Su Beethoven. Musica, mito, psicoanalisi, utopia

Maynard Solomon

Traduttore: G. Zaccagnini
Editore: Einaudi
Collana: Saggi
Anno edizione: 1998
Pagine: 331 p.
  • EAN: 9788806126858
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recensione di Principe, Q., L'Indice 1998, n. 8

La bibliografia su Beethoven è sterminata e ha affrontato, in misura disuguale e non proprio equilibrata, tutti i settori della creatività beethoveniana.Ma se la personalità dell'uomo e dell'artista è stata analizzata con dovizia e spesso con acuta penetrazione e con altezza di pensiero, mettendo a nostra disposizione saggi che in alcuni casi sono veri esempi di stile, d'altro canto sentiamo la mancanza di studi che orientino sul modo di ascoltare la musica di Beethoven per un fine che non esitiamo a dichiarare ma che dopo duemila anni di morale cattolica e di "penitenzialismo" secolarizzato è giudicato quasi peccaminoso: per "godere" meglio il nostro ascolto. Insomma, scarseggiano le guide all'alto edonismo, immune da ogni considerazione utilitaristica, etica, ideologica, dietrologica.
Perciò non ci pare superflua, anzi è benvenuta e colma un'attesa, l'edizione italiana dei "Beethoven Essays" di Maynard Solomon, usciti nel 1988 nell'edizione originale americana. Solomon, che insegna a Harvard, è notissimo in Italia per la sua biografia di Mozart (Mondadori, 1996), e l'altra sua importante biografia di Beethoven (Marsilio, 1988) è un insostituibile punto di riferimento per chi voglia leggere, ora, questo libro. I saggi qui presentati furono editi in prima sede tra il 1972 e il 1984 su varie riviste americane ed europee, fra le quali "American Imago", "Beethoven Jahrbuch", "Musical Quarterly". Il saggio più importante, quello che più si addentra nell'essenza del linguaggio beethoveniano, ossia "Beethoven's Ninth Symphony", fu presentato nel 1984 come quarta delle annuali Martin Bernstein Lectures tenute alla New York University. L'impressione che si tratti di una semplice silloge, utile a fini editoriali, di scritti sparsi, ancorché di eccellente fattura, è dissolta non appena cominciamo a esplorare il libro e ne osserviamo le linee d'insieme, che sono convergenti verso un centro. Il centro del lavoro di Solomon è la volontà di offrire una via d'accesso ai misteri che la musica di Beethoven lascia lampeggiare là dove essa si avvicina al limite superiore del sublime, e di rendere quei misteri meno misteriosi, suggerendo criteri ragionevoli (se non sempre "razionali") di decodificazione.
Come scrive l'autore nella prefazione, il libro contiene quasi tutti i suoi saggi più importanti su Beethoven; essi sono soprattutto approfondimenti di questioni che investono la psiche del compositore e le circostanze biografiche e storiche della creazione. In anni recenti, l'idea che Solomon si era fatta dei rapporti tra Beethoven e la cultura romantica (noi diremmo meglio: le poetiche romantiche, al plurale) si è modificata. Quali, per esempio, le fonti letterarie e filosofiche del Maestro? Fonti, o, meglio, aggiungiamo ancora, suggestioni. Certo, nel suo "Tagebuch", mitico oggetto di venerazione per i cultori dell'arte beethoveniana, il musicista copiò, spesso approssimativamente e a memoria, passi letterari che per motivi di grafia possono risultare incomprensibili. Perciò Solomon si è immerso, per anni, nella letteratura esoterica in auge al principio del secolo XIX, e in particolare negli scritti, a lungo dimenticati, che trattavano delle filosofie e delle religioni dell'India. Forte era allora sui musicisti l'influenza di un orientalista pioniere quale fu Friedrich Schlegel. Ne emerge un significato, se non esoterico, certo segreto e quasi cifrato, che un tipo di analisi come quella condotta da Solomon rivela con tale evidenza da sorprendere spesso il lettore, appagandolo e permettendogli un'intensità e diremmo quasi un "sapore" d'ascolto che altre pur valorose indagini non rendono. Così, nel grande saggio di apertura, la penetrazione nel I tempo della Nona sinfonia registra una catena di successive rivelazioni, secondo la dialettica tenebre-luce, informe-forma, colore-linea. L'inizio del I tempo, con le quinte vuote in pianissimo che a poco a poco si aprono come un velario e mostrano l'irruzione del terrificante primo tema, prelude a "un ammasso d'indovinelli armonici, tematici e ritmici" che gradualmente verrà risolto. Ciò che pare meramente introduttivo (un inciso, un motivo appena disegnato e poi abbandonato, ciò che è lo stile dell'ultimo grandissimo Beethoven anche nelle sonate pianistiche a partire dall'op. 101 e nei Quartetti a partire dall'op. 127), si rivela poi come un'arcata fondamentale di sostegno, o come la punta di diamante che compie il lavoro più aggressivo.
Ci appariranno irrinunciabili, dopo che li avremo letti, anche i saggi su specifiche e spesso - in apparenza - marginali questioni di biografia e di carattere: le famose "zone d'ombra" quali le incertezze e, ahimè, talora le bugie o almeno le reticenze di Beethoven circa l'anno della sua nascita, le sue un po' comiche pretese di discendere da una nobile casata (mistificando il significato del "van", in realtà comunissimo nei Paesi Bassi da cui i Beethoven provenivano e tutt'altra cosa dal "von" austro-tedesco), la sua dolorosa contesa con i parenti per ottenere la tutela dell'amato nipote Karl. Risulterà fondamentale il saggio su Beethoven e la sua ricerca di una fede religiosa; squisito lo stile saggistico di Solomon nelle pagine dedicate all'identificazione dell'Immortale Amata.