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Sandro Gerbi, Raffaele Liucci

Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Anno edizione: 2006
Pagine: XVIII-391 p. , Brossura
  • EAN: 9788806165789
L'impostazione degli autori evita la piaggeria quanto l'antipatia; si colgono nel flusso narrativo a seconda delle opzioni professionali ed esistenziali di Montanelli apprezzamenti o riserve con un metro di misura distaccato che se non pratica sconti nemmeno evita di riconoscergli originalità e indipendenza di giudizio. La griglia valutativa privilegia la produzione giornalistica alluvionale e non sempre di agevole reperibilità (è ad esempio il caso della collaborazione al foglio parigino "Nuova Italia" nel 1934 sinora rimasta in ombra per l'assenza del giornale nelle nostre biblioteche); Gerbi e Liucci si sono inoltre avvalsi di documenti d'archivio utili alla conoscenza di passaggi significativi nei rapporti intrattenuti con esponenti politici e con direttori di testate. Rimane comunque il desiderio per una pacata valutazione sulle pagine più controverse della sua produzione giornalistica di un più esteso inquadramento dei meccanismi censori e soprattutto del raffronto con corrispondenze ed elzeviri dei vari Lilli e Malaparte. Alla fase del frondismo e dell'impegno civile nel periodo badogliano seguirà a ridosso dell'armistizio la vita clandestina seguita dal tentativo di adesione al movimento partigiano sbocco di un'evoluzione a suo modo lineare anche se non irreversibile: trattato dopo la liberazione come un appestato Montanelli rivedrà le proprie idee e maturerà posizioni anti-antifasciste almeno in parte espressione del gusto di andare controcorrente.
Il curioso titolo è suggerito dalla lettera indirizzata dall'ex ministro Grandi a Montanelli nell'estate 1963 per complimentarlo di uno scritto rievocativo del 25 luglio 1943: "Tu sei riuscito a fare di questa storia che dal punto di vista giornalistico non è più originale una cosa originalissima piena di novità e scoperte scoperte anche a me stesso su cose che feci e che pensai e delle quali mi ero dimenticato e che tu hai ricordato e scoperto senza che alcuno te le dicesse. Sei uno stregone davvero". Lo stregone costruito con acribia e accuratezza filologica si legge con profitto anche per quanto racconta sulla storia dell'intellighenzia italiana; attraverso le frequentazioni e i giudizi di Montanelli s'incontrano personalità come Lajolo Longanesi Piovene Zangrandi colleghi con i quali le relazioni furono spesso tempestose con espressioni al vetriolo in grado di rilevare aspetti segreti del carattere dell'interlocutore.
Montanelli è tornato in ripetute occasioni sovente con spunti autobiografici sul rapporto tra il fascismo e gli italiani; il suo giudizio incline al ridimensionamento delle responsabilità del regime contiene tuttavia – come si desume dalle citazioni disseminate nel volume – passaggi meritevoli di riconsiderazione anche in sede storiografica: "Credere che i totalitarismi si reggano solo sulle debolezze degli uomini e specialmente dei giovani significa sottovalutarne l'immanente pericolo. Essi sanno sollecitare anche degli slanci e delle partecipazioni. Ed è qui che il bisturi andrebbe affondato per una dissezione convincente e conclusiva" (dall'articolo pubblicato sul "Corriere della sera" il 17 novembre 1963).
Il volume ripercorre anche la vexata quaestio dell'impiego dei gas nella guerra d'Etiopia con la contrapposizione negazionista alle tesi di Angelo Del Boca; conclusa nel 1995 grazie alla documentazione portata alla luce dallo storico piacentino con ammissione di errore da parte di Montanelli capace di ricredersi dinanzi a elementi di prova a lui ignoti. D'altronde da queste pagine si comprende quanto abbia contato negli anni della maturità la propensione a guardare in avanti senza sentirsi vincolato alle convinzioni e ai (pre)giudizi del passato; un'impostazione a volta seguita con eccessiva disinvoltura come nell'ergersi a paladino di personaggi – quali i due ufficiali delle SS Priebke e Saevecke – chiamati alla sbarra per crimini contro partigiani e civili: di questo specifico aspetto Gerbi e Liucci tratteranno presumibilmente nel volume sulla seconda vita di Montanelli per gli anni dal 1957 al 2001.

Il testo si conclude con l'esperienza di inviato speciale nella rivoluzione popolare ungherese dell'ottobre-novembre 1956 accadimento talmente pregnante da indurre il decano dei giornalisti reazionari (etichetta da lui coniata con civetteria autoironica) accampato in un albergo di Budapest nei giorni cruciali della sanguinosa repressione sovietica a testimoniare nei suoi scritti generosità e idealità degli artefici del movimento d'indipendenza nazionale con il risultato di scontentare in un sol colpo destra e sinistra convergenti sull'interpretazione degli eventi come rivolta borghese contro il comunismo e non già come il tentativo di opporre alla dittatura (post)stalinista il socialismo coniugato con la democrazia. Quegli articoli poi raccolti in volume sono stati letti avidamente da chi voleva conoscere non solo le dinamiche ma anche le motivazioni di eventi così dirompenti.

L'elemento che più colpisce in un'esistenza così intensa sul piano professionale è il mantenimento di un livello qualitativo elevato senza mai ridursi – come tanti altri – a una routine più o meno dignitosa; ancora nel 1994 ottantacinquenne ricomincerà da capo con la fondazione del quotidiano "La Voce" quando le ingerenze della proprietà (Silvio Berlusconi appena entrato in politica) gli impediranno di sentirsi libero nel suo "Giornale".

Montanelli ha trovato in Gerbi e Liucci quegli scrupolosi biografi sinora mancati a Giovanni Ansaldo a Luigi Barzini ad Arrigo Benedetti a Ugo Ojetti a Mario Pannunzio a Orio Vergani. Lo stregone potrà forse infastidire chi del giornalista toscano ha fatto un'icona ma è probabile che con il trascorrere del tempo il libro così solidamente costruito con sapiente uso delle fonti finirà per consolidarne la fama facendone risaltare la statura al di sopra dei giornalisti della sua generazione. L'uomo viene peraltro descritto anche nelle innegabili – e in qualche misura inevitabili – debolezze: dalle reiterate millanterie alle non infrequenti cantonate ma soprattutto viene colto nella luce del professionista di vaglia con la straordinaria capacità di praticare un giornalismo di alto livello sospinto dall'esigenza esistenziale di una comunicazione chiara e efficace in costante dialogo con la comunità dei lettori.

Mimmo Franzinelli