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Gigliola Fragnito

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2013
Pagine: 300 p. , ill.
  • EAN: 9788815246615
  Sin dalle prime righe Gigliola Fragnito rivela l'argomento del suo libro. Si tratta della storia della bellissima Clelia Farnese, anzi, per la precisione, della storia del suo sequestro avvenuto a Roma, a fine Cinquecento. Non è una vicenda dall'esito drammatico come quelle di Vittoria Accoramboni o di Beatrice Cenci raccontate da Stendhal nelle sue celebri Chroniques Italiennes, ma non per questo meno interessante e per certi versi misteriosa. Figlia naturale di uno tra i più noti e potenti cardinali del tempo, Alessandro Farnese, nipote sua volta di un papa, Paolo III, il papa che indisse il concilio di Trento e che riorganizzò l'Inquisizione romana per combattere l'eresia luterana, Clelia apparteneva a un mondo nel quale non soltanto cardinali e papi avevano figli, ma facevano dei loro figli uno strumento per l'affermazione del loro prestigio e di quello delle loro famiglie. Ma non sono gli aspetti scandalistici, che pure Fragnito affronta con discrezione, senza indulgere e senza omettere, lasciando parlare le fonti anche nella loro crudezza, né soltanto gli aspetti biografici a costituire il cuore del libro. Fragnito lo precisa subito nell'introduzione: non si tratta di una biografia. O piuttosto non si tratta di una biografia in senso convenzionale, una di quelle che si trovano normalmente in libreria, nelle quali le vite vengono raccontate in un quadro coerente, alla luce di un destino presentato come inevitabile, dove tutto tiene, ogni gesto, ogni passo, ogni avvenimento è presentato come prodromico a quello che avverrà e che già si conosce, come se tutto, in una vita, fosse il frutto di un disegno preordinato di chi la vive. Questo non vuol dire che il tema del destino, o, meglio, dell'intreccio tra vita e destino, non sia al centro del libro di Fragnito. Anzi, una delle domande che viene da porsi leggendolo è proprio questa: Clelia avrebbe potuto sfuggire a quanto per lei era stato stabilito, predeterminato? Era la figlia illegittima di un cardinale ricchissimo e potente, divorato dall'infinita ambizione di diventare anch'egli papa come il nonno, un'ambizione che lo portò ad obbligare Clelia a sposarsi per due volte, un fatto non certamente insolito all'epoca, ma che va letto, ci suggerisce Fragnito, nel complesso quadro della società in cui Clelia si trovò a vivere. La sua storia è una storia sul potere, ma non solo. È anche una storia sugli affetti, sulle difficoltà degli affetti tra padre e figlia, tra mogli e mariti che, come quasi sempre avveniva, non si erano scelti. A quattordici anni Clelia fu obbligata a sposare un giovane esponente della nobiltà romana, Giovan Giorgio Cesarini, che amava il gioco e le donne, una debolezza contro cui Clelia non avrebbe tardato a manifestare la propria insofferenza uccidendo (si disse) una delle sue amanti. I due giovani sposi avevano però una cosa in comune, su cui alla fine il loro burrascoso matrimonio si saldò: amavano le feste e la vita mondana, e la capitale della cristianità, da questo punto di vista, a dispetto di quanto propagandato da una chiesa post tridentina impegnata a fare della sobrietà e del rigore dei costumi la sua bandiera, offriva tutte le opportunità che una giovane coppia poteva desiderare. Ma era una felicità destinata a durar poco: rimasta vedova a soli ventotto anni, Clelia avrebbe dovuto sposare Marco Pio di Savoia, marchese di Sassuolo, e quindi lasciare Roma. Ed è proprio a causa delle sue resistenze che il padre che ne ordinò il sequestro. La sera del 25 giugno 1587 fu prelevata da Roma con la forza e trascinata nella rocca di Ronciglione. L'obiettivo del cardinale non era soltanto quello di far maritare Clelia, cosa che infine gli riuscì, ma anche quello di soffocare le voci, infamanti, di una relazione clandestina tra la figlia e il cardinale Ferdinando de' Medici, suo acerrimo nemico e rivale nella lotta, fallimentare per entrambi, verso il tanto agognato soglio pontificio. Ecco, il libro racconta anche questo: come si costruisce una notizia, o, se si vuole, come si falsifica una notizia, come si costruisce una reputazione e come la si demolisce. C'è tutt'altra storia parallela a quella ufficiale dei matrimoni, delle nascite e dei lutti, una storia che si svolge nell'ombra, come fiume carsico composto da voci, informatori, spie, libelli, pettegolezzi, che ogni tanto emerge incidendo prepotentemente sui fatti. Clelia fu vittima anche di questo, non senza aver tentato di ribellarsi fino all'ultimo. Ma, ci si potrebbe chiedere, la sua lotta e in fondo anche la sua débâcle, la sua capacità di adattarsi all'inaccettabile fanno di lei un personaggio eccezionale, un caso limite? Certamente, nella ricostruzione mirabile e rigorosa che Fragnito ci restituisce della sua vita, emergono moltissimi particolari sulla vita quotidiana, sulla salute, sulle gravidanze, sul rapporto tutt'altro che distaccato o anaffettivo tra genitori e figli, che fanno di Clelia una donna del suo rango, ma al tempo stesso una donna come tante altre. Per altri aspetti, quelli più clamorosi, la sua vita ha qualcosa di romanzesco, su cui Fragnito, da storica, si guarda bene dall'indulgere. E tuttavia gli ingredienti, quelli che Vladimir Propp definiva i tre o quattro elementi su cui si costruisce una fiaba, ma più in generale una storia, ci sono tutti, ed escono per così dire esaltati proprio dalla forma saggistica, là dove la realtà, come talvolta succede, supera il romanzo. Una fanciulla orfana (della madre non si sa nulla) e illegittima obbligata a confrontarsi con una realtà dura e impietosa; una figlia che cerca di sottrarsi alla prepotenza del padre ma che, a differenza Pelle d'Asino o Biancaneve, finisce per accettare il suo destino; due rivali che si fronteggiano, il cardinale Farnese, vero protagonista della storia, e il cardinal de' Medici, il suo antagonista. E tutto questo non è nella fantasia, ma era nei documenti, andava tirato fuori, e Fragnito ha saputo farlo magistralmente interrogandosi continuamente sui lati oscuri della vicenda, sul senso di alcune frasi enigmatiche, su una verità che sfugge talvolta alla comprensione, cercando di fronteggiare i vuoti lasciati inevitabilmente dalle fonti. E se i romanziere li colma inventando, lo storico ha il compito talvolta ingrato, di cercare comunque di capire oltre le ombre e i silenzi guidando il lettore verso questa comprensione. Rimangono aperte molte questioni, ma non perché Fragnito non abbia sondato a fondo, attraverso una vasta ricerca d'archivio, il personaggio e la sua storia, ma perché c'è qualche cosa di inafferrabile nell'animo umano, del quale restano solo frammenti, che spesso non combaciano in un puzzle talvolta dall'incerto disegno. Ciò che emerge dal libro è un affresco vivido di un personaggio e di un'epoca, con delle parti più in ombra: ma è proprio questo il fascino inesauribile non soltanto della letteratura ma, appunto, anche della storia. Lisa Roscioni