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Plinio il Vecchio

Editore: Einaudi
Collana: I millenni
Anno edizione: 1984
Pagine: 996 p. , ill.
  • EAN: 9788806577292

(recensione pubblicata per l'edizione del 1985)
recensione di Pennacini, A., L'Indice 1986, n. 8

È apparso alla fine dell'anno scorso il secondo tomo del terzo volume della "Storia naturale" di Plinio tradotta in italiano con testo latino a fronte: un'edizione assai bella e accuratissima, corredata di ogni sussidio offerto dalla contemporanea filologia e scienza dell'antichità, curata da Gian Biagio Conte con la collaborazione di un'équipe di capaci latinisti. L'intera opera prevede cinque volumi, così distinti: I Cosmografia e geografia (libri I-VI), II Antropologia e zoologia (VII-XI), III Botanica (XII-XXVI), IV Medicina e farmacologia (XXVIII-XXX), V Mineralogia e storia dell'arte (XXXIII-XXXVII).
Il primo volume di questa edizione uscì nel 1982: nella prefazione Italo Calvino indica alcuni lineamenti caratteristici del pensiero di Plinio, che un lettore moderno colto e intelligente scopre forse più facilmente di uno specialista; fondamentale per comprendere la "Storia naturale" - di passaggio: il titolo "Storia naturale" è una traduzione tradizionale ma erronea, in realtà "Naturalis Historia" trascrive il greco psusikh' istorìa che arriva da Platone, Aristotele e Teofrasto e significa "Ricerca e conoscenza della natura", cioè "Scienza naturale" - e per comprendere in generale la scienza degli antichi è l'osservazione che Plinio attribuisce al sapere un carattere impersonale escludendo l'originalità individuale; infatti l'opera contiene l'amico sapere sociale, fondato sulle idee comuni. Altra osservazione preziosa: Calvino avverte in Plinio l'intuizione che la specificità dell'uomo si definisce in relazione alla presenza della cultura, che si aggiunge alla natura modificandola, o, se si preferisce, che la vera natura dell'uomo è la cultura o, ancora, che la cultura è la natura acquisita. Queste due osservazioni indicano due vie maestre per leggere e studiare la "Storia naturale" e in generale la scienza degli antichi: la nozione di sapere pubblico, comune, sociale e l'idea che la natura dell'uomo, la sua interna forma o struttura, ciò che fa l'uomo, è la cultura. Una lettura storica dell'opera riceverà a sua volta lume dall'annotazione di Calvino sull'ambizione, che vi si avverte, di costituire l'inventario del mondo, ambizione alimentata dall'ansia della completezza; da cui discende la fortuna che essa ebbe nel medio evo, quando dai tesori di notizie ivi accumulate (Plinio stesso nella lettera di dedica all'imperatore Tito ricorda che un amico diceva che l'opera non consisteva di libri, ma di magazzini) e in particolare dalla descrizione dei prodigi e delle meraviglie (per Plinio sono gli scarti dalla norma) si formarono i bestiari immaginari e la zoologia descrittiva.
Questa grande somma delle scienze dell'Europa pagana nacque alla fine del primo secolo, cioè nel nono secolo dalla fondazione di Roma, in una situazione culturale e politica nella quale la conoscenza pareva avere raggiunto dei limiti insuperabili e la specializzazione cominciava ad essere avvertita dall'intellettuale medio come una minaccia; per converso il potere mondiale dell'impero romano garantiva circolazione e fruizione universale del sapere.
Plinio, uomo serio, ci ha lasciato l'elenco delle fonti, cioè la bibliografia degli autori da cui ha tratto il materiale esposto nell'opera: più di duemila volumi di oltre cinquecento autori latini e greci: la sua è - vuol essere - opera di scienza, non di fantasia o d'immaginazione. Non si tratta peraltro di un'enciclopedia pratica, contenente manuali destinati alle varie arti e attività, bensì di una enciclopedia culturale, concepita per coprire tutto il versante scientifico della cultura generale che nell'età di Plinio una persona colta doveva possedere; il versante umanistico era stato coperto più di cent'anni prima da Varrone con i "Disciplinarum libri IX", comprendenti grammatica retorica dialettica aritmetica geometria musica e astronomia.
Oggetto dell'indagine e della rassegna di Plinio sono sia i fenomeni naturali sia i procedimenti con i quali l'uomo sfrutta e modifica la natura: quindi scienza e tecnica.
Collocata nella società imperiale del primo secolo e per così dire confrontata con i lineamenti culturali, sociali, politici del tempo la "Storia naturale" appare un efficace e significativo intervento diretto a costituire un corpo di conoscenze da conservarsi e da trasmettersi sia alle generazioni future sia ai ceti allora emergenti. Nel corso del primo secolo si affacciano alla direzione dello stato i notabili dell'Italia e delle province di già affermata romanizzazione o profondamente colonizzate dai Romani: Spagna, Provenza, Gallia Cisalpina (cioè Italia settentrionale). Sono questi appunto i ceti, i gruppi sociali ed etnici emergenti, cui si dirigono le opere che riuniscono le conoscenze e i valori costituenti l'esito storico della costruzione dell'identità nazionale romana. Accanto ai "Disciplinarum libri" di Varrone si collocò poco più tardi l'"Eneide " di Virgilio, che tanto durò nei secoli che seguirono perché apparve come una summa del mito e della protostoria di Roma, ma anche dei fondamentali valori dell'etica individuale e nazionale dei Romani. Queste grandi opere sono state composte per raccogliere e trasmettere conoscenze e tecniche il cui possesso era giudicato essenziale per la continuazione della civiltà e della società; esse, come la "Divina Commedia" per la società cristiana italiana medievale, riassumono la cultura di un'età e di una società; questi motivi ne promossero la straordinaria diffusione e durata in età classica, tardo-antica e nel medio-evo. Non sembra tuttavia che le persone colte - gli autori - ritenessero prossima e inevitabile la fine della civiltà e della società civile; piuttosto vedevano problemi di integrazione di gruppi, di ceti, di popolazioni.
La concezione della natura che ispira e guida Plinio (quella comunemente accolta nella società antica e legittimata dalla teorizzazione che ne fece Posidonio di Apamea al tempo di Varrone e di Cicerone) è antropocentrica e antropomorfa: il mondo è un sistema fondato sulla solidarietà e integrazione di natura e cultura, dove in realtà la prima è modellata sulla seconda; al centro sta l'uomo, destinatario primo dell'azione benevola della natura e dei suoi messaggi, veicolati da cose e fenomeni (prodigi, apparizioni, portenti). Il pensiero scientifico greco considerava l'ordine naturale indipendente dall'uomo e dalle vicende umane; ma Plinio trasmette il sapere scientifico e tecnico comune, fondato sulle idee correnti.
Secondo questo sapere comune e stoico la natura gratifica l'uomo di doni e benefici, è provvida dispensatrice di beni, ha creato e produce ogni cosa per l'uomo, ma anche lo ammaestra ponendogli dei limiti e punendolo quando per avidità, per temerità viola e sfida le leggi e l'ordine della natura. Si riaffaccia qui un'antichissima concezione religiosa della natura e dei rapporti dell'uomo con essa, che vede in qualsiasi operazione tecnica, agricola o mineraria, una violazione dell'ordine e dell'equilibrio naturali, da espiarsi con appositi riti religiosi: propiziarsi Silvano prima di tagliare il bosco, chiedere perdono alla terra prima di ararla; concezione antichissima, perpetuata in una cultura pastorale e gentilizia, cui si ispirò l'ostilità dei grandi filosofi spiritualisti verso la tecnologia: Platone, ma anche, ai tempi di Plinio, Seneca. La tecnologia altera l'ordine delle cose e del mondo: i nobili e i filosofi disprezzano e condannano l'attività artigianale, perché artigiani e commercianti osano modificare con opere e con strumenti la condizione originaria del mondo: con le navi congiungono le terre che il mare aveva separato, con le pale dividono gli istmi aprendo la via al mare. Questa avversione assunse anche storicamente la forma del disprezzo dei nobili, che vivevano di pastorizia e di agricoltura estensiva (infatti erano latifondisti) verso i plebei arricchiti con l'industria e la mercatura. Ciò che si discosta dalla natura è mostruoso; se lo scarto dalla norma di natura è stato prodotto da un consapevole intervento dell'uomo, allora vi è empietà.
La natura, violata, violentata e sforzata, cessa di comportarsi benevolmente verso l'uomo e giunge ad ucciderlo: scavare gallerie sotto ai monti per trarne metalli è un atto empio, più empio dell'impresa dei Giganti ribelli, che per assaltare l'Olimpo posero il monte Ossa sul Pelio, ma vennero ributtati da Giove e dagli altri dèi e ricacciati nel ventre della terra che li aveva generati (come Lucifero fu precipitato da Dio giù dal cielo nell'inferno); le gallerie improvvisamente franano e travolgono i minatori uccidendoli; gli uomini temerariamente mancano di rispetto alla terra e con le loro empie opere la fanno diventar cattiva: tanto nocentiores fecimus terra! La condanna non colpisce le attività e gli uomini che si avvalgano senza prepotenze e violazioni dei beni largiti naturalmente dalla terra: vi sono usi pii dei prodotti e delle sostanze, per esempio nella medicina e in altre arti; mentre la metallotecnica è macchiata di una colpa originaria, quella di alterare l'ordine naturale portando alla luce del sole ciò che naturalmente sta nelle viscere della terra.
La "Storia naturale" di Plinio, dopo la produzione enciclopedica di Varrone, anteriore di più che un secolo, e quella di Celso (retorica, filosofia, diritto, agricoltura, arte militare e medicina), anteriore di una quarantina d'anni, mostra che le scienze e le tecniche nella seconda metà del primo secolo erano ormai considerate parte della cultura generale e che le lettere o discipline umanistiche non erano giudicate più sufficienti a rappresentare compiutamente il sapere umano, n‚ a descrivere l'intera realtà.