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Le streghe di Lenzavacche
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Le streghe di Lenzavacche - Simona Lo Iacono - copertina
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Le streghe di Lenzavacche Simona Lo Iacono
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Descrizione

Vincitore del Premio Letterario Chianti 30ma edizione - 2017

Le streghe di Lenzavacche vennero chiamate nel 1600 in Sicilia un gruppo di mogli abbandonate, spose gravide, figlie reiette o semplicemente sfuggite a situazioni di emarginazione, che si riunirono in una casa ai margini dell' abitato e iniziarono a condividere una vera esperienza comunitaria e anche letteraria. Furono però fraintese, bollate come folli, viste come corruttrici e istigatrici del demonio. Secoli dopo, durante il fascismo, una strana famiglia composta dal piccolo Felice, sua madre Rosalba e la nonna Tilde rivendica una misteriosa discendenza da quelle streghe perseguitate. Assieme al giovane maestro Mancuso si batteranno contro l'oscurantismo fascista per far valere i diritti di Felice, bambino sfortunato e vivacissimo.
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E/O
2016
3 marzo 2016
151 p., Brossura
9788866327233

Valutazioni e recensioni

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luigina
Recensioni: 5/5

Interessante, fantasioso, pieno di tensione e passione da quella amorosa al coraggio di essere se stessi. Scrittura alta e raffinata. Trovo bellissimo l'amore di Alfredo il maestro, per i libri: " ...."a me piacciono quelle carte con le orecchie, imperfette e putride dei segni d penna. Non levigo mai la pagina, non la voglio né liscia né pulita.... Lancio segnali, sottolineo parole, prendo appunti a margine e odoro la stampa fino a inalarne un gusto polposo, aspro. I miei libri sono creature vive sporche e sobbalzanti come un gatto di strada...." Pagina di una bellezza esaltante. Trovo che non sia un libro per tutti ma lo raccomando senza indugi.

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Lorena
Recensioni: 4/5

"Sentimi Felice, ti sussurra all'orecchio, futtatinni, futtatinni e futtatinni, pensa a mangiare, pensa al groviglio fantastico di gambe che si muovono sotto le mutande, pensa sempre alle donne, a quel loro regno sconosciuto di calze e bottoni che si slacciano, pensa alla notte che scende sui loro capelli accunzati...L'amore, Felice, l'amore protervo e affamato, quello che devi farti arrivare in cima da lontanissime profondità, e risvegliarti di purezza, anche se lo subisci, Felice, ma lo restituisci accussì... Sentimi, Felice, anche quando ti dicono è peccato, non ci credere cercalo, l'amore, attraversalo, pianta quei tuoi occhi che vedono storto, e le mani sghembe, le gambe al contrario.Pianta tutto dentro di lei , tocca quello che puoi, coppe, ricami e rossori. Ama, e se puoi fumati pure una sigaretta" In Le streghe di Lenzavacche, Simona Lo Iacono ci trasporta con magia in un viaggio meraviglioso che attraversa i secoli e le tradizioni. Partendo dalla storia delle Streghe di Lenzavacche, donne vissute nel '600 che decidono di vivere in castità senza uomini, perciò additate come streghe, e arrivando al 1938 anno in cui le vite di Felice (ragazzo speciale), nato dall'amore tra Rosalba e un arrotino di passaggio, della nonna Tilde, il dottore Mussumeli, si intrecciano con quella del giovane maestro Alfredo. Alfredo si lega in maniera indissolubile a Felice creando un legame unico con lui e la sua strana famiglia tutta al femminile, fregandosene dei pregiudizi. In una Sicilia ricca di magia, castigata, pronta a giudicare, religiosa e allo stesso tempo pagana, piena di contraddizioni. Ne esce un romanzo che ti cattura, che ti prende nella sua spirale e non ti lascia più perchè ci sono libri che ti restano addosso, sulla pelle, nel cuore e Le Streghe di Lenzavacche di Simona Lo Iacono è uno di questi.

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Sonia P.
Recensioni: 5/5

Dedicato a chi è "diverso", a chi non si accontenta di seguire la strada più battuta della morale comune. Raccomandatissimo.

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Recensioni

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La recensione di IBS


Candidato al Premio Strega 2016. Presentato da Paolo Di Stefano e Romana Petri.

In una Sicilia viziosa e ipocrita, dove c’è sempre qualcuno pronto a giudicare, Felice e il Maestro Mancuso diventano un simbolo di coraggio e fantasia, il segno concreto di una rinascita possibile.

Nasce da un utero sacro e magico, Felice. Nasce nell'olezzo di ibiscus, cardamomo e valeriana. È il figlio di un arrotino senza nome, di un amore bruciato sotto le stelle, un amore illegittimo che si è consumato senza chiedere permesso al vociare di un paese avido del peccato degli altri. Muoiono presto i figli accussì mormorano le donne affacciate alle finestre quando passa Felice, dal trespolo più alto del mondo, la groppa della madre. È un bambino nato sotto una stella speciale, che lo ha voluto deforme e senza parola, ma capace di un’attitudine unica: quella di saper ascoltare le storie, di averne una sete bruciante. Venuto al mondo a Lenzavacche, un minuscolo paese di quella che era una Sicilia ipocrita e licenziosa negli anni neri del fascismo, Felice non è additato come diverso solo per le sue forme amorfe e mostruose. Il nascituro viene da una famiglia composta da sole donne e marchiata da secoli come una famiglia di streghe: un tempo Lenzavacche aveva accolto un gruppo di donne, spose abbandonate, donne gravide, vittime di stupri o incesti, figlie e sorelle ripudiate, sputate, offese. Insieme avevano iniziato a vivere in una comune, aiutandosi a vicenda e unendosi in una congregazione di autosostegno. Tante donne tutte insieme, capaci di autogestirsi senza l'aiuto di uomini, alzarono un polverone di dicerie in paese, diventando in poco tempo, per l'opinione pubblica, demoni, forze corruttrici e reiette, pericolose per lo spirito e per la carne. Donne da ardere vive e rimandare al centro della terra.

E proprio dal centro della terra, da quel nucleo infuocato di dannate, discende la famiglia di Felice. La madre, Rosalba, giovane puerpera senza un marito, scandalo dell’intero villaggio, cammina a testa alta davanti agli sguardi di chi, masticando veleno, predica a gran voce che un figlio deforme è una punizione di Dio. La nonna, Tilde, forza della natura e portento di donna, bofonchia tutto il giorno nomi astrusi, passando da un’erba all’altra, da un’imprecazione a un’antica litania in latino, pur di aiutare il nipote a crescere a mento alto, pur di trovare una soluzione ai suoi arti molli. Tilde, Rosalba e Felice sono una famiglia atipica e per loro non c'è posto negli anni in cui una sola razza, pura, sana, forte e mediterranea deve conquistare la società perfettamente disegnata dal regime. Quale futuro può avere un bambino di siffatte forme, senza un uomo in famiglia, cresciuto da due streghe?
Ma Tilde e Rosalba, insieme al farmacista Mussumeli, amico di famiglia e Don Giovanni dall’animo nobile e giusto, combattono con le forze e con il sangue, per ottenere la più forte e la più antica richiesta dell'umanità, quel grido di secoli lontani che porta il nome di giustizia. Giustizia come fuoco fatuo, dai contorni sbiaditi, per tutte quelle donne bruciate negli echi di strazi millenari, per tutto quel sangue versato in nome di un dio che mai avrebbe comandato una tale carneficina. Giustizia per il peso di un peccato segnato nella carne, nelle vesti, per un paese che non accetta e non accoglie. Giustizia per un bambino innocente che nato in un corpo malfatto, porta dentro di sé tutta la meraviglia e le voci del mondo, in due occhi vivi che guizzano a ogni racconto, a ogni storia che custodisce le voci dell’universo, in ogni luogo in cui Rosalba lo accompagna per mostrargli la vita, dalle ville alle case di tolleranza, dalla strada al mercato, dalle ombre amorfe sui muri, proprio come lui, riflesse da un pupo:

Lo faceva muovere sotto i tuoi occhi strabiliati, che si accendevano di una felicità primitiva, disperata, incomunicabile al resto del mondo, una specie di ruggito finale, come se in quel pupo che si dimenava senza grazia stesse il segreto dell’universo.

La storia di Felice s’incrocia con quella del maestro Mancuso, mandato a insegnare nella scuola di Lenzavacche, una scuola "giusta e fascista". Mancuso ha un solo modo di fare lezione: tira fuori i libri e inizia a raccontare storie, insegnando agli alunni la forza e il portento dell’immaginazione, indispensabile per vivere una vita da esseri umani. Ma la ferrea disciplina fascista non condivide i metodi didattici del maestro che, ben presto, rischia l’espulsione.
La vicenda del maestro Mancuso e quella del piccolo Felice sono legate da un filo remoto e indissolubile, un filo forte come le urla delle streghe di Lenzavacche, bruciate nel Milleseicento, proprio in quei luoghi. Un filo collegato al potere delle storie, quelle narrate e quelle ritrovate in un'antica lettera risalente proprio al lontano 1699...

Grazie alla vitalità del maestro Mancuso e al suo amore per la cultura, Felice può avere una seconda possibilità nella vita. Grazie alla sua stramba famiglia e ai marchingegni inventati per abbattere ogni barriera, fisica e mentale, Felice vive una vita alla luce del sole e non un destino di vergogna e sudiciume, al buio di una cantina, come toccava ai "figli del peccato" come lui.
Un gruppo atipico di personaggi che, soli, poveri e disgraziati, lottano ogni giorno per andare contro i limiti dell'ignoranza e per inseguire nella vita quel candore che spetta solo alle anime elette da un profondo senso di umanità. Un libro sul prodigio della letteratura, sulla bellezza dei libri e sull'unica vera magia, quella dell'immaginazione che permette di andare avanti, di credere, di non arrendersi:

Coltivo questa idea oltraggiosa che la letteratura possa fungere da corazza, che sia la coltre dei cento nodi, il manto del re nudo. Almeno fino a quando questa classe esisterà, fingeremo che possa salvarci.

Il racconto di Simona Lo Iacono fuoriesce da queste pagine con la forza di un portento naturale. Ha i colori della terra arsa e calda, di Sicilia, ha gli odori del basilico e dell’alloro, ha il cuore lavico di un racconto fatto di echi, ha una lingua che si modella tra un dialetto lontano e un latino romanzato.
Denso di evocazioni magiche, e senza mai perdere il contatto con la realtà, gli eventi di Lenzavacche sono intercalati da nozioni giuridiche dettagliate che precisano gli eventi sempre in bilico tra storia e profano, tra sacro e fiabesco. Una narrazione che ha il suo cuore in storie antiche, come le storie di Giufà, mormorate nella canicola di pomeriggi afosi, ai lati del cortile, mentre un’anziana nonna siciliana mastica una lingua perduta nei secoli. Simona Lo Iacono colleziona echi, leggende e colori della sua terra per raccoglierli in una piccola storia. E poi ci mette dentro i libri e la letteratura. Quella forza indomabile che è metafora della vita.

A cura di Wuz.it

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Conosci l'autore

Simona Lo Iacono

1970, Siracusa

Magistrato, presta servizio presso il Tribunale di Catania. Cura circoli di lettura e convegni letterario/giuridici. Fa parte dell'EUGIUS, l'associazione europea dei giudici-scrittori e della Società Italiana di Diritto e Letteratura (SIDL). Cura sul blog letterario Letteratitudine di Massimo Maugeri, una rubrica che coniuga norma e parola, letteratura e diritto, dal nome Letteratura è diritto, letteratura è vita. Sulla pagina culturale de «La Sicilia» tiene una rubrica fissa, dal titolo: Scrittori allo specchio.Il suo primo romanzo Tu non dici parole (Perrone 2008) ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 ha pubblicato il racconto lungo scritto a quattro mani con Massimo Maugeri La coda di pesce che inseguiva l’amore (Sampognaro...

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