Sull'Apocalisse. Testo latino a fronte

Gioacchino da Fiore

Curatore: A. Tagliapietra
Editore: Feltrinelli
Edizione: 2
Anno edizione: 2008
Formato: Tascabile
In commercio dal: 19 settembre 2008
Pagine: 411 p., Brossura
  • EAN: 9788807820892
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Descrizione
Commentando l'Apocalisse di Giovanni, con l'intento di chiarire agli spaventati e increduli abitanti degli albori del nostro millennio la natura della fine del mondo, Gioacchino ha costruito un'opera di straordinaria forza letteraria, che ingigantisce le metafore e le immagini del testo di Giovanni. Il libro si popola di una miriade di simboli e figure che sono entrate a far parte del nostro immaginario collettivo. Il volume contiene anche una descrizione di tutte le opere di Gioacchino, del suo pensiero, delle sue influenze, che costituisce una chiara ed esauriente introduzione a un filosofo del quale si parla sempre più.

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    Mauro Lanari

    14/12/2009 13:13:33

    La parola apocalisse deriva da apokalypsis, composto di apó ("separazione", usato come prefissoide pure in apostrofo, apogeo, apostasia) e kalýptein ("nascosto", come in Calipso), dunque significa un gettar via ciò che copre, un togliere il velo, letteralmente scoperta o rivelazione. Heidegger designa l'indagine sulla verità con a-létheia, termine composto da un'alfa privativa, che indica appunto la negazione, e dalla radice della parola léthe ("oblio"), presente anche nel verbo lantháno significante "nascondere". In quanto apokalypsis e/o alétheia, quindi, la verità si ri-vela, il che è una contraddizione intrinseca: manifestarsi celandosi, uscir fuori dall'essere nascosto restando tuttavia nell'oblio, ritrarsi da ogni completa manifestazione nel decorso storico. Lasciamo perdere i teisti, che credono di potersela cavare con l'apofatismo, la verità concepita come suo nascondimento nel linguaggio, nel pensiero e nell'esistenza. "Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo" (Matteo 27, 51): il velo si squarcia ma si ricuce pure, cicatrizialmente, si squarcia però mai in modo definitivo. Senonché per la profezia giovannea, con salde origini nel profetismo ebraico, esiste un quarto, e questo sì conclusivo, cavaliere dell'apocalisse, quello che non ri-velerà ma s-velerà finalmente una volta per tutte. Credere pertanto all'apocalisse conclusiva in chiave medieval-dantesca è uno sbaglio mastodontico, si va a demonizzare proprio ciò che dovrebbe esorcizzarci: nessun rovinoso disastro, e il giudizio universale non come decreto punitivo, penale o premiale, bensì come approdo all'inedita e agognata facoltà di discernere cosa siano il Giusto, il Bene e per l’appunto anche il Vero, discriminando fra peccato e peccatore, in termini laici fra errore ed errante, handicap e soggettività portatrice dell'handicap. Scommettere viceversa sull'era/età/epoca/stato dello spirito, sulla new/next age, sull'eone dell’a(c)quario, su un ulteriore macroperiodo della Storia è solo desiderio sadomaso di prolungare l'agonia.

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