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scheda di Artifoni, E., L'Indice 1992, n. 4
Il bel libro di Bruni, raccolta di sette saggi già noti e qui ripresentati in forma ritoccata, trova a vari livelli una sua unità.
Anzitutto nei due poli di organizzazione proposti dal titolo: testi e chierici, ovvero opere e autori.
Ma i termini vanno intesi in senso ampio: le opere sono tanto mediolatine quanto romanze, a significare l'inscindibilità dell'intreccio fra le due aree, rimanendo peraltro accertato che lo stretto dialogo non ne annullò le specificità; e in quanto ai chierici, la ricostruzione della cultura degli uomini di lettere configura, sia pure per lumi sparsi, un discorso sulla posizione degli intellettuali nei confronti delle istituzioni: valgano i molti cenni all'uso comunale delle competenze retoriche e dettatorie e alla struttura dell'insegnamento universitario (sono temi che Bruni ha svolto con maggiore ampiezza nella sintesi su "L'italiano", Utet, 1984, e nella sua collaborazione alla "Storia della civiltà letteraria italiana", Utet, 1990). Su un altro piano, la scelta di ricostruire frammenti di lessico intellettuale, come nel saggio sul concetto di "subtilitas" o in quello sul vocabolario d'amore lungo la linea Abelardo Petrarca-Boccaccio, fornisce alla ricerca di Bruni una dimensione metodologica che la apparenta a quanto in campo storico si va studiando sull'organizzazione dei linguaggi politici. Talvolta l'ispirazione è polemica: antibachtiniano in modo salutare l'ampio contributo sulla pretesa categoria del carnevalesco; teso al ridimensionamento quello sulla politica culturale di Federico II. In vario modo disposti sull'asse latino-volgare i tre rimanenti studi: le aree linguistico-culturali dell'Italia duecentesca, il riuso dei classici nel secolo XIII, la connessione fra il "De vetula" pseudo-ovidiano e il boccacciano "Corbaccio".
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