Toglietevelo dalla testa. Cellulari, tumori e tutto quello che le lobby non dicono

Riccardo Staglianò

Editore: Chiarelettere
Collana: Principioattivo
Anno edizione: 2012
In commercio dal: 26 gennaio 2012
Pagine: XII-353 p., Brossura
  • EAN: 9788861902282
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    Alessandro

    29/07/2014 16:05:50

    Bellissimo reportage sulla vera natura del mezzo di comunicazione più diffuso ed utilizzato ovvero il cellulare.....da riflettere....e

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    Paraguay

    31/10/2012 09:10:11

    Dopo averlo letto salta fuori tutto l'orrore che si nasconde dietro le multinazionali che ci controllano anche a scapito della nostra salute...leggetelo!!!

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Sui manuali dei modelli di telefonino più comuni si può trovare scritto: "Quando usate [questo prodotto] vicino al vostro corpo tenetelo ad almeno 15 millimetri di distanza e usate custodie, clip da cintura o fondine prive di parti metalliche e che mantengano almeno 15 millimetri di separazione dal corpo"; "se disponibili, usate auricolari o vivavoce"; "ridurre la durata delle telefonate". In alcuni casi la distanza suggerita è di "almeno 25 millimetri dal corpo quando l'apparecchio è acceso e connesso alla rete". Avvertenze come queste, seminascoste nei paragrafi che trattano l'esposizione alle radiofrequenze, hanno spinto Riccardo Staglianò a svolgere un'inchiesta sui pericoli della telefonia mobile. Tali inviti, infatti, appaiono paradossali, come se "le istruzioni del vostro rasoio elettrico si raccomandassero di non usarlo a contatto con la pelle". Oltretutto, sono diffusi mentre le compagnie evitano di comunicare apertamente i rischi di un uso prolungato del telefonino. Secondo Staglianò, la scarsa chiarezza non è casuale: gli apparati di controinformazione si adoperano sempre per confutare gli studi su abitudini e consumi pericolosi ma capaci di garantire profitti vorticosi. È accaduto con il fumo, i pesticidi, gli additivi alimentari e accade ancora, con l'amianto in Asia e Sudamerica per esempio. La valutazione di rischio delle onde elettromagnetiche è un argomento delicato, per l'estensione della popolazione esposta e per le difficoltà di valutazione degli eventuali danni alla salute. L'allarme però è andato diffondendosi. Nel maggio 2007 "L'Espresso" scriveva: "L'aumento delle leucemie infantili potrebbe essere collegato all'esposizione cronica ai campi elettromagnetici, sia a quelli ad alta frequenza dei ripetitori radiofonici e televisivi, sia a quelli a 50 Hz delle linee elettriche". La crescente prevalenza delle patologie tumorali ha accompagnato il mondo industrializzato fin dalla transizione epidemiologica verificatasi fra XIX e XX secolo. Quando le popolazioni occidentali impararono con i farmaci a combattere le malattie infettive gravi (come tubercolosi, tifo e colera) e le lesioni infiammatorie acute (polmonite), insieme videro crescere l'incidenza delle malattie degenerative: i problemi cardiovascolari, che causano oltre il 30 per cento dei decessi, e i tumori, cresciuti fin quasi al 25 per cento delle cause di mortalità. Riducendo l'incidenza delle vecchie patologie, il dominio sui morbi infettivi e l'aumento dell'attesa di vita hanno determinato una sorta di distillazione delle malattie degenerative, emerse anche per l'abbassamento della soglia diagnostica strumentale. È ugualmente certo che un ruolo attivo nell'epidemiologia tumorale sia dovuto a varie forme di inquinamento che hanno già manifestato nel passato la loro pericolosità, tuttora presenti nelle nostre società. Tra tutte, la contaminazione chimica è la più incriminata, ma non la sola a destare preoccupazioni. La controversia sulla pericolosità delle onde elettromagnetiche emesse dai telefoni portatili, oltre che da radar e ripetitori tv, è cresciuta assieme al dilagare di questa tecnologia, la cui invasività è drammatica. Secondo Staglianò, gli utenti di radio telefonia nel mondo sono almeno due miliardi: un telefonino ogni tre persone, compresi neonati e ultranovantenni; in Italia c'è più di un telefonino a testa, che viene controllato 150 volte al giorno; due terzi degli inglesi lo usano in bagno; il 41 per cento dei giapponesi nella vasca; manager e vip non ne hanno meno di tre; il 90 per cento degli adolescenti, che passa gran parte del proprio tempo a digitare messaggini, lo tiene acceso a scuola e di notte sul comodino. Un comportamento quest'ultimo ad alto rischio perché, seppure non siano stati dimostrati effetti di danneggiamento, il cervello dei giovani è più sensibile alle onde radio di quello degli adulti. Storicamente, all'inizio del secolo scorso erano noti i capifila di solo quattro categorie di agenti cancerogeni: il fumo di tabacco per le esposizioni voluttuarie, sostanze come la fuliggine per l'esposizione occupazionale, l'arsenico nei trattamenti medici e i raggi X per le radiazioni ionizzanti. A queste, si aggiunsero in breve le categorie delle infezioni virali e successivamente quelle riguardanti le abitudini alimentari e lo stile di vita. L'epidemiologia tumorale dimostrò infine, con fatica, i pericoli delle esposizioni occupazionali ad agenti chimici (come le ammine aromatiche e il policloruro di vinile) e fisici (polveri), allargando solo nella seconda metà del XX secolo la valutazione alle esposizioni ambientali. Le onde elettromagnetiche sono l'ultimo tipo di agente fisico posto sotto osservazione. L'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) di Lione – fondata nel 1966 da Charles De Gaulle in seno all'Organizzazione mondiale per la sanità – le ha inserite nella propria agenda a fine Novecento. Il primo studio a ipotizzare un'associazione fra campi a bassa frequenza e leucemie infantili è del 1979. Da allora, sono stati esaminati decine di casi di esposizione. Una prima sintesi sul rischio dei campi a basse frequenze, svolta dalla Iarc nel 2001, stabilì una soglia di intensità pari a 0,4 microtesla, tipica delle vicinanze degli elettrodotti. Al di sopra di questo valore, i campi a bassa frequenza sono considerati possibile fonte di rischio: pur non offrendo spiegazioni scientifiche, gli studi hanno constatato un aumento d'incidenza delle leucemie nei bambini esposti. Allo stesso tempo, è stata dichiarata l'inadeguatezza delle evidenze raccolte per trarre conclusioni su altre forme di tumori dovute all'esposizione a bassa frequenza. Il riferimento all'inadeguatezza può apparire insoddisfacente, ma va considerato che in alcune patologie, come le malattie infettive, vi è un criterio di causalità forte e in altre, come le malattie degenerative, una causalità debole. Nelle prime, l'esposizione all'agente patogeno, virus o batterio, è seguita inevitabilmente e con immediatezza dalla malattia; nelle seconde, la minor forza causale sta nel fatto che l'esposizione è seguita solo statisticamente e a distanza di tempo dagli effetti morbosi. Il cancro al polmone è indotto con forte probabilità dall'esposizione al fumo, ma non si può dire che sia questa la causa di ogni cancro al polmone, come invece accade con la tubercolosi per il micobacterium tubercolosis. L'idea di causa per le patologie degenerative va rimodulata nel più fluido concetto di fattore di rischio, compatibile anche con l'insufficienza delle informazioni disponibili. Per le onde a elevata frequenza, mentre i dati raccolti in ambienti di lavoro o nei casi di esposizione ad antenne radiotelevisive continuavano a risultare inadeguati, uno studio internazionale, Interphone, è stato coordinato dalla Iarc tra il 2000 e il 2004 in tredici paesi, compresa l'Italia per l'elevato traffico telefonico nazionale. Per valutare la relazione tra uso del cellulare e rischio di tumori cerebrali, è stato indagato il comportamento di oltre 10.000 individui tra i 30 e i 59 anni, confrontando le informazioni con i dati di traffico degli operatori di rete. Mentre le conclusioni tardavano, nel 2009 una sentenza della Corte di appello di Brescia ebbe risonanza mondiale riconoscendo per la prima volta l'origine professionale di un tumore dovuto all'uso di cellulari. Nel 2010 – sei anni dopo l'indagine – l'esito ufficiale del progetto stabilì l'assenza di rischio, lasciando insoddisfatti molti studiosi e vittime di malattie cerebrali. Altri studi portavano a conclusioni opposte. Successivamente, gli approfondimenti di Interphone hanno evidenziato fattori confondenti ed errori di elaborazione dei dati, tutti tendenti a una sottostima del rischio. Per esempio, la definizione di uso abituale dei cellulari corrispondeva solo ad "almeno una telefonata per settimana per sei mesi". Inoltre, i telefoni cellulari sono entrati in uso comune solo negli anni novanta, per cui lo studio Interphone, raccogliendo casi emersi tra il 2000 e il 2004, è essenzialmente riferito a esposizioni inferiori ai dieci anni. Ma quasi nessuno dei cancerogeni ambientali sarebbe stato individuato limitando l'osservazione a soli dieci anni dalla prima esposizione. Per di più, molti volontari di Interphone sono risultati interessati a partecipare proprio per il loro elevato uso di telefonini, generando così una distorsione nel confronto fra casi e controlli. Dalle revisioni è risultato un incremento di rischio per il 10 per cento dei soggetti con uso del telefonino superiore a cinque ore al giorno, rispetto al 10 per cento dei soggetti con uso meno elevato. Nel frattempo, studi estesi al 1997 avevano riscontrato un aumento di rischio in soggetti con uso elevato per periodi di tempo superiori a dieci anni. Grazie a queste indicazioni, nel 2011 la Iarc ha catalogato come possibile la cancerogenicità anche dei telefoni mobili, indicando come soglia di rischio l'uso del cellulare oltre mezz'ora al giorno per almeno dieci anni. I risvolti umani dell'intera controversia sono raccontati in forma dettagliata e vivace da Staglianò, che nella seconda parte della sua inchiesta tratta anche di viaggi in Nord Europa alla ricerca dei protagonisti degli studi: scienziati, istituzioni sanitarie e centri di ricerca. Le indagini proseguono, ma l'evidenza scientifica sancita dalla Iarc è condivisa – sottolinea l'autore – ed è sufficiente per suggerire l'adozione di semplici misure precauzionali, come quelle indicate nei manuali dei telefonini. Nel racconto, Staglianò sottolinea la frustrazione che deriva non tanto dalla catalogazione di diversi casi di malattia come prove non conclusive, quanto dall'indifferenza per i conflitti di interesse di molti scienziati che si pronunciano sulla non pericolosità delle onde radio, magari contraddicendo propri studi precedenti, mentre hanno relazioni con corporation, compagnie telefoniche e media compiacenti. Lo status di neutralità di questi professionisti andrebbe messo in discussione, sostiene Staglianò, e i suoi approfondimenti spiegano perché in così tante questioni conflittuali della modernità i dubbi legittimi dei cittadini fatalmente si trasformano in sospetti. Il principale antidoto allo scetticismo diffuso è il riconoscimento del carattere universale e solidaristico della conoscenza scientifica che in difesa della salute e dell'ambiente richiede la partecipazione e la consapevolezza di tutti e di ciascuno. Questo libro offre il suo onesto contributo. Enzo Ferrara