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Tesi per la fine del problema di Dio - Ferdinando Tartaglia - copertina
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Descrizione


Nella Firenze del primo dopoguerra apparve come una meteora la figura di un giovane sacerdote che parlava di religione come nessuno prima: con un rigore, un'esigenza di assoluto, una insofferenza per ogni pensiero tiepido che lasciavano sconcertati e affascinati. Era "l'uomo della novità", come lo chiamò in un memorabile libro di ricordi Giulio Cattaneo. Ma la novità del Tartaglia significava l'abolizione di tutte le posizioni spirituali presenti, incluse quelle religiose. Non meraviglia che la Chiesa reagisse a tanta audacia, arrivando sino alla scomunica più grave. Quanto a Tartaglia, dopo alcuni scritti, si chiuse in un silenzio che non ruppe sino alla morte, avvenuta nel 1988.
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Dettagli

2002
20 febbraio 2002
160 p., Brossura
9788845916748

Valutazioni e recensioni

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gloria
Recensioni: 3/5

libro interessante. la scrittura è complicata in maniera assurda e non necessaria, molti concetti passerebbero ugualmente senza utilizzare un linguaggio cosi macchinoso e artificioso, a tratti sembrano supercazzole. ottimo pensatore molto meno come divulgatore delle proprie idee

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Andrea
Recensioni: 5/5

(Per errore avevo scritto questa recensione riferendola a Esercizi di Verbo dello stesso autore.) Sviluppo e inviluppo di un'idea disgiunta da realtà. Il gusto puro del puro profumo di un'attesa, interrogativo assoluto, tempo senz'ordine. Non va letto. Va riletto. Un quesito: nella sua mirabile, sebbene verbosa, appendice critica, Quinzio sostiene che l'autore fornisca un solo esempio di "Puro Dopo". Io penso di averne trovato un altro. A mio giudizio piu' chiaro del primo. Sapete scoprirlo? Un secondo interrogativo: chi è stata per l'autore colei che ha sviluppato la seconda appendice. Ho indizi per ritenere che sia stata la moglie, con la quale ha "visuto esperienza di matrimonio ed esperienza di separazione" (vd. "L'uomo della Novità", diGiulio Cattaneo). Se odiate logica, filosofia, ed amate tuffarvi in interminabili descrizioni letterarie, questo non sarà pobabilmente il vostro testo preferito. Per me e': supremo.

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Voce della critica

La vita pubblica di Ferdinando Tartaglia comprende quattro anni, tra il 1945 e il 1948. È il periodo in cui il giovane sacerdote nato a Parma nel 1916, già prodigio a pochi anni d'età in fatto di eloquenza e successivamente in poesia, teologia e filosofia, espone i principi della cosiddetta "Realtà Nuova", un approccio alla religione radicalmente innovatore, estremo e assoluto. La Chiesa, nonostante le perplessità di Padre Montini, che era stato suo insegnante, decide di non tollerare un insegnamento che azzera l'intera storia della teologia, e nel 1946 pronuncia contro Tartaglia la scomunica di terzo grado, la più grave, quella che lo definisce come vitando, da evitare fisicamente. Agli occhi della comunità cristiana Tartaglia è, né più né meno, un paria. Ma agli occhi dei pochi seguaci del "Movimento di Religione", da lui fondato con Aldo Capitini e che si trascinerà fino al 1949, Tartaglia è il profeta del rinnovamento assoluto, del nuovo inizio che dovrà condurre alla "tramutazione" l'umanità stanca della guerra e delusa dalle chiese e dalla politica. Non accadrà nulla. Nelle sue peregrinazioni attraverso le Case del Popolo e i Cos (Centri di organizzazione sociale) di Firenze e del resto d'Italia, Tartaglia non farà che incontrare proprio ciò che voleva evitare. La politica innanzitutto, nelle interminabili discussioni tra comunisti, cattolici, anarchici e monarchici, e la chiesa istituzionale, nelle figure dei padri predicatori che vengono a discutere con lui in pubblico per allontanare la sua pericolosa influenza dalle masse dei fedeli, e che non riescono a nascondere l'imbarazzo di dover stare a pochi metri di distanza dal più reietto dei reietti. Nessuno lo capisce. Non i laici, che confondono la sua "Realtà Nuova" con la rivoluzione sociale, né i religiosi, che si ostinano a vedervi l'ultimo frutto malato del modernismo di Buonaiuti. Né i suoi seguaci perché, e qui la colpa non è loro, Tartaglia non fa nulla per farsi capire. Le sue conferenze sono abbaglianti, il suo stile è superbo, ma nessuna indicazione pratica, nessun metodo e nessuna via si possono arguire dai suoi scritti di quell'epoca.

Intorno al 1948, davanti al declino irrimediabile del suo movimento, Tartaglia si ritira dalla scena. Nel 1949 pubblica le Tesi per la fine del problema di Dio, ora riproposte da Adelphi con un saggio di Sergio Quinzio, di utile lettura anche se risale al 1973. Nel 1951 pubblica un Progetto di religione risalente al 1939. Da quel momento in poi, sparisce agli occhi del mondo. Si sposa, vive senza impegni pubblici grazie a un'eredità, e scrive, fino alla morte, enormi opere tuttora inedite. Scrive Proposte senza fine, un trattato filosofico-teologico di ottomila pagine, Christus comicus, una compilazione erudita di proporzioni altrettanto immense, e il Discorso del tre aprile, saggio autobiografico che racconta, tra le altre cose, il suo progressivo riavvicinamento alla chiesa, con la quale morirà conciliato. Raccoglie anche In forma di parole, silloge delle settemila poesie da lui scritte tra il 1932 e il 1946. Di queste si possono finora leggere le Tre ballate pubblicate a cura di Adriano Marchetti per conto di Book Editore nel 2000. Marchetti si sta attualmente occupando dell'archivio Tartaglia ed è certo che altro materiale vedrà presto la luce. Ma chi volesse sapere di più sull'impatto che ebbe Tartaglia sui giovani intellettuali fiorentini che lo conobbero nell'immediato dopoguerra ha ora a disposizione il prezioso, splendidamente scritto L'uomo della novità di Giulio Cattaneo, dapprima uscito nel 1968 e anch'esso riproposto da Adelphi.

Tartaglia, insomma, è un continente che ci vorrà molto per esplorare. E si prova una sensazione di sgomento, inutile nasconderlo, all'idea che bisognerà inoltrarsi attraverso decine di migliaia di pagine di manoscritti per poter sapere se abbiamo a che fare con un genio dimenticato o con un caso di grafomania. La pubblicazione delle Tesi per la fine del problema di Dio non chiarisce le perplessità. Quello che il testo presenta in modo assolutamente chiaro è l'esigenza di pensare Dio e parlarne in un modo che la teologia cristiana aveva certamente dimenticato. Teismo e ateismo sono contrapposizioni senza senso, argomenta Tartaglia. Apporre attributi a Dio, incluso quello di creatore, significa costringerlo in una necessità che contrasta con l'essenza del divino. Dio è libertà assoluta, anche dall'essere e dal non essere, e nulla di ciò che è stato pensato, detto o scritto su di lui finora si è mai neanche lontanamente avvicinato a un vero discorso su Dio. Occorre concepire Dio dal punto di vista di una "novità" senza pari, dall'osservatorio del "puro dopo", e solo a quel punto sarà possibile la "tramutazione" dell'umanità in una "realtà nuova". Il problema di Dio sarà finito come tale, e Dio comincerà ad essere e ad essere bene, perché il Dio di cui finora si è parlato a vanvera non era altro che male.

Nello stile da manifesto che contraddistingue le sue Tesi, Tartaglia sembra ignorare, o forse vuole ignorare, che simili problemi sono già stati affrontati tutti sia dalla filosofia che dalla teologia. Che Dio fosse creatore o non creatore era già un punto che opponeva Agostino ai neoplatonici; che fosse al di là di ogni attribuzione era anche una preoccupazione di Angelus Silesius, per citare solo un nome; che si dovesse affrontare il problema altamente contraddittorio della sua libertà era stato uno dei punti fermi di Schelling. Ma a Tartaglia importa unicamente la categoria del novum cristiano, che Ernst Bloch (allora sconosciuto in Italia, peraltro) aveva già affrontato a partire dal suo Spirito dell'utopia del 1918. Gli stessi echi di Karl Barth, che si possono avvertire qua e là in Tartaglia, sono bruciati come rami secchi nel fuoco di un'argomentazione ossessiva, che ignora qualunque pausa e che spesso produce solenni farfugliamenti come questi: "metateisticità significherà, inizialmente, almeno questo: realtà la quale si costruisce secondo pura immanenza e posttrascendenza alla realtà puramente postumana e postmondana e alla realtà puramente tramutata, postsoggettiva e postoggettiva di Dio". Ma sarebbe sbagliato limitare Tartaglia a queste glossolalie. Tartaglia pone confusamente esigenze di pensiero che sono le stesse della grande filosofia del suo secolo: dalla necessità di ripensare l'essere al di qua del suo oblio, avvertita da Heidegger, alla proposta di pensare Dio, e non solo Dio, come "altrimenti che essere", come la troviamo in Lévinas.

Può darsi che le migliaia di pagine inedite ci rivelino un pensatore ben più rigoroso di queste prove iniziali, o può darsi di no. A meno che il cuore dell'impresa di Tartaglia non ci venga rivelato dalle sue poesie giovanili. Le Tre ballate curate da Marchetti, scritte quando l'autore aveva appena quindici anni, ci rivelano un poeta già incredibilmente originale e che non teme di usare una lingua durissima, modellata sui poeti toscani del Duecento, con un'intensità gnostica e un disprezzo per il mondo che non ha paragoni nel Novecento letterario, e non solo italiano. Se Tartaglia sia stato un grande poeta, oltre che un intrattabile profeta, è ciò che vorremmo scoprire nei prossimi anni.

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