ne risulta un affresco in tre volumi (Poesia, Prosa letteraria, Italiano dell'uso) pressoché completo della storia dell'italiano, perché ogni sottotipo di scrittura è visto lungo tutto l'arco della sua storia linguistica. Solo un paio di contributi fissano un genere (la poesia) in un periodo di tempo circoscritto e sia pure ad alta densità problematica: sono i due eccellenti saggi di Sergio Bozzola sulla crisi della lingua poetica tra fine Ottocento e primo Novecento (punto di svolta importantissimo in cui la poesia lascia la lingua della tradizione e si adatta a quella comune) e di Paolo Zublena sulla poesia del XXI secolo (materiale freschissimo di cui uno studioso a esso davvero coevo già coglie costanti, specie a livello di incoerenza testuale e interruzione sintattica). Tutti gli altri capitoli dei tre volumi seguono l'intero corso della lingua di quel dato tipo di testo (più ampio per certuni, più circoscritto per altri), a partire, quando è il caso, dagli albori stessi della nostra scrittura per arrivare fino a oggi, sempre bilanciando l'attenzione al genere esaminato con quella, principale, alla lingua in cui è stato scritto. Ne risulta una storia dell'italiano che, da una parte, si muove secondo le ragioni della lingua e, dall'altra, secondo quelle del genere (letterario o no), in un equilibrio che corrisponde alla realtà della storia linguistica (in cui tradizione e innovazione sono in rapporto ai criteri che regolano un dato genere), ma che è molto difficile da calibrare: ce l'hanno fatta però tutti i collaboratori, e alcuni (sia detto senza nulla togliere agli altri), come Luca Serianni o Carlo Enrico Roggia, che si sono occupati dei due maggiori filoni della poesia, o Davide Colussi, che ha trattato di cronaca e storia, lo hanno fatto in modo semplicemente magistrale. A volte, si capisce, un genere di scrittura non si caratterizza per scelte linguistiche esclusive (come l'autobiografia che non ha di necessità tratti propri) e quindi gli autori hanno dovuto effettuare tagli netti per farne emergere lo specifico linguistico, con scelte tutte di grande lucidità e sempre persuasive. In altri casi il sezionamento dei generi è molto stretto e minuto, come quando si è deciso di distinguere sottotipi assai vicini di scrittura in versi, tipo la poesia didascalica (interessantissimo il saggio di Matteo Motolese), che per certi aspetti poteva essere accorpata alla macro aerea della narrativa in versi, o la poesia didattica e quella comica (Rosa Casapullo e Michelangelo Zaccarello), linguisticamente meno lontane di quello che i temi farebbero pensare o come quando si è pensato di separare la trattazione della paraletteratura (Laura Ricci) da quella del romanzo Dardano), da cui non è ben distinguibile. Anche la narrazione breve non è linguisticamente, forse, ben separabile dal romanzo, ma l'averla isolata ha dato modo a Fabio Romanini di scrivere un bellissimo saggio sul racconto in Italia. A volte la distinzione è opinabile solo a priori, e, appena si leggono i saggi, se ne coglie la ragionevolezza, come nel caso dei due distinti e ottimi lavori sull'epistolografia (letteraria di Luigi Matt e privata di Fabio Magro), un genere in cui la distanza linguistica è abissale pur nella vicinanza di base. Se alcuni generi sono confinati a un periodo storico delimitabile o circoscritto, tipo i volgarizzamenti (trattati da una delle migliori medieviste, Giovanna Frosini), o le scritture digitali (studiate da Elena Pistolesi), che sono solo di oggi, è interessante notare come molti saggi, partiti dal Tre-Quattrocento, si fermino alle soglie della contemporaneità: così nel magnifico saggio che Marcello Aprile dedica all'italiano dei trattati (uno delle prospettive più nuove dell'intera opera) o in quello accuratissimo di Lorenzo Tomasin sull'autobiografia. Questa contrazione del discorso sul Novecento è dovuta alla progressiva riduzione dei criteri di selezione linguistica dei singoli generi e alla maggiore trasversalità, dal Novecento in giù, dell'italiano all'interno di ognuno di essi, sì che è difficile, a volte, riconoscere e ricostruire un italiano della poesia o della saggistica, tanto esso è fluido e aperto a incroci multipli. Inevitabile, in quest'ottica, l'attenzione al tipo di scrittura che più ha rappresentato e favorito la fine delle compartimentazioni linguistiche fra generi, il giornalismo, vero luogo centrale della storia dell'italiano contemporaneo, spesso ai confini tra scritto e parlato, colto e popolare, comune e specialistico, sempre linguisticamente trasversale, come ha ben mostrato Francesca Gatta. Come succede da un po' di tempo a questa parte, la storia della lingua scritta non tralascia quella che è eseguita oralmente, a teatro (in versi o in prosa: Tobia Zanon e Luca D'Onghia) e men che mai quella cantata, di cui (nelle sue varietà: melodramma e canzone soprattutto) si occupa un esperto ferratissimo come Fabio Rossi. Non poteva mancare l'esplorazione di terreni linguistici ormai accreditati definitivamente alla storia della nostra lingua, come quello delle scritture amministrative (Sergio Lubello), e semmai ci sarebbe voluto (visti anche i tanti studi recenti) uno spazio apposito per quelle giuridiche. Michele Colombo mette insieme due esecuzioni parlate dello scritto come la predica religiosa (veicolo centrale di italianizzazione nei secoli preunitari) e il discorso politico. Si poteva desiderare un capitolo sull'oratoria politica recentissima, che ha un luogo di scrittura o meglio di trascrizione negli atti parlamentari e, a riuscire a metterci le mani, negli invisibili "gobbi" in cui leggono i più smaliziati comunicatori della nuova politica televisiva. Non mancano infine scritture particolarissime come quelle esposte (dai graffiti alle epigrafi), testimoni di italiano fin dalle origini (Francesca Geymonat), e l'esplorazione delle scritture dei semicolti Rita (Fresu), nonché di un genere spesso praticato dagli stessi, ma non solo, come quello dei diari e libri di famiglia (Alessio Ricci), di cui tutta la storia dell'italiano reca traccia. Un'opera, questa Storia dell'italiano scritto, destinata a campeggiare nelle biblioteche specialistiche e colte e per questo opportunamente fornita di una preziosa e aggiornatissima bibliografia e di impeccabili e ricchi indici (di Marcello Ravesi) che ne favoriscono la consultazione e potenziano i risultati.   Vittorio Coletti