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Franco Arminio

Editore: Mondadori
Collana: Strade blu
Anno edizione: 2011
Pagine: 353 p. , Brossura
  • EAN: 9788804613138
  Quando uscì da Sironi Viaggio nel cratere mi fulminò letteralmente, mi parve che Franco Arminio avesse miracolosamente trovato come pochi scrittori della sua generazione (1960) un suo mondo e una lingua, quello che rende raro un autore, e caro ai suoi lettori, pochi o tanti che siano, e cioè una cifra inconfondibile, una voce autentica, non comune nel mondo editoriale. Nei borghi spopolati e terremotati, quelli che ci ha fatto conoscere nei suoi libri, Arminio ha trovato a un certo punto il suo mondo e la sua koinè. In Viaggio nel cratere, quasi a circoscrivere la sua umanità di riferimento, citava Carlo Levi che, confinato a Grassano, aveva descritto questi posti in modo magistrale: "Tutti i giovani di qualche valore, e quelli appena capaci di fare la propria strada, lasciano il paese. I più avventurati vanno in America, come i cafoni; gli altri a Napoli o a Roma, e in paese non tornano più. In paese ci restano invece gli scarti, coloro che non sanno fare nulla, i difettosi nel corpo, gli inetti, gli oziosi: la noia e l'avidità li rendono malvagi". Arminio è ripartito da qui con la sua letteratura ibrida e lirica, ma anche fisica, che stanca della fiction è tornata a raccontare in modo originalissimo e antiromanzesco il vero, e addirittura a straziarlo cinicamente, a decifrarne delle comicità surreali, a cercare nell'infinitamente piccolo un conio italiano, o addirittura quello più complesso di una parte del mondo occidentale, cosa che poteva fare solo un poeta. Lui calibra la scrittura da un parlato che rielabora molte letture colte, ingorga nozioni sapienziali, è più un Bichsel, un Handke, o il Thomas Bernard delle prose brevi, specie quello di L'imitatore di voci, assolutamente antiretorico, a volte fa venire in mente Walser, e, pur raccontando un Sud nascosto e minore, ha quasi una postura da autore straniero, internazionale, pochissimo autoctono. Forse di certi intellettuali italiani del Sud (Rocco Scotellaro, Danilo Dolci) conserva la tellurica verve civile, e una lingua incontaminata e un po' arcaica e sacrale, la quale lavora da abile artigiano scansando tutte le scorie o le tentazioni di quella tecnologica e mediatica, avvilita al ribasso in molte scritture plastificate e nostre contemporanee, deperite di senso, con una sua originale forza di ideologia e di pensiero. Una lingua fieramente eccentrica, a volte enunciativa, aforistica, volutamente civile. In quest'ultimo libro, che un po' chiude il cerchio delle sue peregrinazioni paesologiche, anche se allarga a un Sud affollato e disperso, ritorna questa lingua prensile di uno degli ultimi poeti comunitari del nostro paese, enunciativa e percussiva, così come l'autore ci aveva abituato nei precedenti e bellissimi Vento forte da Lecedonia a Candela, Nevica ma non ne ho le prove (entrambi Laterza "Contromano"), Cartoline dai morti (Nottetempo) e Oratorio bizantino (Ediesse). Le geografie si allargano, si chiude un po' la clausola ipocondriaca, il paesologo esce per la prima volta dal seminato dei suoi luoghi persi, dalla sua geografia etnico-claustrofobica, ha una postura meno psicotica. Va nelle terre limitrofe, la Lucania, la Puglia e il Molise, esplora parte delle Calabrie, della Campania allarga, con degli sconfinamenti marchigiani e altoatesini che fungono da controcanto ideale. Anche se è sempre una scrittura corporale, come denuncia in un passo: "Terra e carne quasi si confondono e il corpo si fa paesaggio e il paesaggio prende corpo". Si reca nei posti più noti del Mezzogiorno, indaga, incontra, riferisce, le sue geografie sono sempre irrequiete nei passi liricissimi, ma non è mai un racconto di viaggio neutrale il suo, quello di un Piovene meridionale agiografico, al contrario risulta politico e tellurico. Le terre visitate, che il paesologo-raccontatore ausculta con lo stetoscopio della scrittura, sono infestate dagli "estremisti della moderazione", cioè "i paesanologi, quelli che vogliono cambiare la vita dei paesi senza cambiare i vecchi padroni che li hanno rovinati". Cita Levi e Salvemini, va nel paese di Rocco Scotellaro in un viaggio anche dentro la cultura meridionalista più profonda. Si indigna contro la piccola borghesia del Sud, l'antico tarlo, mentre invece ama i poveri e semplici, i perdenti assoluti della vita: "Quelli che bevono alle nove del mattino sono i grandi eroi dello sconforto", scrive, cita i nomi dei politici-padroni della sua terra, De Mita in primis, padre-padrone della politica locale. "Il paese in cui vivi è una prigione da cui puoi evadere quando vuoi. Va bene qualsiasi posto, questa è la scoperta", scrive. Ora, immagino, proprio per questa apertura, che Arminio sarà costretto a emigrare le sue storie altrove, perché si ha l'impressione che non possa più succhiare lacrime e sangue dalla sua terra carne, dalla sua terra madre, quella fatta di una lingua antica, con il rischio di reiterare, rifarsi il verso. Altri mondi, altre mappature lo attendono. Magari globali. Come ha fatto il suo mentore Gianni Celati, esule letterariamente e con non minore penetrazione in altri luoghi, dalle Pianure padane all'Africa, alla ricerca continua di una forma il più possibile vicina a quella dell'esperienza della vita di tutto il mondo, che in fin dei conti è sempre paese, "un ring dove spesso la contesa è tra chi ha gettato la spugna e chi non si è mai messo i guantoni". Angelo Ferracuti

Recensioni dei clienti

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    Claudio

    28/06/2015 18.43.08

    A mio giudizio è il miglior libro di Arminio, ne ho letti degli altri ma questo lo considero quello con il quale è riuscito a dare il meglio di se. Da consigliare sopratutto a chi vive in paese e a chi vuole scoprire, con il linguaggio della poesia, dove stanno andando a finire i piccoli centri della nostra bellissima terra.

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    Michele

    14/05/2013 10.14.16

    Non sto a dire i meriti della paesologia di per sé, affascinante anche se di sfugggente definizione (oddio, ancora, dopo vari libri?...). Stavolta il buon Arminio si guarda l'ombelico, dispiace, perché è un difetto in sé stesso: l'osservazione molto autocompiaciuta delle proprie ansie e depresisoni e panico, rovina tutto; "Vento forte" era molto più signorile. Le divagazioni pseudoesistenziali sono astruse, e le autocitazioni, scusatemi, davvero penose ("Questa frase mi è venuta..." non si regge!) COmunque, l'impressione finale è che si vuole vedere tutto il Sud con occhio necessariamente disforico, perché dire il contrario rovinerebbe tutto, con la conseguenza, però, che si può indurre a pensare il contrario di ciò che si voleva dire.

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    Marco Ferraro

    28/03/2013 16.17.52

    Anche alla fine del libro non sono riuscito fino in fondo a capire la disciplina della "paesologia", ma sicuramente la lettura si è rivelata molto interessante, perché ha fornito uno sguardo diverso ed originale sui luoghi visitati e descritti. Credo che da profani il miglior approccio sia quello di considerarlo una "guida" (io viaggio sempre con la "guida rossa" del T.C.I., in cui sono segnalate tutte, ma proprio tutte, le cose interessanti da vedere), ma il turista arriva, fa un rapido giro e poi riparte, senza entrare e senza capire a fondo dove si trova; ecco Arminio cerca di andare all'essenza dei paesi che poi molto spesso si trova fuori dai giri turistici. Anche a me sarebbe piaciuto fare un lavoro del genere, essere un po' più ricercatore ed un po' meno turista; ma allora forse il risultato sarebbe davvero un continuo "mal di pancia" per lo scempio dilagante! Non ho lo spirito del missionario e non so se ne varrebbe la pena. Comunque complimenti ad Arminio per il suo lavoro di osservatore e testimone acuto e profondo.

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    salvatore

    25/02/2012 11.52.13

    Franco Arminio non delude. Mai. Ho "conosciuto" Franco Arminio, o meglio la sua scrittura, con Cartoline dai morti, e me ne sono innamorato. Quello era un libricino, piccolo piccolo nella struttura; ma grande, anzi grandissimo nella sostanza. Un centinaio di epigrammi, anzi di epitaffi, graffianti, acuti, comici, fulminanti, veri, dolorosi, sanguinanti, ironici, stranianti, destabilizzanti. Ho proseguito la mia documentazione con: Nevica. E ho le prove. E poi con: Vento forte tra Lacedonia e Candela. Li ho trovato entrambi molto interessanti; ben scritti; e anche perfettamente congrui e coerenti col suo "percorso" paesologico. Fino a quando non sono arrivato a Terracarne: la sua opera meglio riuscita; la più corposa e polposa, forse anche la più dolorosa e dolente. Un viaggio, quasi interminabile, lungo i saliscendi dell'Italia dei paesi, quasi tutti del Sud, ma con alcune originali e piacevoli escursioni anche al profondo Nord. La prosa di Franco Arminio non delude, mai. Appare rapida, senza fronzoli, ma rotonda; non costruita o prefabbricata; efficace, come raramente avviene, nella descrizione a volte cruda, a volte sconcertata e sconcertante dei posti, dei volti, delle persone, degli animali, del tempo, delle pietre, delle vie, delle macerie, delle piante che incontra sul suo cammino, di cui ci parla nel suo "vagabondaggio", nel suo errare incessante, quasi parossistico, alla ricerca dell'uomo, dell'io, di se stesso, della verità, dell'equilibrio, della Natura Madre. Per questo consiglio a tutti e caldamente di leggere Terracarne; anzi consiglierei di adottarlo come libro di testo e farlo leggere nelle scuole, di ogni ordine e grado, abitate da mandrie di quei quei ragazzi moderni "spaesati" e persi per i quali - haimè! - il prezzo degli occhiali griffati è inversamente proporzionale al livello di intelligenza e di sensibilità. Sono riconoscente a Franco Arminio per aver invent

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    Giuseppe Novellino

    29/01/2012 11.52.49

    Le impressioni, le riflessioni, la narrazione di uno scrittore paesologo. Chi è il paesologo? E' colui che va in giro a visitare i luoghi e cerca di cogliere in essi gli aspetti profondi della loro natura e della loro esistenza. E' colui che incontra persone, le interroga e si interroga. Da non confondersi con il paesanologo,l'uomo che vuole fare del luogo l'oggetto per una cartolina. Si tratta di una lettura affascinante che ti aiuta a penetrare nell'intimo di questa umanità travagliata... partendo dai piccoli paesi dell'Irpinia, della Puglia e della basilicata, che tanto stanno a cuore all'autore.

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    antonio d'agostino

    19/10/2011 08.58.26

    Quella di Arminio è una prosa bellissima: lucida, poetica, ma anche piena di fervore, di indignazione. I paesi che attraversa diventano la dimensione in cui rintracciare i segni di una geografia spirituale , cangiante come un temporale che improvvisamente cambia direzione, lasciando solo vento o piccola pioggia. Ancora un libro che ci consegna una nuova lucidita per guardare il mondo, nell adorazione delle cose terrene che per Arminio hanno un potere sacrale che non nasconde. Cosa altro può essere un corpo che diventa paesaggio , e un paesaggio che diventa corpo ; se non un esperienza del sacro ?

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