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Michel Aglietta, Giorgio Lunghini

Traduttore: A. Salsano
Collana: Temi
Anno edizione: 2001
Pagine: 131 p.
  • EAN: 9788833912998

Il volume raccoglie due agili saggi sulle tendenze del capitalismo contemporaneo, largamente indipendenti l'uno dall'altro. La prima metà del libro presenta la traduzione in italiano della postfazione che Michel Aglietta ha aggiunto nel 1997 alla terza edizione di Régulation et crises du capitalisme, testo fondamentale e fondante della cosiddetta scuola della regolazione francese. La prima stesura di quel libro era stata in realtà una tesi di dottorato del 1974, che, modificata, aveva poi trovato sbocco editoriale e rapido successo nel 1976. Un testo dalle ambizioni fondamentalmente teoriche: una rilettura in profondità della teoria del valore-lavoro marxiana, articolata dapprima come teoria dello sfruttamento e dell'antagonismo nel processo di produzione, quindi come teoria della concorrenza. L'una e l'altra dimensione della teoria del valore erano peraltro messe al vaglio e aggiornate tenendo conto degli sviluppi del capitalismo del Novecento. Teoria e storia venivano fuse nel tentativo, a un tempo, di fornire un'alternativa alla teoria neoclassica nel suo punto più rigoroso, l'equilibrio economico generale, e di aprire a un rinnovamento del marxismo che lo sganciasse dalla teoria del crollo, indagando le forme sempre nuove con cui il capitalismo si rigenera, grazie alle innovazioni istituzionali, ogni qual volta una sua determinata configurazione entra in crisi.

Il caso di studio adottato per il Novecento erano gli Stati Uniti. In quel paese la trasformazione del processo di lavoro capitalistico secondo la modalità di estrazione del plusvalore relativo aveva trovato compimento nella subordinazione del modo di consumo, e perciò del modo di riproduzione della forza-lavoro, alla logica capitalistica. In quel paese, ancora, il superamento della forma "liberamente" concorrenziale del capitalismo si accoppiava alla negoziazione collettiva e all'interventismo keynesiano: si era per questa via messa in piedi una dinamica proporzionata di produttività e salario reale così come una gestione politica della domanda, mentre la creazione di moneta si smaterializzava. Il lettore riconoscerà i tratti scheletrici di ciò che è stato poi canonizzato come il modo di regolazione "fordista", che iniziava a declinare proprio durante la gestazione del volume di Aglietta, il quale a ragione vedeva nel conflitto dentro la produzione di valore la causa prima della crisi

La premessa alla seconda edizione, del 1982, iniziava a recidere il legame teorico con le fondamenta marxiane, separando moneta e valore e mettendo tra parentesi la radice sociale della crisi, per concentrarsi quasi esclusivamente sulle tendenze sempre più autonome della finanza. Quando esce la terza edizione Aglietta coglie l'occasione di un aggiornamento dell'analisi - che in più di un punto stravolge - per farne la base non soltanto di una descrizione del nuovo regime di crescita e del nuovo modo di regolazione in via di costituzione, ma anche e soprattutto per tradurla nella piattaforma teorica di giustificazione di quel "social-liberalismo" che è ormai la cifra di riconoscimento della "sinistra" in Europa. Il lettore italiano non addentro alle vicende teoriche degli ultimi trent'anni è purtroppo messo nelle condizioni peggiori per rendersene conto. Nessun editore italiano ha mai pubblicato il volume di cui ora Bollati ci fornisce soltanto la Postface. Il testo di Aglietta non è preceduto da una qualche introduzione che chiarisca il senso e il percorso, il vocabolario e l'approdo di quello che è divenuto un autore a suo modo classico. Neppure si è aggiunta a questo testo del 1997 la nota della Fondazione Saint Simon del 1998, Le capitalisme de demain, nella quale le implicazioni analitiche e politiche sulla "nuova economia" sono molto più nitide rispetto a ciò cui si allude qui soltanto nelle pagine finali.

Non ci vuol molto a chiarire il pensiero più recente di Aglietta. Alla crisi del fordismo il capitalismo replica con la mondializzazione, l'innovazione tecnologica fuori dalla produzione di massa, l'individualismo. Ciò conduce rapidamente alla globalizzazione finanziaria e a una sempre più marcata diseguaglianza: dominata, la prima, dalla logica speculativa degli investitori istituzionali (in primis, i fondi pensione), e favorita, la seconda, dallo sganciamento del salario reale dalla produttività del lavoro. Il quesito che a questo punto si pone l'economista francese è il seguente: assunto come un dato questo capitalismo di mercato e questa globalizzazione finanziaria, è possibile (oltre che necessario) ritrovare spazio per la solidarietà sociale e per l'interventismo statale? La risposta è positiva. Sì, è possibile conciliare efficienza ed equità se fondi pensione facenti capo ai sindacati, agenti potenziali dell'azionariato salariale, vorranno "scambiare" la permanenza del controllo sulle società in cambio dell'assunzione da parte delle imprese di obiettivi di un profitto più moderato e di lungo termine. Sì, è opportuno che lo stato sia attivo nell'economia, perché questo nuovo capitalismo "patrimoniale" ha pur sempre bisogno di un prestatore di ultima istanza, di un intervento congiunturale anticiclico, di una costruzione collettiva delle condizioni di competitività di territori in concorrenza (per esempio, tramite la politica educativa, o grazie a interventi che mirino a favorire l'"occupabilità" delle persone). Visto che tale iniezione di valori "sociali" non è reputata contraddittoria rispetto alla crescita economica trainata dalle tendenze "liberali" del mercato e dall'accoppiata virtuosa tra cambiamento tecnologico e innovazione finanziaria, accoppiata garante di un salto strutturale verso l'alto della produttività, sarà possibile attutire gli effetti di distruzione sociale della nuova economia introducendo un reddito di esistenza incondizionale che favorisca la "fluidità" del lavoro e la mobilità dei lavoratori. A questo si riduce lo "statalismo" di Aglietta, coincidente con gli esiti della nuova sintesi tra neoclassici e keynesiani, versione contemporanea del keynesismo "bastardo".

Il lettore è messo nelle condizioni peggiori per giudicare, anche perché il libro italiano esce un lustro dopo la data di apparizione del saggio di Aglietta. Cinque anni "pesanti". In mezzo c'è stata tanto un'impressionante successione di crisi finanziarie quanto la rapida ascesa e il duro atterraggio della nuova economia americana. Eventi che hanno entrambi mostrato l'inconsistenza delle tesi di Aglietta: l'irriformabilità intrinseca della globalizzazione finanziaria, la rischiosità intollerabile di agganciarvi il reddito reale presente e futuro dei lavoratori, l'insostenibilità endogena del nuovo capitalismo, la natura congiunturale di parte significativa degli aumenti di produttività sperimentati di recente. Tanto più risalta la necessità di una analisi teorica che - come voleva la prima scuola della regolazione, appunto - abbia piuttosto il coraggio di tornare a mettere in evidenza l'inconciliabilità degli antagonismi come motore delle trasformazioni della morfologia capitalistica, invece di limitarsi a cercare rattoppi ai conflitti di interesse nelle "mediazioni" politiche sovrapposte a un capitalismo naturalizzato e assunto, di fatto, come orizzonte insuperabile.

A una critica di Aglietta avrebbe forse potuto, o dovuto, provvedere il saggio di Lunghini, redatto a metà del 2000. Purtroppo il lettore affezionato di questo economista, che si legge sempre con piacere, non troverà in queste pagine niente di nuovo: esse ribadiscono ancora una volta la lettura "gramsciana" della caduta tendenziale del saggio di profitto, la tesi secondo cui la crescita della produzione non si accompagnerebbe più alla crescita dell'occupazione, la rivendicazione del Keynes del lungo periodo come risposta di politica economica adeguata alla fase attuale. A giustificare, forse, la pubblicazione congiunta una sempre più marcata convergenza nell'espellere dall'orizzonte (rilevante) della critica le contraddizioni della produzione di valore, per concentrarsi piuttosto sulla disoccupazione involontaria, sulla distribuzione iniqua, sui bisogni sociali insoddisfatti. Tutti lati negativi dell'ordine esistente che però non possono non discendere dalla forma assunta dalla produzione della ricchezza materiale, che è la radice comune di quelle contraddizioni, sicché quella espulsione si rivela prima o poi arbitraria e fa pagare i suoi prezzi, analitici e politici: obbligando o a una "realistica" accettazione dell'ordine esistente delle cose o a una critica "umanistica" che diluisce la propria radicalità in una generica teoria dell'alienazione, priva di ricadute sul terreno strettamente economico. Da questo punto di vista, si deve ammetterlo, Aglietta ha dalla sua il coraggio di arrischiare la definizione di mediazioni istituzionali più concrete per un mondo che è sorto - nel bene e nel male - sulle rovine del keynesismo, e di non sognare di conciliare l'inconciliabile.