Categorie

Jean-Paul Fitoussi

Traduttore: M. L. Chiesara
Editore: Einaudi
Anno edizione: 2013
Pagine: 218 p., Brossura
  • EAN: 9788806217259
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:
Disponibile anche in altri formati:

  L'irragionevolezza di colui che cerca sotto il lampione le chiavi perdute altrove solo perché quello è l'unico posto illuminato serve a Jean-Paul Fitoussi come allegoria per denunciare l'irragionevolezza della tragedia economica e sociale che già da molto tempo colpisce il nostro mondo sviluppato. È irragionevole l'enorme sofferenza che viene inflitta alla parte più debole, cioè alla grande maggioranza, delle nostre popolazioni. Ed è irragionevole la rassegnazione che sembra farci accettare realtà cosi drammatiche. I lampioni, quelli della teoria e quelli della politica economica, sono accesi in posti sbagliati e non riescono perciò a darci una visione chiara della realtà e delle sue crisi. Il lampione della teoria economica, vecchia ma ancora dominante, mette in luce aspetti marginali del funzionamento dei sistemi economici e lascia al buio quelli veramente importanti. Una base teorica così dubbia ha forse dato conforto ai pubblici poteri nelle loro decisioni di concentrare la luce del proprio lampione sull'obiettivo della stabilità dei prezzi e su quello di lasciare i mercati, supposti perfettamente concorrenziali, al riparo da interferenze e regolamentazioni da parte pubblica, riponendo così tutta la propria fiducia sulla, teoricamente asserita, superiorità dell'autoregolamentazione da parte dei mercati stessi. La teoria dominante ritiene che il sistema economico in condizioni di concorrenza perfetta sia fondamentalmente stabile e tenda spontaneamente verso la piena occupazione. Il mercato del lavoro, riducendo i salari nella misura necessaria, riesce a eliminare la disoccupazione involontaria in tempi brevi. In condizioni di equilibrio potrebbe rimanere solo la disoccupazione volontaria di coloro che vogliono guadagnare troppo. Ma non è proprio il caso di preoccuparci di queste loro libere scelte. I mercati finanziari sono supposti efficienti e determinano quindi prezzi corretti, escludendo così la possibilità di bolle speculative. Dato che tutto funziona così bene, i pubblici poteri debbono evitare interferenze, limitarsi a tutelare la concorrenza e ad assicurare la stabilità dei prezzi, in primo luogo tenendo il bilancio pubblico in pareggio e limitando il più possibile la spesa pubblica. Tesi del genere erano dominanti prima che la crisi del '29 e l'analisi di Keynes la scardinassero completamente. Sono tornate in auge negli anni settanta del secolo scorso con formulazioni analitiche molto complesse che i proponenti, con grande ambizione, ritenevano in grado di rendere del tutto desueta la teoria keynesiana. È stupefacente che tesi tanto avulse dalla realtà da indurre Fitoussi a indicarle come "fiaba per bambini" possano avere ampio corso oggi dopo gli immani disastri che ci stanno ancora affliggendo. Con altrettanto stupore si può osservare che l'esplosione della crisi finanziaria dagli Stati Uniti a livello planetario non abbia modificato più di tanto le certezze relative al buon funzionamento dei mercati. L'Accademia di Svezia non ha infatti avuto remore nell'attribuire il premio Nobel 2013 a Eugene Fama, il teorico dei mercati efficienti, sia pure facendoglielo condividere con Robert Shiller che sostiene tesi completamente diverse (il terzo vincitore, Lars Peter Hansen, è un econometrico con impostazione non molto discosta da quella di Fama). La crisi finanziaria mondiale del 2007-2008 ha dato origine alla grande recessione che dal 2009 dura ancora in quasi tutta Europa. Il culmine della crisi finanziaria si è avuto nell'ottobre 2008, con il fallimento della Lehman Brothers, una delle più grandi banche d'affari del mondo. Il panico che ne seguì ebbe l'effetto di aumentare drasticamente il timore di assumere rischi e di bloccare quasi completamente la concessione di prestiti facendo così crollare la domanda globale. A preparare lo scoppio della crisi finanziaria aveva provveduto l'enorme crescita di quello che negli Stati Uniti è stato denominato "sistema bancario fantasma", costituito da tutte le istituzioni finanziarie (banche di investimento, fondi monetari, emittenti di commercial papers garantiti da crediti ipotecari subprime ecc.) non soggette alla regolamentazione delle banche commerciali propriamente dette. Cause scatenanti la crisi sono dunque state l'assenza di regolamentazione, l'eccessiva facilità nella concessione di prestiti senza le opportune garanzie, la sconsiderata fiducia sull'efficienza dei mercati finanziari e sulla loro capacità di autoregolamentarsi, l'influenza nefasta delle lobby finanziarie, l'introduzione di nuove attività finanziarie particolarmente complesse che gli investitori hanno comperato, inconsapevoli dei rischi eccessivi che venivano a correre. Ma, come dice Fitoussi, "la storia è ostinata e ci insegna che, generalmente, i mercati funzionano male". Tanto male da non assicurare affatto di essere in grado di indirizzare le risorse disponibili a finanziare l'economia reale così da garantire il miglior beneficio per l'intera società e non quello di pochi profittatori. Tanto male da rendere del tutto evidente che, contrariamente a quanto sostenuto dagli economisti mainstream e largamente accettato a livello politico europeo, l'assegnazione alla politica monetaria dell'unico obiettivo della stabilità dei prezzi non garantisce affatto la realizzazione di quello della stabilità economica e finanziaria. I mercati finanziari si sono dimostrati grandi predatori più che ottimi allocatori delle risorse. Sono infatti riusciti ad accaparrarsi quote sproporzionate del reddito prodotto dal sistema economico, ma hanno indirizzato molto risparmio privato verso impieghi tanto poco redditizi da aver ottenuto come risultato la distruzione di buona parte dei capitali investiti. Il malfunzionamento dei mercati ha agevolato la crescita eccessiva degli squilibri globali delle bilance dei pagamenti accrescendone anche il potenziale distruttivo quando, allo scoppio della crisi, ha reso particolarmente difficile e costoso il finanziamento dei paesi in disavanzo. I mercati hanno anche parte di responsabilità per un'altra grave ingiustizia: il forte peggioramento della distribuzione del reddito e della ricchezza. Un'ingiustizia che si è incominciata a manifestare già dalla fine degli anni settanta del secolo scorso, ben prima quindi dell'esplosione del dramma della disoccupazione di massa in diversi paesi europei. "Dagli anni Ottanta fino agli anni Duemila (…) i redditi derivanti dalla ricchezza accumulata crescono infatti più velocemente di quelli provenienti dall'attività economica e il divario tra gli uni e gli altri diventa sempre più ampio". "Una delle conseguenze è la riduzione in tutti i paesi della quota dei salari sul reddito nazionale di oltre 10 punti di media per l'insieme Ocse". I dati riguardanti la distribuzione della ricchezza sono poi, per tutti i paesi, ancora più allarmanti di quelli relativi alla distribuzione del reddito. Il già denunciato dominio delle tesi liberiste non solo ha permesso questi esiti, li ha proprio benedetti, diffondendo il verbo che l'ulteriore arricchimento dei già ricchi avrebbe alla lunga beneficiato tutti quanti. E quindi le imposte sono state dappertutto modificate per renderle molto meno progressive, riducendo il numero delle aliquote e tagliando drasticamente quelle più alte. Nel contempo, a peggiorare la situazione dei lavoratori dipendenti e delle categorie più deboli della popolazione sono stati messi all'indice i sistemi di assicurazione e protezione sociale, caricando quindi maggiori rischi sulle spalle delle categorie meno adatte a sopportarli. Il tutto in omaggio alla piena libertà di funzionamento del mercato del lavoro nella, non fondata, speranza di aumentare di molto il dinamismo dell'economia. Con più stretto riferimento all'Europa, Fitoussi prende quindi in esame le altre due crisi che sembrano ben lungi dall'essere in via di superamento: la crisi dei debiti sovrani e quella bancaria. Sono crisi strettamente intrecciate, essendo l'una a un tempo causa e conseguenza dell'altra. Il debito pubblico ovviamente cresce quando occorre salvare le banche. A sua volta, il debito elevato genera sfiducia, alti tassi di interesse e difficoltà di bilancio per le banche che hanno in portafoglio grandi quantità di titoli pubblici. Per conquistare la fiducia dei mercati, nel tentativo di far scendere lo spread dei tassi di interesse sul debito nazionale rispetto a quello sul debito tedesco, l'Italia e gli altri paesi periferici stanno attuando, anche per impegni presi con l'Europa (leggi Germania), politiche fortemente restrittive che provocano l'aggravamento della recessione, la riduzione del gettito fiscale, la crescente difficoltà di contenere il disavanzo pubblico, l'aggravamento della crisi bancaria. Si sostiene che ciascun paese deve mettere ordine in casa propria e i governi nazionali vengono perciò posti sotto tutela con limitazione della loro sovranità, senza peraltro consentire avanzamenti verso un governo federale europeo. Il trattato del 1° marzo 2012 ha infatti imposto ai singoli stati membri che il pareggio di bilancio e la riduzione del debito diventino obblighi costituzionali. Le crisi mettono in piena luce i difetti della costruzione europea. In primo luogo quello di aver concepito una zona in cui gli stati "si indebitano in una moneta sulla quale non esercitano alcun controllo". Se la speculazione prende di mira il debito di un paese, questo potrà finanziarsi solo pagando spread sempre più alti. Le banche che detengono titoli del debito pubblico nazionale se li vedranno deprezzare con ovvie conseguenze sulla loro solidità. Le difficoltà potrebbero essere man mano superate senza eccessivi costi economici e sociali se i titoli non fossero nazionali ma europei, se si arrivasse a una vera e propria unione bancaria, se il Meccanismo europeo di stabilità (Esm) fosse dotato di ben maggiori risorse e se le modalità per accedervi fossero meno penalizzanti. Ma gli ostacoli politici sono così forti da rallentare decisamente il progresso lungo queste strade fino anche ad arrestarlo completamente (come sembra per gli Eurobond).

La mancanza di solidarietà costringe i paesi più deboli a politiche fortemente restrittive che dovrebbero servire a migliorarne la competitività, al fine di far crescere le esportazioni e ridurre le importazioni. Si dice che occorrono riforme strutturali che facciano aumentare la produttività, rendendo più flessibili i contratti di lavoro, e facciano calare i costi salariali sia tagliando i contributi a carico delle imprese sia indebolendo la forza dei sindacati, anche per effetto dell'aumento della disoccupazione. Ma l'austerità imposta simultaneamente a tutti i paesi periferici quasi certamente impedisce che essi riescano ad aumentare la domanda estera in misura sufficiente a (più che) compensare la caduta di quella interna. La possibilità di uscire dalla crisi risulta poi ulteriormente indebolita se, come purtroppo accade, non si può contare sull'attuazione di politiche espansive da parte dei paesi non strangolati dal debito sovrano come la Germania che, invece di sostenere la domanda interna, continua a spingere le proprie esportazioni mostrandosi così del tutto indifferente alle necessità dei paesi del Sud Europa.

Le restrizioni imposte dal fiscal compact e dal patto di stabilità di certo non rappresentano la via per risolvere il problema della disoccupazione e della mancata crescita. La tesi antikeynesiana dell'austerità espansiva, predicata anche in Italia da qualche economista su televisione e giornali, è stata ormai completamente screditata da quello che è effettivamente capitato in Europa e altrove. L'austerità aumenta la povertà e distrugge politicamente l'Europa. Bisogna rinvigorire la democrazia che oggi è succube dei debiti che, in quanto nazionali e non protetti da una banca centrale, sono malamente esposti alla speculazione dei mercati. Occorre più solidarietà e maggiore responsabilità politica per cessare di "rimettersi ai mercati per disciplinare i governi piuttosto che alla democrazia per disciplinare i mercati". È "un sogno federalista ‒ dice Fitoussi. ‒ Sì e ancora sì". Ma è il sogno dei padri fondatori, l'unico capace di far superare all'Europa la crisi di disfacimento che sembra aver già politicamente iniziato a colpirla.

Anche al fine di rafforzare alcune delle precedenti argomentazioni, Fitoussi si occupa di sottolineare le manchevolezze dei nostri sistemi di misurazione. Ci si concentra sempre sul Pil come se fosse la misura di tutto ciò che ci interessa. Ma invece ci interessa in primo luogo il benessere della popolazione e la qualità della vita. Se la crescita del Pil aumenta le diseguaglianze, la povertà e l'insicurezza economica, aumenta il benessere del paese? E se deteriora altri aspetti importanti per il benessere della popolazione quali la salute, l'istruzione, il lavoro dignitoso, la partecipazione alla vita politica, i legami sociali, l'insicurezza personale, l'ambiente ecc.? Sono tutti aspetti considerati dalla Commissione per la misurazione della performance economica e del progresso sociale di cui Fitoussi ha fatto parte. La Commissione ha avanzato molte proposte per il miglioramento delle misurazioni e per dare un miglior orientamento alle politiche economiche. Nell'attuale contesto, però, Fitoussi si è potuto occupare soltanto di questioni relative alle politiche europee di austerità. In proposito ha sottolineato come quando in Europa si parla di sostenibilità economica si intende solo sostenibilità dei debiti pubblici, trascurando così di affrontare i problemi della sostenibilità sociale, politica, ambientale, oltre che economica in senso più completo. Da tutti questi punti di vista, le politiche di austerità, specialmente se attuate nei periodi di recessione, "non hanno alcuna possibilità di migliorare il benessere della popolazione".

Concludendo, si può osservare che Fitoussi ha acceso il proprio lampione per illuminare tutti i principali problemi che ormai da troppo tempo stanno affiggendo i nostri paesi. L'ha fatto con la profondità dello studioso capace di penetrare nell'analisi di problemi molto complessi, sviscerando aspetti economici, sociali e politici strettamente intrecciati e, nel contempo, con la maestria del comunicatore provetto che è capace di rendere comprensibili a tutti i lettori argomentazioni e ragionamenti tutt'altro che semplici. L'ha fatto con l'indignazione dell'osservatore che vede le gravi sofferenze inflitte alla parte più debole della popolazione non da un destino cinico e baro, ma principalmente dall'insipienza dei politici che non hanno il coraggio di cambiare strada, rimanendo invece succubi di screditate teorie economiche ultraliberiste che considerano gravemente nociva ogni utilizzazione di risorse pubbliche per ridurre la disoccupazione e per migliorare le condizioni di vita di coloro che la crisi colpisce in modo più severo. Indignazione anche per la mancanza di solidarietà e per l'egoismo miope e controproducente che prevale in Germania con l'effetto di mettere a repentaglio la già fragile solidità della costruzione europea, impedendole non solo di stimolare la ripresa ma, soprattutto, di superare il suo attuale deficit di democrazia e di federalismo. Dobbiamo nutrire la speranza che l'indignazione si diffonda in tutti i paesi così da far cessare la conduzione di politiche fallimentari per poter finalmente "porre fine alla sofferenza sociale", come Fitoussi auspica nel sottotitolo del suo bel libro.

 

Terenzio Cozzi

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    Giacomo

    27/08/2015 22.44.35

    Scritto bene e probabilmente interessante sopratutto per chi cerca informazioni e considerazioni sull'argomento. Forse dovrei rileggerlo per apprezzare meglio, mi è sembrato comunque un libro serio e ben realizzato.

  • User Icon

    alce67

    17/02/2015 11.54.31

    Analisi molto interessante sulla crisi finanziaria 2008/2010 e sulla successiva crisi del debito in Europa. Un punto di vista che indica nella debole governance europea, nonchè nell'ossessione per il pareggio di bilancio, i vincoli alla ripresa.

Scrivi una recensione