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Georges Duby, Michelle Perrot

Curatore: C. Klapisch Zuber
Editore: Laterza
Edizione: 7
Anno edizione: 2005
Formato: Tascabile
Pagine: VIII-597 p. , ill. , Brossura
  • EAN: 9788842044642

recensione di Barone, G., L'Indice 1990, n.10
(recensione pubblicata per l'edizione del 1990)

È veramente possibile, anche dopo molti anni di pazienti ricerche, scrivere una storia delle donne per i dieci secoli che vanno dal V al XV? Questa è la prima domanda che ci pone la lettura del II volume della "Storia delle donne". È vero che la curatrice, Christiane Klapisch-Zuber, chiarisce sin dall'introduzione l'impostazione dell'attuale sintesi, che si propone innanzitutto "d'introdurre altri angoli di visuale e di cambiare le prospettive. E forse, piuttosto che cercare nuove fonti, di rivalutare le fonti tradizionali" (p. 10). Ma, proprio da questo punto di vista, il volume risulta in un certo senso deludente. Nella prima sezione dell'opera, 'Le norme di controllo', le donne sono ancora una volta viste, dalle autrici come dagli autori, attraverso l'ottica maschile di coloro - in gran parte chierici, e quasi votati alla misoginia da una scelta di castità vissuta a volte con angoscia - che della donna cercarono di fornire un'immagine ideale, nel bene e nel male (Maria o Eva), entro cui ricondurre le singole vicende e personalità femminili. Ora, al di là delle differenze nel taglio, nelle capacità di analisi e nella varietà o meno delle fonti utilizzate, in queste quasi duecento pagine di nuovo si coglie relativamente poco.
Non è certo un caso che il discorso si faccia più ricco, più articolato, più capace di presentare nuove suggestioni quando, nel tardo medioevo e all'inizio dell'età moderna, questa ideologia clericale si stempera. Hanno posto allora le voci di donne (D. Owen Hughes) che riflettono in prima persona sulle loro scelte vestimentarie, o voci di laici, desiderosi di ammaestrare, in base alla loro esperienza del mondo e non solo seguendo i dettami biblici, le loro mogli e figlie (S. Vecchio). Alla fine del medioevo persino i chierici non si possono più limitare a un'astratta riflessione sulla donna, dovendosi misurare, nel quotidiano, con i problemi delle loro penitenti (se confessori) o delle loro ascoltatrici (se semplici predicatori); finiscono cosi per darci della condizione femminile una visione molto più ricca di quella dei loro predecessori.
Ci possiamo dunque rendere conto di come sia centrale, per la nostra possibilità di cogliere il reale e ad onta dei tentativi di superarne i limiti, lo stato della documentazione in nostro possesso. La povertà delle fonti condiziona infatti anche la seconda sezione del volume ('Le donne nelle strategie familiari e sociali'), per i secoli V-XII. Qui la colpa va attribuita in parte alle autrici, che avrebbero forse potuto, con nuove domande alle fonti, ottenere qualche elemento di novità. Le fonti giuridiche altomedievali avrebbero consentito un discorso più variegato sulla condizione femminile (l'Italia, longobarda e bizantina, è più o meno assente dal quadro della Wemple). Soprattutto l'esistenza di individualità significative, di regine e di letterate (da Bathilde regina dei Franchi alla longobarda Teodolinda, a Matilde di Sassonia e alle imperatrici Theophano e Adelaide, fra le sovrane; dalle monache anglosassoni corrispondenti di Bonifacio, a Dhuoda la nobildonna franca, a Rosvita e al suo pubblico di colte canonichesse, fra le letterate) pone la necessità di ripensare il rapporto uomo-donna nella società altomedievale, al di là della prospettiva ideologica. Come poteva una donna, in una società dichiaratamente antifemminile, farsi obbedire quale regina o reggente? Quale significato si può dare alla possibilità giuridica, per una donna, di ereditare un feudo? Cosa significa l'accesso alla cultura da parte di queste donne in un mondo in cui tanti uomini - e la stragrande maggioranza dei potentes laici - sono totalmente illetterati? Cosa rappresenta in quel mondo la cultura? L'unica forza di chi non porta le armi? E se le donne sono spesso vittime, come del resto i loro mariti, di una politica dinastica che vede nei matrimoni l'occasione migliore di ascesa sociale, cosa ci permette di pensare che questa costrizione valesse anche per i ceti subalterni?
Anche in questo caso la varietà delle fonti bassomedievali fornisce utili motivi di riflessione. Se è vero che non avrebbe senso parlare di un generale miglioramento della condizione femminile negli ultimi secoli del medioevo, nel saggio di C. Opitz e in quello, in qualche modo complementare, di F. Piponnier vediamo finalmente le donne vivere nella loro quotidianità: curare la casa, badare ai figli, lavorare. L'archeologia dà un contenuto tangibile a quello che delle donne raccontano le fonti scritte: conosciamo gli aghi, i pettini, le fibbie, il vasellame di cui si servivano. Le possiamo immaginare immerse in una laboriosa attività quotidiana che sembra rendere inutili - se non per le più ricche - le continue esortazioni da parte dei predicatori a non abbandonarsi all'ozio. Le vediamo impegnate non solo nel ruolo di madri e nutrici ma anche di educatrici dei loro figli, di artigiane e commercianti (e le immagini raccolte da C. Frugoni, il materiale utilizzato da S. Vecchio e C. Casagrande e quello di C. Opitz vanno infine d'accordo). Nei secoli tardi del medioevo la nuova attenzione alle donne conseguenza, come sottolinea la Opitz, del "nuovo movimento femminista" (p. 330) - dà finalmente i suoi frutti per arricchire la storia nel suo complesso. E da questo punto di vista l'impresa. della casa editrice Laterza non può che essere la benvenuta.

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    mariapia

    28/05/2010 16.00.28

    bellissimo è un libro da tenere assolutamente nello scaffale oltre che da leggere perchè c'è davvero di tutto ma impostato in maniera divina. niente di arrangiato o mescolato. interessantissima la parte dedicata alla cosmesi... che dire? leggetelo!

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