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Curatore: P. Collo
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1995
Pagine: 67 p.
  • EAN: 9788806130893

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POE, EDGAR ALLAN, The Raven, Ulalume, Annabel Lee

PESSOA, FERNANDO, Il marinaio
recensione di Grassano, M., L'Indice 1996, n. 8

"Il marinaio" di Fernando Pessoa porta la data "11/12 Ottobre 1913", ma fu pubblicato, sul primo numero della rivista "Orpheu", nel 1915. L'autore lo definisce "dramma statico": in una vecchia stanza circolare di un vecchio castello, un catafalco con una fanciulla morta e tre vegliatrici; dalla finestra si vedono due montagne lontane e un piccolo spazio di mare. È notte e le vegliatrici, in attesa dell'alba, iniziano a discorrere di passato, di lontananza, di sogni. Una di esse racconta il proprio sogno di un marinaio naufragato su di un'isola che, per non sentir nostalgia della propria patria vera, se ne inventa una fin nei minimi particolari, con annessi ricordi e sensazioni. La patria immaginata giunge a soppiantare quella reale anche nella memoria, e quando finalmente una nave giunge sull'isola, non vi trova più il naufrago. A questo punto, le vegliatrici si chiedono se non potrebbero essere loro un sogno del marinaio. Al sopraggiungere dell'alba, smettono di parlare senza guardarsi.
Nella sua bella postfazione, Antonio Tabucchi fa un rapido ma efficace sunto delle varie interpretazioni che de "Il marinaio" sono state elaborate, da quelle filosofiche (con sette approcci differenti) ed esoteriche a quelle letterarie, secondo le quali l'opera andrebbe ascritta al filone simbolista maeterlinckiano. Scartata in parte quest'ultima ipotesi, Tabucchi ci fornisce la sua: il dramma sarebbe una sciarada nella quale il marinaio deve trovare il modo per abbandonare l'isola ripercorrendo al contrario il labirinto del sogno. L'idea è senz'altro suggestiva, ma non convince del tutto: Pessoa aveva, è vero, una passione per l'enigmistica e per i racconti polizieschi (in primo luogo quelli di Poe) nei quali lo spirito di osservazione e la capacità di raziocinio del lettore vengono messi alla prova, ma le opere di finzione (sia ortonime che eteronime) nelle quali ha seguito questa inclinazione sono quanto di più diverso ci sia da "Il marinaio" (si pensi a racconti come "Il banchiere anarchico", "La finestra stretta", ecc.).
D'altro canto, non si può neppur pensare a una passiva imitazione o a un semplice esercizio letterario alla moda: questo "dramma statico" trasmette infatti la sensazione di un simbolismo caricato, persino eccessivo, tale da ricordare le parodie degli stilemi alla Maeterlinck che Nabokov dissemina in "Lolita". Si legga, del resto, quanto scrive a Pessoa l'eteronimo -lvaro de Campos: "Dopo dodici minuti / del suo dramma "Il marinaio" / in cui i più agili ed astuti / si sentono assonnati e bruti, / e di senso manco l'ombra, / dice una vegliatrice / con languida magia: / 'Di eterno e bello c'è solo il sogno. Perché parliamo ancora?'/ Ora, è proprio quello che stavo / per chiedere a quelle signore...".
Viene allora il sospetto che Pessoa si sia appropriato dell'involucro simbolista per stravolgerlo, piegarlo alle proprie esigenze e farne un'ardua palestra dove forzare al massimo le potenzialità sintattiche del portoghese, utilizzando tutti quei funambolismi di modi e tempi verbali che (anche secondo il bravo traduttore Tabucchi) rendono quasi impossibile un'adeguata versione italiana: piuccheperfetto, futuro semplice e futuro composto del congiuntivo; infinito personale; gerundio dilatato ("stare avendo sonno"). Si ha così l'impressione di aver risolto il vero enigma del dramma: in quale patria è tornato il marinaio? Qual è la sua patria? La risposta ce l'ha già data l'autore altrove. "La mia patria è la lingua portoghese".
Le vegliatrici potrebbero allora essere un sogno del naufrago Pessoa che, dopo averla persa, si è pazientemente ricostruito una patria linguistica lusitana.
Ho accennato prima all'ammirazione di Pessoa per Poe: "Le sue migliori poesie si distinguono per una suggestione immaginativa profonda e una maestria sottile del ritmo" scrisse di lui nel 1915. Dieci anni dopo tradusse, sulla rivista "Athena", tre di queste poesie: "Il corvo", "Ulalume", "Annabel Lee". La traduzione - isometrica - parte proprio dalle caratteristiche individuate nell'originale. Studiatissima, fin dalle singole clausole ritmiche, la riproduzione dei versi, con identità di ictus, di cesure, di rime, assonanze e allitterazioni interne. Pienamente conseguita anche l'equivalenza di tono, ossia la trasposizione, nell'ambito del portoghese, di un contesto di associazioni verbali e culturali corrispondente a quello dell'originale: tale risultato è stato ottenuto grazie anche all'eliminazione dei nomi propri e delle forme poetiche a eccessiva connotazione "inglese". Si è trattato insomma, come afferma il curatore Paolo Collo, di un lavoro di "ingegneria poetica" col quale Pessoa ha smontato, in tutti i suoi pezzi, l'opera di Poe e l'ha ricostruita in un altro registro: un lavoro perfettamente riuscito. Meritorio, infine, l'impegno con cui Collo recupera, tralasciando le edizioni portoghesi correnti, la grafia originaria di Pessoa, che non voleva saperne di riforme o accordi ortografici.