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Antonio Tabucchi

Editore: Feltrinelli
Edizione: 11
Anno edizione: 2013
Formato: Tascabile
Pagine: 239 p. , Brossura
  • EAN: 9788807880513


«Certo, una volta sì che era il Rey, quando i gitani erano onorati, quando la sua gente percorreva liberamente le pianure dell'Andalusia...»

Antonio Tabucchi, ovvero l'arte del romanzo. Utilizzando tecniche di vari generi narrativi, il giallo, il pamphlet filosofico, il romanzo civile, ecc., Tabucchi offre un'opera che può soddisfare vari tipi di lettori, da quello più raffinato e sofisticato, a chi cerca invece nella "trama" narrativa il motivo principale di interesse.

La testa perduta di Damasceno Monteiro è un falso giallo: ben presto si conoscono assassino e motivazioni del delitto, eppure la strada che porta al disvelamento dell'assassino percorre tappe investigative di vero interesse per il lettore. Protagonista è Firmino, giovane giornalista prestato alla professione dalla letteratura, sua vera aspirazione di vita. La strada che percorre per raccogliere le prove e le testimonianze dell'assassinio, rappresentano un percorso di formazione intellettuale e morale che trasforma lentamente l'opera in vero Bildungsroman. Ma l'evoluzione di Firmino corrisponde anche alla trasformazione della formula narrativa: diventa infatti preponderante la dimensione filosofica e civile. Vero protagonista, non dichiarato, ma indimenticabile per il lettore, diventa così "Loton", l'avvocato, il filosofo, colui che cerca la Grundnorm, la norma base: "È una proposizione normativa, continuò, sta al vertice della piramide del cosiddetto diritto, ma è il frutto dell'immaginazione dello studioso, una pura ipotesi". Un avvocato che, nella quasi immobilità fisica, riesce ad essere attivissimo, grazie all'agilità dell'intelligenza, che è maestro di vita con la sua scelta di essere dalla parte dei deboli, di difendere i loro diritti calpestati da un potere violento e stupido. Per amore di giustizia, per utilizzare ricchezza e potere non contro, ma a favore di chi è marginale e, in genere, da ricchezza e potere, oppresso. La paterna comprensione che dimostra nei confronti del giovane Firmino, non gli impedisce giudizi severi davanti alle ingenuità delle sue affermazioni, soprattutto quando si parla di letteratura. E così la vasta cultura di "Loton" (così gli abitanti di Oporto chiamano l'avvocato, a causa della sua somiglianza con l'attore Charles Laughton) emerge dalle dotte citazioni, sempre così perfettamente inserite nel contesto del libro e del personaggio. Da sottolineare il pretesto narrativo che Tabucchi utilizza, quando, fingendo una imperfetta registrazione, permette al lettore di ricostruire in modo soggettivo, l'arringa finale dell'avvocato, dando solo alcune citazioni da lui fatte in tribunale, con stacchi anche grafici, l'una dall'altra.

Il romanzo si conclude con una speranza: l'ingiustizia che sembrava aver trionfato, forse potrà essere sconfitta, grazie proprio a una "marginale", una prostituta, una delle creature che forse danno senso alla vita di Loton.

La vicenda è collocata a Oporto, una città che, insieme al protagonista, gradualmente il lettore conosce e impara ad amare nel suo essere contemporaneamente "inglese" e "araba", cinica e sensibile, accogliente e ostile.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

Manolo il Gitano aprì gli occhi, guardò la debole luce che filtrava dalle fessure della baracca e si alzò cercando di non fare rumore. Non aveva bisogno di vestirsi perché dormiva vestito, la giacca arancione che gli aveva regalato l'anno prima Agostinho da Silva, detto Franz il Tedesco, domatore di leoni sdentati del Circo Maravilhas, ormai gli serviva da vestito e da pigiama. Nella flebile luce dell'alba cercò a tentoni i sandali trasformati in ciabatte che usava come calzature. Li trovò e li infilò. Conosceva la baracca a memoria, e poteva muoversi nella semioscurità rispettando l'esatta geografia dei miseri mobili che la arredavano. Avanzò tranquillo verso la porta e in quel momento il suo piede destro urtò contro il lume a petrolio che stava sul pavimento. Merda di donna, disse fra i denti Manolo il Gitano. Era sua moglie, che la sera prima aveva voluto lasciare il lume a petrolio accanto alla sua branda con il pretesto che le tenebre le davano gli incubi e che sognava i suoi morti. Con il lume acceso basso basso, diceva lei, i fantasmi dei suoi morti non avevano il coraggio di visitarla e la lasciavano dormire in pace.
-Che fa El Rey a quest'ora, anima in pena dei nostri morti andalusi?
La voce di sua moglie era pastosa e incerta come di chi si sta svegliando. Sua moglie gli parlava sempre in geringonça, un miscuglio di lingua dei gitani, di portoghese e di andaluso. E lo chiamava El Rey.
Rey di una bella merda, ebbe voglia di replicare Manolo, ma non disse niente. Rey di una bella merda, certo, una volta sì che era il Rey, quando i gitani erano onorati, quando la sua gente percorreva liberamente le pianure dell'Andalusia, quando fabbricavano monili di rame che vendevano nei villaggi e il suo popolo vestiva di nero con nobili cappelli di feltro, e il coltello non era un'arma di difesa in tasca, ma solo un gioiello d'onore fatto d'argento cesellato. Quelli sì, erano i tempi del Rey. Ma ora? Ora che erano costretti a vagare, ora che in Spagna gli rendevano la vita impossibile, e in Portogallo, dove si erano rifugiati, forse ancora di più, ora che non c'era più possibilità di fabbricare monili e mantiglie, ora che dovevano arrangiarsi con piccoli furti e accattonaggio, che cazzo di Rey era lui, il Manolo? Il re di una bella merda, si ripeté. Il municipio gli aveva concesso quel terreno pieno di cartacce al margine della cittadina, alla periferia delle ultime villette, lo aveva concesso proprio come un atto di carità, ricordava bene la faccia del funzionario comunale che firmava la concessione con un'aria condiscendente e insieme di commiserazione, dodici mesi di concessione a un prezzo simbolico, e che il Manolo se lo ricordasse, il municipio non si impegnava a costruire le infrastrutture, acqua e luce nemmeno a parlarne, e per cacare che andassero nella pineta, tanto i gitani c'erano abituati, così concimavano il terreno, e attenzione, perché la polizia era al corrente dei loro piccoli traffici e teneva gli occhi bene aperti.
Re di una bella merda, pensò Manolo, con quelle baracche di cartone coperte di zinco che durante l'inverno scoppiavano di umidità e durante l'estate erano forni. Le grotte di Granada asciutte e linde della sua infanzia non esistevano più, quello era un campo profughi, anzi, un campo di concentramento, si disse il Manolo, re di una bella merda.

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    angelo

    20/11/2013 17.39.05

    Ingredienti: un corpo senza testa scoperto da un gitano; un gitano intervistato da un giornalista inviato per far luce sul caso; un giornalista che affida il caso ad un avvocato delle cause "perse"; un avvocato che dichiara guerra al potere per ridare dignità alla testa senza corpo. Consigliato: a chi crede che polizia e potere siano sempre la parte buona della società, a chi preferisce ruotare libero piuttosto che essere ingranaggio del sistema.

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