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Jon Cohen, Giovanni Federico

Editore: Il Mulino
Anno edizione: 2001
Tipo: Libro universitario
Pagine: 176 p.
  • EAN: 9788815083111

il Mulino, Bologna 2001

La letteratura sullo sviluppo economico italiano nell'età contemporanea ha ormai raggiunto dimensioni pressoché sterminate. Centinaia di studiosi hanno cercato e cercano di indagarne gli aspetti quantitativi e qualitativi, in uno sforzo di ricerca e sintesi che è certamente arrivato a risultati notevoli e, in qualche caso, illuminanti. Rimane comunque la difficoltà, soprattutto per i non specialisti, di orientarsi in una tale selva di testi: giunge quindi a proposito il volume di Jon Cohen e Giovanni Federico, un contributo nel quale gli autori non si limitano a offrire un'aggiornata rassegna storiografica relativa agli anni che vanno dal 1820 al 1960, ma analizzano i vari settori dell'economia italiana, ne individuano le tendenze di lungo periodo e forniscono la propria interpretazione al riguardo. Interpretazione che, come vedremo, mette in discussione alcune delle ricostruzioni più diffuse e condivise.

In generale, lo sviluppo economico italiano può essere adeguatamente rappresentato da una serie di fluttuazioni cicliche attorno a un trend crescente. I dati disponibili, seppure largamente incompleti, inducono a ipotizzare che durante il periodo 1810-1860 il Pil procapite sia cresciuto molto lentamente. Anche in seguito però, con l'eccezione dell'età giolittiana, l'Italia non fu in grado di ridurre il divario che la separava dalle altre nazioni industrializzate. Tale stato di cose si protrasse all'incirca fino al 1950, quando ebbe inizio per il paese un decennio di crescita vorticosa, il cosiddetto "miracolo economico". Riguardo poi alla distribuzione geografica del reddito, gli anni dal 1871 al 1951 hanno visto ampliarsi il distacco tra le regioni del Nord-Ovest e quelle meridionali, mentre il Nord-Est e il Centro non sembrano aver perso ulteriore terreno rispetto alle zone del "triangolo industriale".

A fronte della costante crescita dell'agricoltura nei decenni che seguirono l'Unità, il settore industriale ha assunto una struttura dualistica, caratterizzata per un verso dalla presenza della piccola impresa attiva nella produzione di beni di consumo, nata e sviluppatasi in un tessuto distrettuale, competitiva sui mercati interni ed esteri, e che utilizza tecniche labour intensive. Per altro verso, da aziende operanti su larga scala e ad alta intensità di capitale, che spesso dovevano la vendita dei propri prodotti alle politiche protezionistiche e alle commesse pubbliche.

Appare quindi indubbio come lo stato abbia svolto un ruolo fondamentale nel processo di industrializzazione. In un paese arretrato, povero di risorse e scarsamente dotato di infrastrutture moderne, vi era l'impellente necessità di procedere alla costruzione del capitale sociale e al trasferimento dei fattori dalle attività a bassa produttività a quelle con produttività elevata. Nel 1914 tale processo, anche se tra numerosi squilibri, sembrava decisamente avviato. I governi liberali avrebbero poi provveduto a salvare aziende in difficoltà e il regime fascista, come è noto, sarebbe intervenuto non solo nel mercato dei lavoro e dei beni, ma avrebbe realizzato una gigantesca operazione di salvataggio e riorganizzazione industriale.

Cohen e Federico dedicano particolare attenzione al periodo tra il 1945 e il 1960: furono anni caratterizzati da una crescita impetuosa, da alti tassi di investimento e risparmio, bassa inflazione e da un aumento delle importazioni ed esportazioni in una situazione di sostanziale equilibrio dei conti con l'estero, mentre persisteva il divario tra Nord e Sud, restava elevato il tasso di disoccupazione, la Pubblica amministrazione non veniva riformata, e i mercati mobiliari erano quasi del tutto privi di regole. L'adesione agli accordi di Bretton Woods, l'ingresso nella Nato e nell'Ocse avevano senza dubbio accelerato l'integrazione dell'Italia nell'ambito degli scambi commerciali e finanziari internazionali; ciò nonostante, i governi continuarono a proteggere molte aziende dalla concorrenza straniera, perpetuando così quel carattere dualistico del sistema industriale che abbiamo già osservato.

Fino al 1958, il "miracolo" fu trainato dal mercato interno: in seguito, anche grazie alla creazione del Mercato comune europeo, la crescita delle esportazioni superò quella - pur ragguardevole - del Pil. Ancora per qualche anno restò elevato il tasso di accumulazione - che consentì il progressivo aumento della produttività dei fattori - come elevata rimase l'offerta di forza lavoro, principale determinante della moderazione salariale. Furono inoltre notevoli gli sgravi fiscali e le possibilità di elusione per le imprese che, grazie agli alti profitti, riuscirono sovente ad autofinanziarsi.

In conclusione, sembra che lo sviluppo italiano, nel lungo periodo, abbia beneficiato di un'industria e un'agricoltura più competitive di quanto si ritenesse in passato e dell'esistenza di distretti industriali che affondano le proprie radici nella storia del paese e non sono quindi il risultato di improvvisi cambiamenti successivi alla seconda guerra mondiale. Il finanziamento delle imprese si è rivelato più macchinoso e talvolta più indipendente dal sistema bancario di quanto si credesse. L'economia fu ben integrata nei mercati internazionali dei beni e dei capitali, e vi è stato un deciso interventismo dei governi nella sfera economica, non solo attraverso le politiche di bilancio, ma mediante la gestione diretta delle grandi imprese. Questo dunque il quadro d'insieme elaborato da Cohen e Federico: una rappresentazione che appare, sotto molti aspetti, convincente e che, al tempo stesso, solleva numerose questioni meritevoli di ulteriore approfondimento.