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Stranieri e disuguali. Le disuguaglianze nei diritti e nelle condizioni di vita degli immigrati

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2013
Pagine: 405 p., Brossura
  • EAN: 9788815246431
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  Stranieri e disuguali è una ricca e stimolante raccolta di saggi, esito del quarto rapporto dell'Osservatorio sulle diseguaglianze sociali, il cui filo conduttore è l'analisi delle differenze tra stranieri e italiani, così come tra i diversi segmenti della popolazione straniera. L'obiettivo dichiarato e conseguito del libro, è offrire ricostruzioni documentate sull'essere stranieri in Italia, rispetto a diverse dimensioni fondanti il vivere sociale ‒ il lavoro, il reddito e la ricchezza, il rischio di povertà, la condizione abitativa, la salute, il contributo al finanziamento pubblico e l'accesso al welfare locale ‒ al fine di offrire chiavi di lettura per riflettere sulla popolazione straniera e quindi anche sulla società italiana e le sue disuguaglianze. Come sempre, l'esito del lavoro è in parte plasmato dalle decisioni consapevolmente prese dalle autrici e dagli autori, le quali possono essere qui sinteticamente ricondotte a scelte terminologiche, di metodo e di prospettiva. Partiamo dalle prime. Come sottolineano nell'introduzione la curatrice e i curatori, nelle pratiche discorsive prevalenti le parole "stranieri"e "immigrati", sono usate come sinonimi intercambiabili, laddove in realtà vi sono stranieri che non possiamo considerare immigrati e immigrati che non sono più stranieri: nel primo caso il riferimento è alle cosiddette seconde generazioni, vale a dire alle persone nate in Italia o qui arrivate nei primi anni di vita; nel secondo a coloro che sono riusciti a ottenere la cittadinanza italiana o perché residenti di lungo periodo (pochi), o perché sposati con persona autoctona o, ancora, perché discendenti di cittadini italiani a loro volta precedentemente emigrati all'estero. "Stranieri"e "immigrati", dunque, come parole distinte e qui scelte e utilizzate in modo consapevole. "Immigrati" e non "migranti", termine che ha trovato crescente favore e diffusione negli ultimi dieci anni a partire dalle suggestioni di Abdelmalek Sayad (La doppia assenza, Raffaello Cortina, 2002), il quale ci ricorda che l'immigrato porta con sé la sua storia ed è sempre anche un emigrante, in quanto "Immigrazione qui ed emigrazione là sono le due facce indissolubili di una stessa realtà". In Stranieri e disuguali, tuttavia, si parla sempre e solo di immigrati, e non di migranti, forse per ribadire che lo sguardo lungo tutto il percorso è qui, in Italia. Questa scelta, peraltro mai esplicitata, potrebbe anche avere un nesso con le altre due: occuparsi solo di immigrati regolarmente residenti, attraverso analisi di tipo quantitativo; leggere la popolazione straniera come segmento normalee integrante della società. Le ragioni addotte a giustificazione del perché occuparsi solo di stranieri regolarmente residenti, sono di natura metodologica: le persone irregolari e clandestine sono di fatto esposte al rischio di esclusione rispetto all'accesso ai diritti e, in quanto tali, non sarebbero state funzionali all'obiettivo di mettere a confronto popolazione italiana e straniera per verificare l'esistenza di eventuali disuguaglianze. Regolari, da un lato, e irregolari e clandestini, dall'altro, rappresentano sotto-segmenti tra loro eterogenei per i quali, in una prospettiva di analisi degli accessi differenziali alle risorse, è opportuno ricorrere a quadri concettuali e interpretativi differenti. Del resto, pongono in evidenza la curatrice e i curatori, gli stranieri legalmente residenti nel nostro paese rappresenterebbero il segmento maggioritario della popolazione straniera con oltre quattro milioni di persone, una porzione dunque consistente che, sebbene non esaurisca l'eterogeneo scenario dei mondi migranti, ne ricostruisce una realtà quantitativamente, oltre che qualitativamente, rilevante. La terza scelta riguarda il tipo di sguardo adottato, teso a riflettere sulla popolazione straniera ‒ sfaccettata ed eterogenea al proprio interno ‒ come segmento finalmente normale e integrante della società italiana. Si tratta di una prospettiva in controtendenza rispetto a una visione emergenziale del fenomeno da sempre dominante nel discorso pubblico, funzionale alla riproduzione di due retoriche opposte e complementari, e dunque "reciprocamente rassicuranti": quella dell'invasione, alimentata dalle immagini dei barconi, che hanno plasmato, nel corso dei decenni, il nostro immaginario divenendo tòpos e rappresentazione; quella della solidarietà. Leggere l'immigrazione in termini di fenomeno esterno alla società ricevente, in quanto frutto di eventi contingenti non previsti e non desiderati, significa non dotarsi degli strumenti idonei alla comprensione non solo dei fenomeni migratori in sé, ma anche della società italiana e delle diseguaglianze che la attraversano. I risultati delle analisi delle diverse dimensioni del vivere sociale, illustrati nei diversi capitoli, convergono verso uno scenario composito il cui filo conduttore sembra essere lo svantaggio complessivo della popolazione straniera rispetto a quella italiana. Essere stranieri immigrati implica un maggiore rischio di povertà e retribuzioni sistematicamente più basse, diseguaglianza questa ultima che ha inevitabili ricadute anche su altri fattori, come, ad esempio, la condizione abitativa. Tuttavia, avvertono Claudio Daminato e Nevena Kulic, il disagio abitativo dipende solo parzialmente dalle condizioni economiche, poiché il mercato immobiliare pone in essere pratiche discriminatorie che agiscono definendo criteri di desiderabilità (quali inquilini per quali quartieri) e tariffari differenziali. Le case dedicate agli stranieri, infatti, sono sistematicamente di qualità inferiore e più care e alcuni gruppi nazionali (filippini e sudamericani in genere) pagano, tendenzialmente, di più. Il gap tra stranieri e italiani tende a ridursi nel passaggio tra le generazioni, senza peraltro mai annullarsi, come se ci fosse una soglia implicita, una barriera invisibile che impedisce agli immigrati di essere, sentirsi e apparire sullo stesso piano degli italiani. L'unica dimensione rispetto alla quale con l'anzianità migratoria gli stranieri sembrano ridurre la distanza con gli italiani ma, paradossalmente, in senso peggiorativo, è quella della salute (si veda il capitolo di Teresa Spadea, Luca Fossarello, Luisa Mondo e Giuseppe Costa). Gli immigrati inizialmente godono di un vantaggio legato ai due fenomeni conosciuti in letteratura, come l"effetto del migrante sano" e l' "effetto salmone", meccanismi autoselettivi sia in ingresso (partono le persone più sane), sia in uscita (gli ammalati tornano a casa per curarsi o per morire), che fanno sì che appena arrivati i migranti siano mediamente più sani degli autoctoni. Con il tempo, tuttavia, aumentano i fattori di rischio – acculturazione, povertà e "effetto migrante esausto" – e l'"effetto migrante sano" tende a scemare. Fermo restando lo svantaggio complessivo delle persone immigrate e straniere rispetto agli italiani, le autrici e gli autori sottolineano la presenza di differenze e disuguaglianze significative anche tra i diversi segmenti della popolazione straniera, le quali dipendono da caratteristiche sia individuali (genere, colore della pelle, provenienza, generazione, istruzione) sia strutturali. Rispetto a queste ultime, svolgono certamente un un ruolo di rilievo il quadro normativo (Tiziana Caponio), le politiche locali (Andrea Stuppini), il sistema produttivo, i sistemi di welfare, in un contesto come quello italiano nel quale, tuttavia, le differenze territoriali continuano a declinare diversamente le disuguaglianze. Come scrivono provocatoriamente Irene Ponzo e Roberta Ricucci: "rispetto all'accesso ai due settori di welfare analizzati (n.d.r. politiche abitative e servizi per la prima infanzia), risulta più svantaggiato un italiano a Napoli che uno straniero a Modena o a Torino". La curatrice e i curatori del libro, chiudono la loro introduzione suggerendo una sostanziale coincidenza tra i meccanismi e i fattori di svantaggio che disegnano le diseguaglianze tra popolazione straniera e italiana e tra italiani. Pur cogliendo la portata innovativa di un simile approccio, funzionale anche a rompere con la già discussa consuetudine a leggere l'immigrazione in termini di fattore esogeno e traumatico, ritengo che forse sarebbe più prudente parlare di similitudine o di punti di contatto. Come scrive Tiziana Caponio, la disuguaglianza, infatti, è anche un prodotto della società e degli atteggiamenti discriminatori che la stessa pone in essere, e quindi rimane importante non dimenticare il ruolo dei processi di costruzione sociale dello straniero e della straniera come altro/a da noi, di cui non soffrono le componenti svantaggiate della popolazione autoctona. Stranieri disuguali e differenti, dunque, ma anche segmento normale e integrante della società italiana.   Emanuela Abbatecola