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Hans R. Jauss

Traduttore: P. Cresto-Dina
Anno edizione: 1999
Pagine: 275 p.
  • EAN: 9788833911762


recensioni di Bertoni, F. L'Indice del 2000, n. 03

"Un'amabile causerie, già diceva nel 1921 Roman Jakobson, della storia letteraria". Basta forse questa sbrigativa boutade con cui Roland Barthes, in Critica e verità (1966; Einaudi, 1995), alludeva al programmatico divorzio tra storia e letteratura sancito dalle tendenze più radicali dello strutturalismo, per comprendere la portata della "provocazione" che Hans Robert Jauss, in una prolusione tenuta all'Università di Costanza il 13 aprile 1967, rivolgeva alla "scienza della letteratura": Che cosa significa e a che scopo si studia la storia della letteratura?. Dietro questo titolo schilleriano si nascondeva infatti l'abbozzo di un progetto teorico e metodologico che, nel contesto di quegli anni, doveva apparire in qualche misura rivoluzionario: non tanto (o non soltanto) resuscitare una disciplina ormai "data per morta", quanto oltrepassare i vecchi schemi storicistici e assumere la "storicità della letteratura" come nucleo fondante di ogni analisi e valutazione del fenomeno letterario.
Del profondo interesse suscitato da questo discorso, atto di nascita della futura "estetica della ricezione", testimoniano in qualche modo anche le complicate vicende editoriali. Pubblicato nello stesso anno a Costanza in versione ampliata e con un nuovo titolo, Storia della letteratura come provocazione nei confronti della letteratura (e tradotto dall'editore Guida di Napoli nel 1969 con il titolo Perché la storia della letteratura?), il testo è stato poi sottoposto a ulteriore elaborazione e raccolto con altri quattro saggi in un volume del 1970, Storia della letteratura come provocazione, presentato ora per la prima volta in italiano da Bollati Boringhieri. Inserito in questo contesto, il discorso del 1967 appare quindi come la fase culminante di un più ampio percorso di ricerca nel quale il momento della definizione teorica, come sempre in Jauss, si delinea sullo sfondo di concreti problemi ermeneutici e storico-letterari.
In questo senso, come sottolinea lo stesso Jauss, i primi tre saggi del volume (scritti tra il 1965 e il 1967) "devono essere considerati studi preparatori di una teoria, non esempi della sua applicazione. Da un lato illustrano un ampio nesso storico: l'origine letteraria della nostra modernità (...). Dall'altro rappresentano, dal punto di vista metodologico, varie possibilità di superare la storia letteraria convenzionale e cronologicamente unidimensionale, grazie alla descrizione e all'interpretazione di certe strutture del mutamento epocale in letteratura". In effetti, al di là dell'elaborato intreccio di testi, autori, riflessioni, dialoghi e polemiche che Jauss riesce a intessere con il consueto, impeccabile controllo dei materiali, l'interesse vero di questi tre capitoli di storia letteraria e culturale sta forse nel primo abbozzo di alcuni principi teorici e metodologici che soltanto in seguito verranno articolati in un'esposizione sistematica.
Così, nel primo saggio dedicato alla storia lessicale del termine "moderno" e al "rapporto tra tradizione e modernità", si delineano nozioni fondamentali come quelle di "mutamento" e di "soglia epocale", che permettono di ripensare la dimensione storica della letteratura non attraverso categorie esterne di descrizione, ma attraverso l'analisi delle cesure nella "coscienza", nel "sentimento di sé", nell'"autocomprensione storica di un nuovo presente" con cui le varie generazioni dei "moderni" hanno percepito il proprio distacco dal passato. Viene già sottolineata, in questo modo, quella "storicità del classico", quel suo statuto relazionale e dialettico che verrà approfondito in scritti successivi, in particolare in un saggio del 1975, Il testo del passato nel dialogo con il presente (La classicità può tornare moderna?). Allo stesso modo, il secondo saggio - incentrato sulla Replica di Schlegel e di Schiller alla "Querelle des anciens et des modernes" - descrive un'altra "soglia" della modernità con un metodo che si rivelerà decisivo per i successivi studi di Jauss, e che troverà la sua prima formulazione teorica nel quinto saggio di questo volume, scritto nel 1970: la "relazione di domanda e risposta", cioè una concezione "dialogica" della tradizione letteraria in cui i testi posteriori riprendono, riattualizzano, approfondiscono le domande alle quali i testi precedenti avevano già fornito una soluzione, ma che alla luce dei mutati contesti storici richiedono nuove formulazioni, e soprattutto nuove risposte (si veda, a questo proposito, il secondo volume di Esperienza estetica ed ermeneutica letteraria, 1982; il Mulino 1988). Il terzo saggio, dedicato alla fine dell'estetica classico-romantica consumatasi tra il 1830 e il 1848, propone quindi un'altra illustrazione del concetto di "mutamento epocale" e soprattutto abbozza una concezione della storia letteraria come "processo globale che trascende l'individualità di opere, autori e nazioni", la cui descrizione impone di ricostruire l'"orizzonte letterario" in cui i testi sono comparsi e hanno esercitato i loro effetti.
"Non sarà possibile porre la "serie letteraria" e la "serie non letteraria" in una relazione che abbracci il rapporto tra letteratura e storia senza costringere la letteratura a una mera funzione imitativa e illustrativa e a una rinuncia al suo carattere di arte?". È con questa domanda-provocazione che Jauss concludeva la pars destruens del suo scritto programmatico sulla storia della letteratura, dopo avere discusso sia il riduzionismo sociologico del marxismo sia la concezione agonistica dell'"evoluzione letteraria" proposta dai formalisti russi. Per proporre una soluzione positiva al quesito era necessario però imprimere al sistema letterario una rotazione di coordinate, quel brusco mutamento di prospettiva che, negli stessi anni, incominciava ad accomunare indirizzi di ricerca tra loro molto diversi: bisognava infatti reintegrare il lettore nei suoi diritti e collocarlo al centro del fenomeno letterario, come partecipante attivo e garante della "vita storica" dell'opera; bisognava infrangere il "circolo chiuso di un'estetica della produzione e della rappresentazione" e fondare una nuova "estetica della ricezione e dell'efficacia" (Wirkung).
Così, scrive Jauss, "nel triangolo formato da autore, opera e pubblico il terzo elemento non costituisce soltanto la parte passiva, ma è anch'esso un'energia formatrice di storia". Ed è grazie a questo persistente interesse per la storicità che la riabilitazione del destinatario non sfocia in un modello teorico atemporale, come il "lettore implicito" definito da un altro esponente di spicco della Scuola di Costanza, Wolfgang Iser. Perché il lettore di Jauss non esce dalla storia, rimane sempre un "lettore storico" inserito in un particolare "orizzonte d'attesa" come "istanza di mediazione tra il passato e il presente, tra l'opera e il suo effetto".
Certo, ci si può chiedere se il progetto di fondare una nuova storia letteraria attraverso l'estetica della ricezione sia andato davvero oltre gli intenti programmatici. È forse vero, come è stato sottolineato, che alle proposte teoriche non ha fatto seguito l'elaborazione di storie della letteratura complete e organiche, ma è altrettanto vero che gli studi di Jauss hanno illuminato alcuni capitoli fondamentali della cultura europea, e che soprattutto hanno delineato una nuova, articolata concezione della letteratura e delle sue funzioni nel rapporto con i contesti storici e sociali. Già la prolusione del 1967 culmina in una riflessione sulle funzioni cognitive e sociali dell'opera letteraria, il cui valore estetico risiede nella capacità di infrangere l'orizzonte consolidato delle attese e di condurre così a un produttivo "mutamento di orizzonte", che possa rinnovare non solo i paradigmi della tradizione letteraria, ma anche quelli della morale e dell'esperienza quotidiana. Anzi, come si evince da alcuni paragrafi aggiunti al testo del 1970 (che nel complesso è più ampio, più esauriente e meglio articolato rispetto alla stesura del 1967), il limite paradossale dell'estetica marxista consiste proprio nell'incapacità di cogliere "il carattere rivoluzionario dell'arte: poter condurre l'uomo, al di là delle rappresentazioni consolidate e dei pregiudizi legati alla situazione storica, a una nuova percezione del mondo o all'anticipazione di una nuova realtà".
In seguito, Jauss deciderà di sfumare l'"unilateralità modernista" di queste sue prime tesi, ancora in parte indebitate con la teoria dell'innovazione dei formalisti e con l'estetica della negatività di Adorno, ma non per questo rinnegherà le potenzialità cognitive e liberatorie che ci sono offerte da ogni opera veramente grande. L'ampio percorso di Esperienza estetica ed ermeneutica letteraria, nelle sue varie tappe, lo condurrà così a una comprensione più matura e completa dell'esperienza estetica, con il suo equilibrio dialettico tra rottura e tradizione, trasgressione e conferma, funzione conoscitiva e principio di piacere. "Ci sono tre specie di lettori", scriveva Goethe in un aforisma, "una che gode senza giudicare, la terza che giudica senza godere, e quella di mezzo, che giudica godendo e gode giudicando: questa in verità ricrea di nuovo un'opera d'arte".