Curatore: C. Cecchi
Editore: Adelphi
Anno edizione: 2014
Pagine: 176 p., Brossura
  • EAN: 9788845929243

23° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Classici, poesia, teatro e critica - Storia e critica - Letteratura teatrale e drammaturghi

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Descrizione
Ognuno ha un suo classico, ha detto Garboli, cioè "un compagno di veglia, un segreto e inseparabile interlocutore". Il suo, non c'è dubbio, è stato Molière, cui ha dedicato, nel corso di oltre un trentennio, memorabili saggi e rivoluzionarie traduzioni, sino a diventarne "interprete accanito e quasi maniacale". Sempre, occorrerà aggiungere, in un'ottica acutamente teatrale. Non a caso, radunando nel 1976 cinque testi molieriani, Garboli sottolineava di voler offrire "cinque copioni al teatro italiano di oggi, nella presunzione che il teatro di Molière sia portatore di un sistema di idee, di un messaggio che ci è oggettivamente contemporaneo". Epicentro di quel sistema di idee è per lui Tartufo, oltraggiosa figura di servo che - infrangendo "l'antica, dura legge teatrale che fa dell'intelligenza dei servi un privilegio infruttuoso" si cimenta nell'impossibile impresa di farsi padrone, e che dalla servitù si libera "con l'esercizio salutare, rassicurante, medico della politica": sicché la pièce altro non è se non la "diagnosi comica e disperata della struttura politica della realtà, mascherata di valori intoccabili che si autolegittimano grazie alla santità di una causa e si presentano come la guarigione di un male". Con un saggio di Carlo Ginzburg.

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Recensioni dei clienti

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    Diego

    18/09/2018 09:31:54

    Garboli è un raffinatissimo critico che utilizza Il Tartufo di Moliere come archetipo di ciò che non va. O meglio, slega dal personaggio ogni connotazione negativa per ribaltarla sulla Società, che agisce come Tartufo, si compiace ipocritamente dei suoi atteggiamenti, li riproduce e poi li condanna in pubblico. Un trattato sulla ipocrisia sociale.

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    Fabrizio Porro

    31/12/2014 07:56:27

    Portatore di un sistema di idee, di un messaggio che ci è oggettivamente contemporaneo (come giustamente sottolinea l'autore) riprendendo a cominciare dal titolo il sommo capolavoro di una commedia del teatro comico di tutti i tempi, la storia de «Le Tartuffe ou l'Imposteur» è l'esemplare dimostrazione della coerenza, della perseveranza e della sagacia con cui Molière conduce la sua lotta per la verità, contro gli ipocriti-devoti e l'ipocrisia del «partito dei devoti» o «compagnia del santo sacramento» del tempo, giostrando tra le forze e gli interessi dominanti. Per questo motivo, la lettura ci ripropone nella nostra mente anche l'immagine degli innumerevoli «atei-devoti» del nostro tempo.

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    alida airaghi

    21/11/2014 10:15:45

    Carlo Cecchi, nella postfazione a questo volume che raccoglie alcuni saggi di Garboli su Molière, scrive: "...attraverso traduzioni, saggi, prefazioni, cronache teatrali, interviste, interventi radiofonici...Cesare Garboli si è fatto interprete accanito e quasi maniacale di Molière e ha fornito al teatro italiano dei copioni, 'nella presunzione che il teatro di Molière sia portatore di un sistema di idee, di un messaggio che ci è oggettivamente contemporaneo'". In "Tartufo" specialmente, commedia rappresentata nel 1664 e poi censurata, rielaborata, corretta per cinque anni, Garboli scopre una rappresentazione archetipica delle debolezze e dei fariseismi umani, estensibili a tutte le epoche e latitudini. In questo servo infido e scaltro, che ambisce a farsi padrone attraverso calcolatissime truffe, Garboli svela l'inganno eterno e diabolico del potere. E non del potere nato da privilegi di casta, bensì di quello sorto "dalla frustrazione, dal nulla, dallo zero sociale", "in cui il massimo della malafede va a combaciare con il massimo dell'intelligenza". Tartuffe (falso devoto, falso benefattore, falso amministratore, falso amante: conformista e servile, astuto e stupido, untuoso e strafottente), diventa l'emblema di chi sa camuffarsi per "scivolare nelle anime altrui", e assoggettarle. Quindi: preti, medici (e in specie psicanalisti), politici. Garboli scrive pagine feroci, utilizzando Molière e il suo personaggio più emblematico per stigmatizzare profumatissimi papaveri della cultura contemporanea ("l'impostura di Lacan, sfuggente, misteriosa, e quasi necessaria all'intelligenza, diventa in Verdiglione un imbroglio miserabile..."), che ritiene ambiguamente pericolosa, e asservita al potere. Caustico e severo, Garboli sferza gli intellettuali come eterni tartufi dell'ideologia dominante, chiedendosi però alla fine: "Chi è Tartufo? Un piccolo servo, o un giustiziere implacabile? Un miserabile truffatore, o la coscienza di tutti?".

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  Per capire questo libretto garboliano, che ridà unità postuma a un corpo centrale della sua mobile galassia, partiamo dalla coda. Prima di arrivare ai pezzi su Tartufo (dall'Ipotesi del 1973 a un memorabile articolo su Verdiglione, passando per le introduzioni alle traduzioni, alle cronache teatrali e a un Molière di Fernandez), fermiamoci sullo scritto di Carlo Ginzburg che chiude il volume. Ginzburg vi individua l'"antagonista segreto" di Garboli in Contini, maestro di quelle indagini sugli scartafacci d'autore di cui l'interprete di Molière si è molto servito, ma non, come il grande filologo, per alimentare una critica che valorizza testi a loro modo fin troppo compiuti, bensì per esplorare un mondo espressivo irriconducibile tanto alla poesia quanto alla biografia. Il fatto è che Contini credeva proprio in quella religione delle lettere che Garboli ha scelto come suo idolo polemico, e a cui ha opposto ciò che sta al di qua e al di là dell'estetica moderna. Prima di tutto il teatro, inteso come mestiere insieme pedestre e stregonesco, volgare e grandioso nel suo "non-stile", ossia come il rovescio della drammaturgia letteraria e "intelligente" del Novecento. Ma la scena, oltre a una concreta realtà, è per Garboli la migliore metafora del suo lavoro di critico-traduttore-attore che fa vivere dei testi già scritti come nessuno li ha mai visti: e anche qui lo ricorda implicitamente quando osserva che per capire Tartufo, più che un raffinato gusto letterario, "ci vuole un forte istinto teatrale". Perché Molière è appunto il massimo rappresentante del teatro come "professionismo 'basso'", che crea capolavori mentre "fabbrica canovacci" scuciti, e del tutto estranei al futuro culto romantico dell'arte. Inoltre, come quella di Garboli, l'opera molieriana si propone come un "sistema diagnostico". E infatti, malgrado sia tra i suoi autori il più lontano nel tempo, Molière è l'unico che gli serva a criticare il tramonto del XX secolo. Mentre in Italia le utopie affondavano nel crimine, Garboli scoprì un Tartufo che dagli anni sessanta del Seicento specchiava con sorprendente esattezza gli anni sessanta del Novecento. Altro che il pamphlet contro l'ipocrita bigotto a cui l'aveva ridotto una lunga tradizione. Questo chiericuzzo, che mentre circuisce un capofamiglia borghese tenta di sposarne la figlia e di possederne la moglie, gli appare addirittura uno psicanalista ante litteram e un "politico del profondo". Psicanalista: perché, come negli stessi anni sostiene Macchia che lo associa al quietismo, Tartufo plagia Orgone guarendolo, conciliandolo con le passioni "attraverso il filtro dell'intelligenza" e del distacco. Politico: perché sulla famiglia, embrione di stato, il cagot sperimenta un progetto di potere. Non il potere che s'impone col privilegio, ma quello che viene dallo "zero sociale", "dal fango" che tracimerà nelle democrazie. Tartufo, servo di mondo comico che vuol farsi padrone, che aspira al tragico e propaganda il bene, è speculare a Don Giovanni, padrone di mondo tragico che s'abbassa a una vita comica e servile per godere apertamente il male. Nato dantista, Garboli insiste sulla specularità tra la "violenza" del nobile e la "frode" del plebeo, che non avendo blasoni cui appoggiarsi deve schermare le sue pretese dietro una causa santa: il Cielo, il Sovrano. Sprovvisto dei privilegi di natura, Tartufo è costretto a sostituirli con l'astuzia. In questo senso la sua ipocrisia non è ipocrita, ossia denuncia "onestamente" che se finge d'esser qualcuno è perché non è nessuno. Gli manca tutto, e di tutto è affamato. Ma la giustizia risarcitoria promessa dal Cielo (e dalla democrazia) non tocca la natura, madre ingiusta e indisposta a lasciarsi surrogare dall'artificio. Perciò il cagot viene messo nel sacco da una donna. Tartufo pensa di poter trattare anche l'amore con la sua accorta distanza "psicanalitica"; mentre la natura, per lasciarcelo vivere, esige che lo attraversiamo vulnerabili e ciechi. "Si può servire con proficua intelligenza la propria vita solo a patto di straniarsi dalle raisons du coeur": ma facendolo, chiosa Garboli, si "scopre la propria alienazione". È la ragione per cui Molière considera la malattia delle passioni più salutare della salute mostruosa di Tartufo; ed è la ragione che dà senso alla sconfitta dell'imposteur, forse dovuta a una censura considerata dal critico provvidenziale. Perché Tartufo vuole cose tra loro inconciliabili. Se il gioco delle parti prescrive che "i servi saprebbero vivere la vita ma non possono viverla", mentre "i padroni detengono il privilegio di vivere la vita ma non sanno viverla", nel suo impasto di libido, invidia e frustrazione, lui pretende di abitare entrambe le caselle. Ma "non si può vivere da protagonisti" e insieme "agire da servi". Almeno fino al XX secolo. Quella di arrivare con l'artificio dove non arriva la natura è infatti una tipica perversione novecentesca, e una perversione a suo modo vincente, secondo Garboli, a partire da quegli anni sessanta in cui s'è preso definitivamente atto che la genuinità esclude dalla vita, mentre la "simulazione" ce ne rende protagonisti. Se nel seicento Tartufo simulava nascondendosi dietro la religione, oggi "non può far a meno della cultura". I suoi eredi "vincenti" sono gli intellettuali che la usano "come uno strumento esoterico di minaccia": in tre secoli, si è passati dal barocco religioso al barocco ideologico e ai cilici delle scienze umane. Solo i loro nuovi latinorum spiegano casi come quello dello psicanalista Armando Verdiglione, processato negli anni ottanta per truffa. Garboli nota che Verdiglione s'è diplomato alla scuola di Lacan, e del francese traccia un fulmineo ritratto dal vero, dipingendolo come un Tartufo più che mai elegante e insolente. Ma se Lacan nuota in un milieu di solida borghesia francese, che fa apparire la sua sofistica sfuggente quasi necessaria alla ricerca, ecco che nell'Italia perennemente controriformista la seduzione dell'"imprenditore di cultura" scade a "imbroglio miserabile". Vicende come la sua testimoniano quanto poco diffusa sia oggi la consapevolezza del fatto che "un imbecille colto è più imbecille (...) di un imbecille analfabeta", e che il sapere "può essere, indifferentemente, patrimonio di Antonio Gramsci e di Antonio Negri". Siamo così intimiditi dalle liturgie culturali, che anche quando contestiamo un sistema intellettuale grottesco lo facciamo comunque con col puntiglio serioso dei pm, restando intrappolati nel suo gergo. Non sappiamo più disinnescarne il ricatto con la risata che meriterebbe, e che Molière lascia dilagare appunto perché non considera la Cultura un valore in sé. Ma quest'intuizione sul Novecento riguarda anche chi la formula. Anche Garboli sente di sfiorare spesso l'impostura, che d'altronde a un "attore" è "necessaria come il sale nella pasta". Tutto in lui è ambiguo, mercuriale, come in Molière. Compreso il giudizio su Lacan, del quale cita con adesione il motto secondo cui "la verità è ciò che resiste all'intelligenza". È proprio questa idea che porta Garboli a privilegiare gli autori estranei all'intelligenza moderna, quelli che a una sforzata teorizzazione della vita oppongono una cecità autistica che con la vita fa tutt'uno. Contro la velleità di chi vuol tendere a qualcosa come Tartufo (e anche contro una notevole parte di sé) questo istrione della critica preferisce arrendersi alla realtà irreparabile dell'essere.   M. Marchesini