Un tacito mistero. Il carteggio Vittorio Sereni-Alessandro Parronchi (1941-1982)

Curatore: B. Colli, G. Raboni
Editore: Feltrinelli
Collana: Fuori collana
Anno edizione: 2004
Pagine: 329 p., ill. , Brossura
  • EAN: 9788807421020
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In un prezioso libretto edito nel 1986 da Scheiwiller, "Expertise" per Vittorio , Parronchi racconta tra versi e prosa la ricerca, commissionatagli da Sereni nel 1962, di un quadro che gli era rimasto profondamente impresso nella memoria, ma di cui non sapeva né l'autore né il titolo. È il quadro "visto una volta, perso / di vista, rincorso tra altrui reminiscenze / o soltanto sognato" di cui parla Addio Lugano Bella in Stella variabile (l'ultima raccolta sereniana), raffigurante "cavalieri o nobiluomini che rincasano o muovono a qualche impresa" (lettera di Sereni del 4 giugno '69); e leggendo il carteggio ora pubblicato per le cure egregie di Barbara Colli e Giulia Raboni, Un tacito mistero , proprio all' Expertise vien fatto di pensare, per il carattere elusivo ma tenace della "rincorsa" che vi ha luogo, come a un possibile emblema della lunga amicizia tra Sereni e Parronchi.

Scrive Sereni nel febbraio '82 all'amico, giusto all'indomani dell'invio di Stella variabile : "Devo dirti che tante volte mi sono domandato come mai per tanto tempo sia rimasto sospeso il discorso tra noi e se non ci sia una buona parte di mia colpa - al di là delle circostanze - in questo davvero inspiegabile fatto". Quarantun anni prima (è la prima lettera del carteggio, febbraio '41) lo stesso Sereni scriveva a Parronchi, da poco conosciuto: "Abbiamo avuto così poco tempo, io e te, per conoscerci; ma non ho dimenticato il tuo 'passo d'arconte' e il tuo trepido silenzio" (la nota definizione del "passo" è di Luzi, a sua volta fraterno amico di entrambe); e nel '47: "Con persone come te si dovrebbe vivere quotidianamente, non scriversi di tanto in tanto; quante cose vanno perdute, rimangono reciprocamente segrete?". Ha dunque fatto bene Parronchi a intitolare il carteggio con la citazione di un endecasillabo, "Noi a noi stessi un tacito mistero" (l'editore ne ha fatto cadere la prima parte), da lui annotato su una lettera del '48; verso il cui autore, come il pittore del quadro dell' Expertise , è senza nome; e ha ragione Giovanni Raboni, nella bella Prefazione alla corrispondenza, a ipotizzare che il verso sia di Parronchi. Esso tuttavia contiene un aggettivo, "tacito", che campeggia in un celebre passaggio di Terrazza ("Siamo tutti sospesi / a un tacito evento questa sera"), in Frontiera , il primo libro di Sereni (1941), e il verso del titolo è perciò, in qualche modo, già impregnato dell'intimo dialogo tra i due poeti, che scorre in parallelo con le vicende biografiche.

Ma se silenzi, sospensioni e il senso di un accordo interiore precedente o eccedente la comunicazione diretta conferiscono al libro quel che Raboni chiama, molto efficacemente, il "suono" distintivo del carteggio (e il suo fascino discreto), va detto che Un tacito mistero parla al lettore per molte vie, suggerendo indicazioni e proponendo ampie trame di rimandi, non solo culturali e poetici. Intanto il tema del silenzio è consapevolmente assunto, a un certo punto, nel quadro della vocazione letteraria: c'è chi, rammenta Sereni in una lettera dell'aprile '47, "è condannato al silenzio per troppa e troppo esclusiva fede nella parola scritta"; ma forse un che di elusivo è sempre nelle scritture non poetiche di Sereni, una sorta di alone protettivo che si serve dello stesso personaggio di sé, perplesso e insicuro, assorto "in sospetti e pensieri di colpa" ( Nel sonno ) o in attesa dell'imprevedibile apparizione della "gioia", per lasciare che gli stimoli e i depositi del vissuto possano agire - "tra riaccensioni e amnesie", dice Un posto di vacanza - più in profondo e più a lungo.

Al versante, per così dire, loquace dello scambio epistolare appartengono invece le non poche missive che trattano di più minute vicende, come tipicamente quelle relative ai "premi letterari", con il loro vortice di aspettative e alleanze e avversioni: è il "gioco funesto dei risentimenti e dei dispetti" che in una lettera (luglio 1946) Sereni si rimprovera di non saper sempre evitare. Ma non qui è il cuore del carteggio, bensì nel fitto nucleo di scambi che si svolge tra il rientro dall'Africa di Sereni (1945) e il 1448-49, dove s'intrecciano più motivi di carattere storico-biografico: l'impatto con la nuova realtà sociale e politica del paese uscito dalla guerra ("Il vecchio mondo si è sfasciato", Sereni a Parronchi) determina nell'ex prigioniero d'Algeria una reazione di disappartenenza e quasi di risentimento, e allora il dialogo con Parronchi, tanto estraneo al nuovo clima - per brevità riassumibile nell'insegna del "Politecnico" - quanto incrollabile nel distinguere tra "individuale" e "collettivo" (a costo di sembrare "un esteta o un povero arcade"), si approfondisce e arricchisce, via via registrando il lento assorbimento dei mutamenti "antropologici" del paesaggio storico. Si veda, sul piano letterario, l'insistito richiamo a Clemente Rebora da parte di Parronchi, il suo centrare l'importanza di Eliot e Rilke per l'amico, l'attenzione a Luzi, la pratica delle traduzioni; e d'altro canto le reciproche intuizioni sulle poesie di volta in volta trasmesse dall'uno all'altro ("nelle tue lettere è disperso addirittura un saggio sulle mie cose": così Sereni nel '47 a Parronchi, ma in una certa misura è vero anche il contrario), che si affiancano a spunti più legati alla contemporaneità, dal calcio alla politica.

Non è del resto un caso che l'opera maggiore di entrambi i corrispondenti (e dell'importanza dell'esperienza di Parronchi ha dato il più puntuale riscontro Luigi Baldacci) si situi al di qua di quel cruciale passaggio insieme storico ed esistenziale. Nella diversità degli itinerari, e nella differente declinazione della scrittura, c'è una ricerca solidale che è anche la risposta al mutamento, e che importa la rivisitazione delle premesse culturali della giovinezza. Né il discorso perennemente "sospeso" tra i due amici, né il rarefarsi, con gli anni, delle lettere possono sconfessare la saldissima forza interiore di cui si nutrono sia l'amicizia sia la poesia. Nessun mistero, insomma: i cavalieri o nobiluomini che muovono a qualche impresa sono proprio loro, Vittorio e Sandro.