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Max Horkheimer

Traduttore: L. Ceppa
Editore: Marietti
Collana: Filosofia
Anno edizione: 1988
Pagine: 200 p.
  • EAN: 9788821186226

recensione di Beddini, A., L'Indice 1989, n. 3

Il libro raccoglie gli appunti di Horkheimer appartenenti al ventennio successivo al rientro in Germania dell'"Institut fur Sozialforschung" dopo l'esilio statunitense. Come fa notare Alfred Schmidt nell'introduzione - che è anche una ricostruzione dell'evoluzione del pensiero di Horkheimer dagli scritti giovanili sino alle elaborazioni successive della "teoria critica" - i taccuini esprimono un pensiero più dubbioso e pessimista, e in un certo senso più autentico e radicale, di quello appartenente alle opere coeve pubblicate dall'autore. Il loro filo conduttore è pur sempre il tentativo di opporsi al negativo corso del mondo, storicamente, cioè, al trionfo della ragione strumentale nelle società occidentali e alla negazione della libertà nelle società comuniste dell'Est. Sul piano filosofico gli obiettivi polemici sono sia il neopositivismo che l'ontologia fondamentale di Heidegger, i quali si riducono entrambi a mera apologia dell'esistente, il primo rinunciando alla prospettiva per cui il pensiero possa interpretare criticamente i "facts", il secondo abbandonandosi a una presunta autenticità dell'essere trascendente la realtà storico-sociale degli individui. Neppure la concezione materialistico-dialettica marxiana è accettabile per la parte in cui non sfugge all'idea teologica che il corso del mondo vada inevitabilmente verso il meglio. Ciò non significa che Horkheimer rinunci alla prospettiva materialistica. Vi unisce nei taccuini, però, in modo dialetticamente più stretto che in altre opere, l'originario pessimismo metafisico schopenhaueriano. L'idea dell'allontanamento dell'individuo è stata dimostrata e si è dispiegata nella dialettica dell'illuminismo che ha "inverato" il principio di autonomia e di dominio sulla natura nella sottomissione alle regole di una seconda natura, quella sociale, prodotta, nel suo accecante potere, dallo stesso principio di libertà borghese. A questo esito storico-sociale corrisponde - e qui si rivela il tratto più radicale del pessimismo dei taccuini - l'idea che anche la filosofia, o il pensiero critico, così come il grido del torturato o del ribelle, non abbia ragione d'esistere nella misura in cui non riesce a tradursi in un mutamento concreto della realtà. Come l'individuo è nulla, in quanto finisce in nulla, anche il pensiero critico rischia di essere una mera ipostatizzazione teorica, depotenziata dal suo stesso essere meramente "critico". Non rimane, come viene detto in alcuni dei più lucidi degli aforismi, che "un balbettante silenzio", la consapevolezza che "siamo nella notte e non è vero nemmeno questo", accompagnata dalla nostalgia del "totalmente altro". Appunto, però, una nostalgia.