Editore: Rizzoli
Collana: Scala italiani
Anno edizione: 2014
Pagine: 297 p., Rilegato
  • EAN: 9788817074759
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Recensioni dei clienti

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    landonio sandro

    29/06/2016 00:39:15

    Se a qualcuno capiterà di leggere il libro subito dopo aver visitato il Museo Leone non potrà non notare come i Campi Raudii descritti nel libro non fossero poi così brulli e incolti, visto che i notabili locali mettevano pietre di confine con iscrizioni in due lingue (latino e celta), doveva esserci un certo livello di coltivazioni dei campi. Da qui a giudicare in parte l'opera più come letteratura che come divulgazione storica il passo, personalmente, é stato breve. E come tale il risultato non é esaltante, ammiro la capacità coinvolgente della scrittura di Vassalli e stimo il lavoro di preparazione svolto, ma anche per me "La chimera" era di un livello superiore.

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    Guido Giordano

    06/03/2015 12:40:21

    Sono un estimatore dell'autore ma mi dispiace dover dire che da Vassalli ci si può e deve attendere di più. Ha confezionato un romanzo che, a parte il merito di aver fatto luce su un fatto storico decisivo per le sorti di Roma (e per cui attribuisco un punto in più del minimo), sembra scritto per ottemperare a qualche vincolo editoriale, di malavoglia. L'intento didascalico è fin troppo evidente e continuamente rimarcato (quante volte ripete che la vicenda avviene seicentocinquantadue anni dalla fondazione di Roma?); la storia d'amore che si innesta sui fatti storici è troppo prevedibile; i personaggi non hanno spessore; un uso inconsueto della punteggiatura ingolfa la lettura invece di renderla più scorrevole. Insomma, per il mio metro di paragone: la chimera sta a terre selvagge come il barolo sta al tavernello.

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    jane

    28/12/2014 17:00:46

    Rispetto a "Un infinito numero" è più lineare e meno inquietante, l' ambientazione storica ancor più lontana, il 101a.C., l' anno in cui C.Mario annientò i Cimbri ai Campi Raudii. Grande storia e piccola storia si intersecano, ricostruite dalla potente immaginazione di Vassalli sullo sfondo della sua terra secondo l' alternarsi delle stagioni. L'ironia e la levità danno origine a una specie di favola che Vassalli ci racconta perché questo è il suo dono: saper raccontare storie dove passato e futuro si toccano, profondità e leggerezza misteriosamente si fondono .

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    Francesca

    26/11/2014 17:21:27

    Romanzo che conferma le abilità narrative di Sebastiano Vassalli:leggendo i suoi romanzi si viene catapultati nelle realtà antiche che racconta,utilizzando un linguaggio chiaro,pulito e mai banale. Devo tuttavia fare una critica all'editore per quanto riguarda l'uso della punteggiatura,spesso a mio avviso non corretta e che provocava una lettura non lineare (parlo ad esempio del frequente utilizzo dei due punti al posto della virgola).

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    Renzo Montagnoli

    05/09/2014 06:26:30

    Penso che non ci sia nulla di strano se uno scrittore impegnato come Sebastiano Vassalli abbia deciso di concedersi un divertissement, perché Terre selvagge sembra proprio il frutto di un'evasione, di un desiderio di scrivere un romanzo che non impegni più di tanto sia l'autore che il lettore. E in effetti tale l'ho trovato, piacevole, scorrevole, anche interessante storicamente, ma la sostanza di questo prodotto così ben confezionato è poca. Tanto per dare un'idea, siamo lontanissimi da opere come Marco e Mattio, oppure come Le due chiese. Che poi abbia deciso di narrarci di una battaglia accaduta più di duemila anni fa non ha particolare significato, se non quello di fare un po' di luce su un evento bellico dimenticato. Alle prese con questo scontro, di cui si è sempre saputo poco, per quanto nei secoli successivi parecchi storici romani ne abbiano scritto (basti pensare che non è certo nemmeno il luogo, anche se tuttavia quello indicato dall'autore appare più che probabile), Vassalli ha confezionato uno strano puzzle, a metà fra il saggio storico, accuratamente documentato, e il romanzo storico vero e proprio, terreno in cui si è concesso non poche evasioni, per lo più felicemente. In tal modo, però, vi sono parti più strettamente storiche e come tali, se non grevi, almeno non certo lievi, mentre altre, in cui l'idea creativa prende il sopravvento, sono senz'altro godibilissime. Quel che manca all'opera è lo spessore a cui di ha abituato Vassalli, ma va bene lo stesso, concediamogli pure questo divertissement, che peraltro sarà anche nostro. Da leggere, quindi.

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    roberto

    23/06/2014 14:02:50

    E' un romanzo che sembra scritto senza molto impegno, quasi come un divertissement alla Saramago. In ogni caso Vassalli resta un grande narratore ed e' meglio passare qualche ora su un suo libro piutttosto che su qualche "best seller" del momento.

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    Stefano

    06/06/2014 15:15:43

    Vassalli è un grande scrittore perché sa ancora raccontare delle storie che soltanto in apparenze sembrano lontane e poco interessanti (come in questo caso: la battaglia tra Romani e Cimbri) ma che in realtà sono storie grandi, storie che parlano di noi, parlano di quello che siamo forse sempre stati, di ciò che unisce e allontana gli uomini, dei luoghi dove viviamo. Sono storie che NON appartengono davvero al passato e ci aiutano semmai a vedere meglio ciò che abbiamo davanti agli occhi. Uno dei pochi grandi scrittori che ci sono oggi in Italia. Complimenti davvero per questo libro che non è inferiore alla famosa Chimera.

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    karenina

    12/05/2014 17:14:53

    "Terre selvagge" conferma ciò che ho sempre pensato:Vassalli è un grande narratore. Di gran lunga il migliore tra gli scrittori italiani contemporanei. La sua parola d'ordine sembra essere "sobrietà", qualità che caratterizza il suo stile e la sua lingua al tempo stesso classici e moderni, così come le sue storie parlano di epoche passate ma anche del presente, perchè alcune caratteristiche umane (italiane?) restano immutate nel tempo e, attraverso i secoli, arrivano fino a noi. L'uso della lingua è sapiente e sempre sorvegliato e sembra essere frutto di un paziente lavoro di sottrazione volto ad ottenere una lingua pulita ed essenziale, senza inutili orpelli. I libri di V. sono davvero cibo per la mente e il piacere che provo nel leggerli è paragonabile solo a quello che provo leggendo i classici. Quella di V. è letteratura di serie A e la sua opera s'inserisce a buon diritto nel solco della grande tradizione letteraria italiana e non solo. Consiglio per gli amanti dell'autore: chi non l'avesse ancora fatto, legga quel libro meraviglioso che è "Amore lontano".

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    Romano

    25/04/2014 12:02:56

    Semplice all'apparenza e profondo negli abisii della storia, ricco di valori antichi e proiettato nell'attualità, parla di antichi Romani e però anche di noi oggi: un romanzo per palati fini che non badano alle apparenze e che amano riflettere.

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    Orax

    14/04/2014 21:03:13

    Vassalli non abbisogna certo di presentazioni, un maestro della storia narrata, con semplicità, quasi umiltà se vogliamo, davanti a fatti molto più grandi di noi... uno stile molto particolare, tra cronaca e romanzo, in grado di far digerire la Storia anche a chi non la mastica abitualmente. Bello, davvero.

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  Né pre né fanta-storia nel nuovo romanzo con cui Sebastiano Vassalli fa il salto da Einaudi a Rizzoli. Piuttosto un affondo in una storia che ha le sue date e i suoi luoghi ma che vive a un tempo in una sua marcata precarietà documentale, in un'incertezza di nozioni, in una sorta di polverosa (proprio come quella polvere che avvolge l'evocata battaglia dei Campi Raudii, così sottilmente significativa di quell'altra polvere in cui sempre consiste il senso ultimo delle nostre vite e dei nostri destini). Storia, insomma, che costringe l'invenzione a un notevole (e coraggioso) lavoro di integrazione, di immaginazione, e direi persino di divinazione. Ne avranno orrore lo storico di professione? Il romanista in cattedra? L'archivista e l'antichista erudito? Può pur darsi, e probabilmente anche con buone ragioni, se lo stesso Manzoni ebbe a trovare i suoi storiografi-censori (penso al "crociano" Fausto Nicolini e alle sue correzioni al Seicento dei Promessi Sposi). Tanto più, poi, quando si arretri a tempi la cui documentabilità sia (come nel caso di Terre selvagge) così vistosamente arcaica, risalendo a una plaga specifica dell'Europa "grande e misteriosa" di "duemila e cento e quindici anni fa", tuttavia inconsapevolmente proiettata verso un'Europa che forse sta per venire (o che forse verrà). Un versante della critica, questo, su cui non avrei nulla da dire, se non per registrare quel tanto di perplessità che sempre prende quando capiti (in un continuo moto pendolare tra l'oggi-futuribile e l'allora più lontano) di accostare sentimenti tanto più avventurosi, mentalità tanto più ignote, psicologie tanto meno afferrabili. Se la storia, come Vassalli sostiene da sempre, e come torna a sostenere anche qui, "è un racconto", e "la verità non la regala nessuno", sarà dunque un'altra la strada da intraprendere per leggere il suo ultimo romanzo. Non tanto la corrispondenza possibile tra storiografia e narrazione (sulla cui incertezza lo stesso Vassalli mostra tutte le perplessità del caso, mettendo a confronto testimonianze diverse e diversamente attendibili), ma invece la concezione di una "storia" che non sta come sforzo e recupero di verosimiglianza, ma come teatro di gesta, come grembo di vicende, come enorme serbatoio di vite. Qui abbiamo due grandi campi narrativi che si alternano e s'intersecano: per un verso la battaglia dei Campi Raudii (il cuore spietato di tutto) e attraverso quella battaglia, vinta dai Romani contro i Cimbri, un immane conflitto di popoli che la "storia" inscena e rappresenta; per altro verso le vite individue che disegnano i fragili e frastagliati destini, le piccole, le minime "storie" dei personaggi a cui (dico narrativamente) toccano qui le parti accessorie. Da un lato, insomma, la forza cogente e rovescia del fatto grande, dall'altro la piccola vicenda di personaggi (lievemente e anche simpaticamente acclimatati) che portano per caso il segno di una condizione marginale, di un periclitante, ma non insignificante destino. Vale a dire un'inversione strategica di non piccola portata, perché la maiuscola qui prevale largamente sulle minuscole. A fare da connettivo tra queste e quella, più ancora che l'incidenza dell'operare umano, l'antica idea (a Vassalli del tutto congeniale) di una geografia delle "terre selvagge" (tra il "monte Ros" e le sponde della Sesia, o, come dice lui, del Sesia e del Po) che alimenta vigorosamente ogni sua piccola o grande fantasia d'autore. Voglio dire che sempre il paesaggio in Vassalli (e qui con un più di fascino e rabdomanzia) ha i tratti di un vero e proprio personaggio. Né si tratta semplicemente di segnalare le tinte espressive in cui si declinano i movimenti stagionali (da una primavera a un'altra) inducendo a indicare le più belle pagine di un'eventuale antologia narrativa, e invece (ancora una volta) di sottolineare la fedeltà a un luogo di cui si avverte, fuori da ogni cedimento sentimentalistico, un'irriducibile nostalgia: e basterebbe pensare alla presenza delle acque e delle stelle, al legame uomo-animale, alle risorse divinatorie, alla druidica comprensione dei boschi e delle piante. Ma a costituire il fascino maggiore di Terre selvagge a me pare che sia il tratto lì per lì apparentemente più sconcertante: ossia il tratto discorsivo, quasi didattico della narrazione, insieme con l'ampio ricorso a un'onniscienza d'autore consapevole di tutta la precarietà del suo ruolo. Un narrare, per così dire, "basico", elementare, che non è di per sé nuovo nell'opera di Vassalli. ma che qui rivela un di più: un più di vicinanza, di prossimità all'ipotetico lettore. Un po' come nel Leskov di Benjamin o nelle Veglie di Gogol. Ciò significa (desunta ogni intenzione poematica) un narrare "omerico", che è sforzo di semplicità, adeguamento d'attenzione, tensione verso una scrittura che conservi almeno la parvenza di quell'oralità perduta da cui tutte le storie vengono come le foglie dai rami, come i rami dalle radici. In questo senso (e non solo in questo) Terre selvagge è titolo che nella bibliografia di Vassalli va messo tra le opere più persuasive.

 

 

Giovanni Tesio

 

 

 

 

 

Vincitore del Premio Flaiano 2014

Sebastiano Vassalli è un maestro nella creazione di mondi. La sua scrittura è narrazione avvolgente, affabulazione e confidenza, è costruzione, passo dopo passo, di architetture e orizzonti. Narratore più che scrittore, vincitore del Premio Strega nel 1990 con il romanzo La chimera (Einaudi), torna alle stampe con un romanzo storico appassionante e intenso, dedicato a uno dei periodi più affascinanti della vicenda umana.
Siamo nel 101 a.C., anzi nel 652mo anno dalla fondazione di Roma, e ci troviamo in quelle che Vassalli chiama le “terre selvagge” e che gli storici romani chiamavano, senza meglio specificare il luogo, i Campi Raudii. Si tratta del nome antico con cui veniva identificato il Piemonte, la parte di Pianura Padana attraversata dalla Dora, dal Sesia, dal Tanaro oltre che dal Po. In questi territori boscosi e putridi, terreni alluvionali risultati dal passaggio di molti fiumi a carattere torrentizio, avvenne una delle più sanguinose battaglie dell’esercito romano contro un popolo barbaro: il popolo dei Cimbri. Un episodio che vide affrontarsi due grandiosi eserciti e il cui racconto è pervenuto fino ai nostri giorni in una versione edulcorata, o forse ampiamente rimaneggiata, da parte di coloro che poi la storia l’hanno scritta: i romani.
Sebastiano Vassalli si mette sulle tracce di questa antica leggenda e ci porta in mezzo alle legioni dell’esercito romano guidate da due consoli molto diversi tra loro. Da una parte c’è l’esercito guidato dall’aristocratico Lutazio Catulo e dal suo braccio destro, il giovane Silla. Un gruppo demotivato che ha già subito sul Ticino un’umiliante sconfitta. Dall’altra, direttamente dalla Gallia, l’esercito vittorioso guidato dall’Homo novus della politica romana, Caio Mario, che è riuscito con l’astuzia a sterminare e disperdere gli eserciti dei due principali alleati dei Cimbri, i Teutoni e gli Ambroni. Adesso i due eserciti, uniti sotto la guida del coriaceo Mario, attendono nell’accampamento, nelle terre selvagge, lo scontro decisivo con i terribili Cimbri guidati dal giovane Boiorige.
Il loro principale nemico è la paura. Paura della statura imponente di questi barbari, della loro fama che li accompagna da vent’anni e dei loro canti di morte che di notte, dagli accampamenti, riecheggiano per tutta la valle. I romani non sanno che anche i Cimbri stanno vivendo dei momenti di forte sconforto. Stanchi e stremati, dopo aver attraversato le Alpi hanno perso la metà dei loro uomini e molti dei loro armamenti. Hanno perso anche le tracce dei loro alleati, ma soprattutto hanno trovato laggiù, sulle rive del Po, ai piedi del monte Ros (il monte Rosa) la terra che i loro dei hanno loro descritto come la terra promessa.
Attaccare l’esercito romano ed arrivare fino alle porte di Roma è un’impresa che non tutti si sentono di compiere e che forse sta a cuore solo al loro ambizioso re Boiorige e a sua moglie, la bella Rhamis. Tutti sanno che lo scontro finale inevitabilmente porterà alla rovina di uno dei due popoli.
Oggi, dopo migliaia di anni, cosa ci resta di questa storia? Le terre selvagge non esistono più, le paludi sono state bonificate e il fiume Sesia domato da decine di ponti. I terreni sono stati coltivati, a partire proprio da quella riforma agraria voluta da Mario e di cui beneficiarono i grandi latifondisti, come Silla, protagonisti vecchi e nuovi di tutte le storie del mondo. In quelle terre scelte dai Celti come loro patria ideale morirono centoquarantamila nemici. Cosa resta di quei corpi? Cos’avranno da raccontarci gli eroi di questa storia? A volte, sostiene Vassalli, per comprendere cosa abbiamo davanti ai nostri occhi, è necessario guardarsi indietro.