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Luciano Canfora

Editore: Rizzoli
Collana: Saggi italiani
Anno edizione: 2008
Pagine: 318 p. , Rilegato
  • EAN: 9788817021883
Il libro è una bella e persuasiva perorazione sull'importanza del rigore filologico come indispensabile premessa per la ricostruzione della storia, e insieme una sottile, avvincente disquisizione sui confini, spesso difficili da tracciare, ma non per questo labili, tra vero e falso. Canfora parte, come gli è solito, da lontano e ci guida con mano sicura attraverso le peripezie della falsa lettera di Pausania a Serse innestata su un nucleo autentico, la fortuna del discorso di Demostene "inventato" da Didimo, il falso testamento di Bruto.
Si sofferma poi per quasi un quarto del suo libro sulla vicenda del cosiddetto "testamento di Lenin", o meglio della sua lettera indirizzata al XII congresso del Partito comunista bolscevico (aprile 1923). Con un'indagine serratissima e avvincente mette in questione l'autenticità del documento nella forma in cui fu resa nota l'anno successivo, dopo il XIII congresso. Svela l'ambiguità lessicale dell'originale russo, che permise una serie di traduzioni assai diverse, di volta in volta (ma forse non sempre consapevolmente) piegate alla mutevole congiuntura politica e usate come armi affilatissime nella lotta politica senza quartiere tra maggioranza e opposizione del partito russo. La tesi di Canfora è che il messaggio dettato da Lenin alle sue segretarie fra il 23 e il 25 dicembre (quello che tra l'altro chiedeva senza mezzi termini la sostituzione di Stalin come segretario del partito) fu fatto leggere da una di loro proprio a Stalin, il quale avrebbe fatto manipolare abilmente il testo delle copie da consegnare in archivio. Benché questa manipolazione sembri provata solo per una parte del messaggio, quella dettata il 23 dicembre, Canfora ritiene che essa sia stata operata anche sulla frase più compromettente, quella che – comunque sia stata poi stravolta nelle traduzioni e versioni successive – faceva riferimento al "non bolscevismo" di Trockij e all'atteggiamento incerto di Kamenev e Zinov'ev alla vigilia della Rivoluzione d'ottobre.
L'analisi filologica di Canfora è come sempre tanto dotta quanto brillante: ciò non toglie che la sua ipotesi poggi le fondamenta soprattutto sull'intervista rilasciata dalle segretarie di Lenin a uno scrittore sovietico, che intendeva scrivere un romanzo sugli ultimi mesi di vita di Lenin. Siamo dunque di fronte, in questo caso, a indizi significativi, ma non a una prova. Ed è proprio questo che molti – compreso chi scrive – avevano pensato della pretesa falsificazione delle lettere inviate il 10 febbraio 1928 da Ruggero Grieco a Gramsci, Terracini e Scoccimarro, detenuti in attesa di giudizio del Tribunale speciale. Canfora avanzò per la prima volta la tesi del falso nel 1989, in un saggio di una quarantina di pagine, sostenendo che la missiva era stata intercettata dalla polizia e sostituita con una abilmente ricopiata e contenente elementi volutamente compromettenti per gli imputati. Esposta in questa forma, la tesi lasciò perplessi. Ma di fronte all'impressionante arsenale di argomentazioni di forma e di contenuto che Canfora mette in campo nel suo nuovo libro, la mia impressione è che ci si debba ricredere e dargli ragione.
Troppi elementi vanno nella direzione del falso: il ricorrere di imitazioni malriuscite, specie nelle maiuscole, della calligrafia di Grieco, gli errori di ortografia nei nomi stranieri, numerose sviste del copista che falsano o rendono oscuro o incomprensibile il significato di molte frasi, e soprattutto l'incongruità e la rozzezza di molti passi concernenti l'analisi della situazione internazionale e della condizione degli altri partiti comunisti. Un falso – ed è questo l'elemento più convincente – "innestato" sulle lettere vere, che vennero abilmente "farcite" con aggiunte spesso non prive di verosimiglianza, e furono consegnate ai destinatari in copia fotografica, così che era più difficile coglierne la non autenticità. In questo tipo di analisi Canfora è maestro e non si può pretendere di rivaleggiare sul suo terreno, anche se a volte, per amore della sua tesi, sembra spingersi persino troppo in là: per dimostrare la falsità della lettera a Gramsci, per esempio, non avrebbe bisogno di ritenere inattendibile la dura critica dello "pseudo-Grieco" alle illusioni parlamentaristiche del Partito comunista francese (dal momento che questa non era certo esclusiva delle opposizioni trotzkiste ma ricorreva, per esempio, anche in una lettera che Togliatti scrisse a Jules Humbert-Droz il 29 giugno del 1927). In ogni caso, però, alla fine del libro, davvero riesce difficile non essere convinti che le lettere scritte per i tre detenuti fossero proprio un falso: messo insieme probabilmente da mani diverse (questurini di qualche livello culturale, funzionari comunisti dal linguaggio meno sofisticato reclutati come agenti provocatori, esperti copisti).
Con quale scopo? Canfora ipotizza che, al di là del tentativo – ovviamente riuscito con Gramsci – di seminare sospetto e zizzania tra i dirigenti comunisti, l'obiettivo fosse quello di sabotare le trattative in corso tra Mosca e Vaticano per lo scambio di Gramsci e Terracini con alcuni sacerdoti imprigionati in Urss: le lettere (non casualmente recapitate a loro, ma non a Scoccimarro, che dalla trattativa restava fuori) avrebbero contribuito ad aggravare la posizione dei tre denunciati al Tribunale speciale (cosa che fu fatta notare a Gramsci anche dal giudice istruttore Macis), non tanto presentandoli come esponenti di primo piano del partito (fatto ovvio), ma come dirigenti del partito ancora attivi, collegati con l'esterno, tenuti al corrente delle questioni politiche più rilevanti: ed è un'ipotesi tutt'altro che campata in aria. Detto per inciso, questo argomento porta un colpo durissimo alla tesi ricorrente che vuole Togliatti ordire e complottare contro Gramsci per tenerlo in galera, tesi che gode di larghissima popolarità, tanto da essere stata fatta propria recentemente anche da "persona non informata dei fatti" come Dario Fo: chi voleva che Gramsci stesse in galera erano i vari Nudi e Bocchini, che agivano agli ordini di Mussolini e di lui solo.
Si può anche concordare con Canfora che, scrivendo la lettera, Grieco, seppur mosso dall'intento di verificare fino a che punto era possibile mantenere un contatto diretto con i detenuti, abbia commesso una grave imprudenza, forse lasciandosi trascinare dal suo temperamento impetuoso, come sembra confermare anche un'altra sua lettera a Scoccimarro alla vigilia del processo, che non fu spedita: spavalda, e anche nobile sul piano morale, ma poco consona agli interessi degli imputati. Imprudenza grave, dunque: forse peggio che "leggerezza" cospirativa, ma non certo un'azione compiuta con dolo, e nemmeno – come invece dice Canfora – "rovinosa": possiamo seriamente dubitare che senza le lettere le pene comminate agli imputati sarebbero state tanto meno gravi? Non dimentichiamo che a giudicare non era una magistratura ordinaria ancora sfiorata da qualche scrupolo giuridico, ma il fascistissimo Tribunale speciale.
Il fatto è che la comunicazione di Grieco fece su Gramsci un'impressione molto più negativa che su Terracini, e mi pare difficile non ammettere che l'ipersensibilità di Gramsci sulla questione fosse da attribuire a quella "trasformazione molecolare" dovuta alla privazione della libertà che tanto lucidamente egli descriveva a Tanja (certamente riferendosi anche a se stesso). Non si manca di rispetto alla sua memoria ammettendo che le sue condizioni nervose andarono nel tempo deteriorandosi al punto da trasformare in una vera e propria ossessione quella che all'inizio era stata una irritazione. E, del resto, chi mai sarebbe stato quel qualcuno che manovrava le fila? Togliatti, mostra efficacemente Canfora, sembrerebbe essersi volutamente tenuto fuori dalla vicenda, al punto da attirarsi le critiche di Terracini per la sua riluttanza a scrivere. Ma di chi se non di lui sospettava Gramsci? E non è questa – proprio nell'ottica di Canfora – una prova che su questa vicenda aveva perso il contatto con la realtà?
Su un ultimo punto, pur apprezzando fino in fondo la formidabile fatica di Canfora, mi trovo in dissenso con lui: sull'ingenerosità a tratti quasi acrimoniosa con cui tratta Paolo Spriano, che fu il primo a rinvenire le fotografie delle lettere famigerate. Spriano può non essere stato sempre un esempio di scrupolo filologico: ma mi sembra un po' tendenzioso accusarlo di essersi barcamenato in una posizione ambigua e ondivaga per ragioni di partito, quando fu il primo ad affrontare tutta l'intricata questione con serietà e onestà intellettuale.
Aldo Agosti